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Sabato, 17 Novembre 2018

"L'officina del mondo” si regge sul debito

Anche in Cina, come nel resto del mondo, la crescita della produzione non tiene il passo dell'indebitamento

“Come per l'Occidente prima delle crisi finanziarie del 2007-2008 e la successiva crisi dell'Eurozona, il mantenimento di una crescita stabile in Cina è coinciso con un aumento esplosivo dell'indebitamento” (M. Wolf, “Pechino nella trappola del debito”, Il Sole-24ore del 12 aprile 2017).

 

La crescita del debito aggregato

La Cina, primo produttore industriale al mondo, non si sottrae alla tendenza alla crescita abnorme dell'indebitamento che già zavorra l'economia dei capitalismi ultramaturi. Nell'affrontare questo tema, ci limitiamo qui a un aggiornamento del lavoro che il nostro Partito ha affrontato, anche in tempi recenti, sullo sviluppo del capitalismo cinese (1). Da quel lavoro risulta che dal 2004 al 2010 la media della percentuale del debito pubblico sul Pil è stata nettamente inferiore a quella dei Paesi di più vecchia industrializzazione (21%, contro il 65% degli Stati Uniti, l'81,8% della Germania e il 160% del Giappone). Il basso tasso di indebitamento si spiega con il finanziamento del surplus di esportazioni che aveva sospinto l'espansione del capitalismo cinese sui mercati mondiali, sottraendolo al capestro del debito che aveva strozzato via via i tentativi di decollo di altri “emergenti”.

Dal 2011 il debito pubblico cinese ha iniziato però una progressione che lo ha portato al 56% nel 2013, da ricondurre in parte al declino del tasso di crescita del Pil, ma principalmente – si legge nell'articolo citato sopra - “alla necessità del rilancio delle infrastrutture, dell’economia e dei consumi interni. Col procedere della crisi economica, i mercati europei e USA sono divenuti sempre più saturi di merci, sempre meno accessibili sul piano della redditività, per cui la Cina è ora costretta a indirizzare la propria produzione meno verso il mercato estero e più verso quello interno. Rispetto al passato, deve accontentarsi di profitti più bassi, quelli provenienti dal proprio mercato interno, piuttosto che rischiare di investire o esportare, ancora massicciamente, verso paesi dove i mercati sono saturi di merci, quindi potenzialmente o di fatto più rischiosi, se non proprio insolvibili, sul piano dei pagamenti“ (2).

La svolta ha avuto un forte impulso nel 2012, quando la Bcc (Banca centrale cinese) ha iniziato a immettere una massa consistente di liquidità nel sistema per sostenere la domanda interna (cfr. R. Fatiguso, “Cina, nuova era alla banca centrale”, Il Sole-24ore, 18 marzo 2018), in risposta alla contrazione dei tradizionali mercati di sbocco (Europa e Stati Uniti), al contemporaneo inasprirsi della concorrenza internazionale e all'aumento dei costi interni, in primo luogo dei salari, che ha ridotto progressivamente i vantaggi competitivi e messo in crisi intere aree produttive. In questo passaggio, la Cina ha dovuto ridefinire la propria collocazione sui mercati mondiali, non più imperniandola esclusivamente sull'export, ma sul volume totale del commercio (import + export) con i maggiori concorrenti.

Ripercorrendo la strada già seguita dai capitalismi più maturi, la crescita del mercato interno è stata affidata al debito: aumento del debito pubblico per finanziare investimenti e spesa pubblica in infrastrutture, agevolazione del credito attraverso bassi tassi di interesse, crescita del credito bancario, sviluppo abnorme del settore immobiliare e della borsa (3). Ma l'espansione del credito innesca dinamiche difficilmente controllabili: la crescita della borsa si è interrotta nell'agosto 2015, provocando effetti a catena sulle piazze mondiali; il tentativo governativo di evitare la spirale di un eccessivo sviluppo del credito con manovre restrittive sui tassi di interesse ha gonfiato il volume dei crediti erogati dal sistema bancario-ombra, non di rado concessi a tassi usurai. Da parte sua, il sistema bancario ufficiale, controllato direttamente o indirettamente dallo Stato, continua a erogare credito alle amministrazioni locali, indebitate fino al collo per finanziare le spese per infrastrutture ed edilizia e a rischio default. Sommato al debito pubblico, il debito di questi enti ha raggiunto nel 2013 un valore assoluto secondo solo a quello degli Stati Uniti.

Buona parte del debito delle imprese private – specie di piccole e medie dimensioni – ricade sul sistema bancario-ombra, specializzato nella raccolta del risparmio attraverso la vendita di prodotti di gestione patrimoniale. I volumi di credito erogati da questo settore sono in costante crescita e ormai superano in percentuale quelli dalle banche ufficiali (anche se, visto come vanno le cose in occidente, non è da escludere che una componente più o meno rilevante del sistema bancario-ombra sia in realtà controllato dal sistema ufficiale).

Il relativo spostamento del baricentro dello sviluppo dall'export al mercato interno è affidato per lo più a imprese statali poco efficienti e poco produttive, non di rado in rapporti opachi con le amministrazioni pubbliche (tutto il mondo è paese!) e ad aziende di piccole e medie dimensioni, anch'esse poco efficienti e assai dipendenti dall'indebitamento.

Lo sforzo per rilanciare la produzione ha comportato la crescita, oltre che del debito pubblico, del sistema bancario, né più né meno di quanto è accaduto nei capitalismi più vecchi. “Nel 2012 – riferisce un altro nostro articolo - il credito bancario complessivo (soprattutto per imprese e governi locali) è arrivato al 190% del PIL, mentre nel 2008 era del 124%: quindi, crescente indebitamento delle stesse banche ufficiali, aumento del rischio di bancarotta e di non restituzione dei depositi” (4). All'indebitamento dello Stato si accompagna quello delle banche che ricorrono in modo crescente ai prestiti interbancari – aumentati in modo esponenziale negli ultimi anni – per far fronte alla domanda di credito. La crescita dei volumi dei bilanci bancari ha fatto sì che il sistema bancario cinese, quanto a dimensioni, sia oggi il primo al mondo (M. Wolf, “La finanza cinese minaccia tempesta sull'economia mondiale”, Il Sole-24ore, 5 aprile 2017), oltre che quello più gravato di crediti deteriorati. Uno stress test sulle banche datato 2017 ha calcolato perdite potenziali per 280 miliardollari (M. Bottarelli, “Il buco nero cinese pronto a rispedirci in piena crisi”, Il sussidiario.net/economia e finanza, 9 dicembre 2017).

Questi processi sono stati facilitati dalle manovre espansive della Banca centrale col risultato di far lievitare l'indebitamento ben più dell'auspicata crescita della produzione. Secondo stime del governo, nel 2017 il debito aggregato cinese valeva il 257% del Pil, ma secondo molti esperti la percentuale sarebbe molto più elevata se si tenesse conto della finanza-ombra (R. Barlaam, “L'ultimo brivido per la Cina è nel credito al consumo”, Il sole-24ore, 7/01/2018).

 

 

Il credito fa cilecca

 

Tra gli esperti di economia, l'indebitamento cinese desta ancor più preoccupazione di quanta ne crei il mostruoso gonfiarsi della bolla finanziaria nei centri dell'imperialismo. E' infatti in gioco il ruolo trainante che l'economia cinese ha rivestito nella crescita della produzione mondiale, e che nessun altro “emergente” può ambire a interpretare degnamente nell'immediato futuro. Bene o male, è stata l'economia cinese sospinta dal debito a sostenere il trend di crescita dell'economia mondiale prima e dopo la crisi del 2008. Ora questo processo sembra giunto al capolinea, e con esso si esaurisce un'altra opportunità del capitalismo mondiale per procrastinare il redde rationem.

La crisi finanziaria mondiale del 2008 è stata preceduta da un analogo processo di indebitamento. Fino a quella crisi il credito aveva svolto una funzione di spinta alla sovrapproduzione mondiale, innescando la spirale della speculazione nel settore tradizionale dell'edilizia nei Paesi avanzati – con ricadute su tutti i comparti produttivi – o indirizzando capitali verso i Paesi in via di sviluppo, attratti dagli alti tassi di interesse. All'esaurirsi dei cicli speculativi, i sistemi bancari che avevano cavalcato l'onda del credito facile erano poi entrati a più riprese in crisi. A inizio millennio, dopo la caduta  dei titoli tecnologici della new economy, il tentativo della Fed di rilanciare la produzione con un nuovo abbattimento dei tassi di interesse ha innescato la crisi finanziaria del 2008. Si chiudeva qui un intero lungo ciclo di espansione forzata dal credito avviato nei primi anni ‘90, accompagnato dalla progressiva liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitale.

Nei capitalismi ultramaturi, lo svolto del 2008 ha segnato l'inizio di una nuova fase. Da allora, la massa di denaro produttivo di interesse fatica a trovare sbocchi, direttamente o indirettamente, in investimenti produttivi in grado di alimentare le manovre finanziarie, di per sé sterili, con  un’adeguata massa di plusvalore. Questa difficoltà di valorizzazione che tocca il cuore pulsante del capitale fa sì che queste manovre si avvitino sempre più in una spirale speculativa autoreferenziale, interna agli stessi circuiti della finanza.

Non potendo competere con gli Stati Uniti nel ruolo di rentier mondiale, la Cina deve puntare sugli investimenti nel ciclo della produzione, dove ormai detiene il primato. Ma la classica funzione del credito di spinta alla produzione manifesta un'efficacia decrescente. Secondo uno studio del Fmi, in Cina “la crescita del credito è stata in media del 20% tra l'anno 2009 e il 2015, molto più della crescita del Pil nominale e della tendenza precedente” (M. Wolf, “Pechino nella trappola del debito”, cit.). Lo conferma uno studio di Crédit Suisse, secondo cui per mantenere il fatidico obiettivo del 6.5% di crescita il credito dovrebbe aumentare a ritmo doppio del Pil nominale, avvitandosi in una progressione alla lunga insostenibile. Secondo Morgan Stanley, se fino al 2008 la Cina creava un dollaro di Pil per ogni dollaro di credito, oggi il rapporto è di sei a uno! (G. Santevecchi, “Crescita, Cina terra promessa. Ma la spinta è solo pubblica”, Corriere.it, 19 settembre 2016).

Con buona pace dei fans dell'”economia reale”, lo sforzo cinese di generare profitti da nuovi investimenti non produce i risultati sperati. Per sviluppare lo stesso regime di giri il motore del capitalismo cinese consuma sempre più “benzina” monetaria.

Sovrapproduzione di capitali

Le difficoltà cinesi vanno riferite alla stessa causa a monte delle difficoltà mondiali: il lungo ciclo di espansione dell'economia ha generato un'enorme sovrapproduzione di capitale che non trova sbocchi. Tra il 2000 e il 2007 questo eccesso di capitale, salito nel periodo dal 37 al 50% del Pil alla voce “risparmi”, era confluito per metà in investimenti e per metà in sussidi all'export (chiamiamolo pure dumping), a sostegno della produzione interna e della conquista dei mercati internazionali. Con il 2008, anno di svolta anche per la Cina, la crisi mondiale ha ristretto il canale dell'export e l'eccesso di capitale ha gonfiato ulteriormente gli investimenti interni, passati dal 41% del Pil nel 2007 al 48% nel 2010.

Le autorità cinesi hanno assecondato questa tendenza favorendo il rientro di capitali con regole più restrittive per gli investimenti esteri (“Quella diversa visione tra cinesi e arabi sulla finanza”, IlSole-24ore, 5 aprile 2017), nel tentativo di frenare la fuga di capitali e contemporaneamente di aumentare gli investimenti interni per mantenere il tasso di crescita sopra il 6-6,5%% annuo. Questa è ritenuta la soglia critica sotto la quale si farebbe difficile stabilizzare i livelli occupazionali e tenere sotto controllo un proletariato dall'enorme potenziale, che ha già dimostrato capacità di dare battaglia. Detto per inciso, non v'è alcuna certezza che le statistiche ufficiali cinesi diano un quadro veritiero della crescita. Rimane il fatto che quella soglia è ritenuta vitale, non solo per il capitalismo cinese. E' a questo scopo che negli ultimi 10 anni sono stati spesi in Cina quasi 11 trilioni di dollari in infrastrutture, al prezzo di un indebitamento crescente e sempre più fuori controllo.

Nonostante lo sforzo di indirizzare investimenti sul mercato interno, rimane una significativa eccedenza di capitali in cerca di valorizzazione altrove. Il rischio è la ripresa della fuga di capitali, la riduzione delle riserve accumulate in decenni di espansione e la svalutazione del renmimbi: in effetti da giugno 2014 a giugno 2016 l'ammontare delle riserve cinesi è sceso da 4000 a 3000 miliardi di dollari. D'altra parte, se il deflusso di capitali è fonte di guai per la Cina, è linfa vitale per i mercati finanziari mondiali che se reggono ancora non è solo grazie ai vari Quantitative easing delle banche centrali.

Ma la potenza finanziaria determina la natura imperialista del capitalismo. Parte del surplus di capitali cinesi è indirizzato agli investimenti esteri a sostegno della politica di estensione e rafforzamento dei rapporti economici e politici in Asia, Africa e America dei sud. Il progetto della nuova “via della seta” (One belt one road) punta a integrare le vie di comunicazione terrestri con l'Europa, dove la Cina ha già acquisito il terminale marittimo del Pireo. Il colossale piano di creazione d’infrastrutture si finanzia con i crediti del sistema bancario cinese che assegnano alle nazioni coinvolte nel progetto il ruolo di debitori (F. Santelli, “Via della seta, la nuova sindrome cinese”, Affari e finanza, 14 maggio 2018). Il significato geopolitico di questo indirizzo è enorme e denso di implicazioni per i futuri equilibri tra imperialismi. Ciò che interessa sottolineare qui è la funzione del debito quale strumento di condizionamento e subordinazione degli interessi nazionali a quelli della potenza creditrice, il ruolo che svolge nella penetrazione finanziaria e nel disegnare le aree di influenza dell'imperialismo.

Spinte e controspinte all'apertura ai mercati internazionali

Negli ultimi decenni, lo sviluppo cinese ha sostenuto in modo determinante il corso del capitalismo mondiale. Ha sostenuto la produzione, il commercio e le necessità finanziarie mondiali. Senza lo sviluppo cinese, gli esiti della crisi del 2008 sarebbero stati probabilmente ancora più devastanti e prolungati. Il risultato è che la proiezione internazionale del capitalismo cinese va oggi ben oltre il ruolo di esportatore globale di manufatti a basso costo. E' diventato esportatore di capitali di primo livello e come tale ambisce a primeggiare sui mercati finanziari mondiali, a elevare il renmimbi al ruolo di moneta internazionale, a contrastare il ruolo del dollaro e a contendere il primato al sistema bancario americano.

In questa prospettiva, il governo cinese è di fronte a un bivio: o continuare a esercitare un controllo sui movimenti di capitale e sui tassi di cambio della valuta o dare via libera al deflusso di capitali aprendo contemporaneamente il mercato interno ai capitali esteri.

La convertibilità del renmimbi, per ora agganciato al valore del dollaro, è prevista a partire dal 2020; il nuovo presidente della Banca centrale cinese – affiancato nella direzione dal segretario del Partito – ha intrapreso un nuovo corso comunicando l'avvio di un processo di apertura della Cina ai mercati dei capitali a partire da giugno 2018 (“La Banca centrale cinese: ‘Apertura dei mercati di capitali da giugno’”, Il Sole-24 ore, 11 aprile 2018; vedi anche “Cina, Nuova era nella Banca centrale”, Idem, 18 marzo 2018). Che si tratti di una risposta politica alle iniziative protezionistiche americane, di ridefinire la centralità dell'economia cinese nel mondo o di accelerare il processo di allineamento con i capitalismi avanzati, la svolta apre la strada alla piena integrazione della Cina nei mercati finanziari mondiali. Il suo significato è paragonabile all'ingresso nel WTO nel 2000, quando la Cina si integrò nel commercio mondiale, ma comporta anche l'aumento del rischio di contagio tra sistemi bancari sempre più complessi, interconnessi e fragili (M. Wolf, “La finanza cinese minaccia tempesta sull'economia mondiale”, Il Sole-24 ore, 5 aprile 2017).

In definitiva, il processo che ha assegnato alla Cina il primato della produzione industriale e che ha sostenuto il corso asfittico delle economie più mature ha innalzato ulteriormente il livello delle contraddizioni del capitalismo mondiale. La sovrapproduzione mondiale di merci e capitali e l'eccesso di capacità produttiva globale portano all'inasprimento dei rapporti tra imperialismi, che in questa fase sono segnati dalla tendenza alla chiusura protezionistica e dalle reazioni che ne derivano.

Questa dialettica tra apertura e chiusura è risultato della insopprimibile contraddizione tra carattere internazionale del capitale e la sua dimensione nazionale. Finora il governo cinese ha cercato di esercitare il controllo sulle forze economiche con una gestione politica centralizzata, ma l'altissimo grado di internazionalizzazione spinge inesorabilmente il capitalismo cinese ad aprirsi ai mercati mondiali e lo espone a inevitabili contraccolpi sulla situazione interna. D'altra parte, le stesse dinamiche che spingono all'internazionalizzazione inducono reazioni di chiusura nella misura in cui la libera circolazione di merci e capitali mette in crisi gli assetti industrial-finanziari nazionali e la pace tra le classi.

Lo sviluppo prodigioso delle forze produttive mondiali negli ultimi decenni ha comportato che nessun mercato nazionale, per quanto ampio, possa assorbire gli eccessi di capacità produttiva. Nemmeno il promettente mercato interno cinese può rappresentare la soluzione ai problemi di sovrapproduzione del capitalismo cinese né tanto meno del capitalismo mondiale. Le sue possibilità di espansione sono necessariamente limitate dalla capacità di consumo delle masse: sebbene i salari cinesi siano aumentati significativamente rispetto a un decennio fa – il processo di rientro di alcune produzioni delle multinazionali nei Paesi d'origine deriva da una ridotta incidenza delle spese per l'acquisto di forza lavoro – sono ancora ben lontani da quelli degli operai d'Occidente. La crescita dei salari, come riferisce il nostro articolo del 2014, tiene a stento il passo dell'aumento dei prezzi dei generi destinati al consumo operaio, e d'altra parte l'abbandono del vantaggio dei bassi salari comporta la rinuncia al fattore che ha consentito lo sviluppo del capitalismo cinese dagli anni ’80 in poi e la necessità di rincorrere i capitalismi più avanzati sul terreno dell'innovazione tecnologica. Non per caso, una delle questioni al centro delle controversie commerciali con gli Stati Uniti riguarda le joint-ventures che subordinano gli investimenti produttivi americani in Cina alla condivisione delle competenze (know-how) tecnologiche.

Si legge in un report dell'UNCTAD datato 2016 che «in risposta all’invecchiamento della popolazione e all’aumento del costo del lavoro, che sta erodendo i vantaggi della manodopera manuale ‘low cost’, fin dal 2013 la Cina ha acquistato più robot industriali di ogni altro Paese» (IlSole-24ore, 18/11/2016). Questi investimenti incrementano la composizione organica media e accelerano la tendenza alla caduta del tasso del profitto. Come è avvenuto nei capitalismi più avanzati, una percentuale crescente di forza lavoro sarà dirottata verso il terziario, aumenteranno la disoccupazione e le forme di lavoro precario e sottopagato, masse crescenti di proletari rimarranno esclusi o marginali rispetto al mercato del lavoro.

La ridotta capacità complessiva di consumo delle masse proletarie renderà sempre più difficile trovare sul mercato interno sbocchi per l'eccesso di produzione. In Cina come ovunque, il mercato è una palude ingombra di beni che non possono essere smaltiti con sostegni alla domanda. Fa scuola l'esperienza dei capitalismi avanzati, dove l'epoca d'oro degli stimoli “keynesiani” si è conclusa agli albori degli anni ’80. Da allora il debito pubblico alimenta sempre meno i redditi e la spesa per il welfare e sempre più l'interesse finanziario. In Europa, e ancor più negli Usa, dove il reddito pro-capite è di molto superiore a quello cinese, il sostegno dei consumi è affidato in modo crescente al credito erogato dalla finanza privata.

Ebbene, un elemento di novità nella situazione cinese è proprio l'aumento rapidissimo del credito al consumo, cresciuto di 35 volte negli ultimi due anni. Il mercato dei prestiti è dominato con il 60% da una società del gruppo Alibaba, che con un capitale sociale di 10,7 miliardi di yuan, solo nella prima metà del 2017 ha concesso prestiti per 265 miliardi! (R. Barlaam, cit.) L'espansione di questo settore conferma l'avvicinamento della società cinese ai modelli di consumo attuali dell'occidente, nonostante ne sia ancora ben lontana per livelli di reddito pro capite. Come nei Paesi di vecchio capitalismo, il sostegno ai consumi è affidato più all'indebitamento privato che all'aumento dei redditi.

Tirando le somme

Il capitalismo cinese affida sempre più la crescita allo sviluppo degli investimenti e dei consumi interni stimolati da una politica monetaria ultraespansiva, né più né meno che in Occidente. L'enorme sovrapproduzione di capitali, frutto dei precedenti cicli di espansione, in cerca occasioni di valorizzazione, viene dirottata sugli investimenti interni dove le favorevoli condizioni del credito dovrebbero rallentare la fuga dei capitali e attivare una dinamica di accumulazione “virtuosa”, com'è nei desideri di tutti gli esecutivi del capitale. L'aumento degli investimenti dovrebbe indurre un'espansione della produzione su base allargata, un aumento dell'occupazione, dei salari e dei prezzi, e naturalmente dei profitti. Ma oggi le condizioni per una simile dinamica non sussistono nemmeno in Cina. Lo sviluppo raggiunto dalla composizione organica media fa sì che profitti, occupazione e salari, e di conseguenza i consumi, non tengano il passo della produzione e degli investimenti. La politica monetaria espansiva favorisce un allargamento dell'indebitamento tanto del settore privato (banche, imprese, famiglie) quanto dello Stato e delle amministrazioni locali, impegnati a finanziare infrastrutture e opere pubbliche. La crescita del debito si scarica pertanto sui prezzi di beni speculativi, immobili e titoli finanziari, entrambi alle stelle. Crescono rendite e interessi, ma non altrettanto cresce il profitto in rapporto agli investimenti. La parte inefficiente e corrotta che ruota attorno alle aziende pubbliche consuma reddito ma ne produce poco, mentre i settori più produttivi - per effetto della tendenza alla caduta del saggio medio del profitto - subiscono il calo relativo dell'occupazione e dei profitti in rapporto al capitale investito.

 

Un'ulteriore conferma che il capitalismo cinese ha imboccato la strada dei capitalismi maturi è l'aumento dell'indebitamento delle imprese cinesi che ha portato il rendimento delle obbligazioni societarie ai massimi da quattro anni.

In un contesto in cui la capacità produttiva è sovradimensionata e i mercati tendono alla saturazione, aziende, banche e privati sono sommersi dai debiti per ampliare produzione, investimenti e consumi. La sovrapproduzione alimenta ulteriormente l'eccesso di capitali e spinge a una crescente dipendenza dell'economia e della società dalla finanza.

In assenza di una dinamica di accumulazione sufficientemente “virtuosa”, l'espansione del debito può finanziarsi solo con nuovo debito. Di qui sorge la necessità di una maggiore apertura del mercato finanziario cinese ai movimenti internazionali di capitale per finanziare il debito con flussi di capitali esteri, allentando contemporaneamente i controlli sui capitali cinesi in uscita. Quando ciò avverrà – come portato inevitabile dello sviluppo capitalistico - si compirà un passo decisivo verso l'integrazione dei mercati mondiali dei capitali. Il processo è destinato a coinvolgere anche i titoli di Stato; il debito pubblico cinese attirerà capitali esteri in concorrenza con i bonds americani.

A quel punto il confronto tra i due colossi, Stati Uniti e Cina, sarà a tutto campo. Attualmente, la capacità del sistema bancario/finanziario degli Stati Uniti di attrarre flussi internazionali di capitale e di gestirne l'impiego è di molto superiore a quello cinese. Su questo terreno ancora non c'è gara, ma il semplice fatto che la Cina scalpiti per conquistarsi un ruolo di primo piano nella gestione dei flussi mondiali di capitale, che ambisca a fare del renbimbi una moneta accettata negli scambi internazionali, la mette in una posizione di forte attrito con la superpotenza atlantica, arroccata a difesa del primato tecnologico e finanziario che ancora detiene.

Il ruolo del debito pubblico

La soluzione immediata ai problemi sorti con l'espansione del credito si avvia a ricalcare quella dei vecchi capitalismi con il trasferimento di buona parte del debito allo Stato. La tendenza è confermata dagli ultimi dati sul debito pubblico, ufficialmente a 4600 miliardollari, ma già superiore a quello degli Stati Uniti (11.500) se si conteggiano le obbligazioni emesse dalle società veicolo per conto delle municipalità locali. Nel 2016 si sono registrati 24 casi di default di questi titoli (R. Barlaam, cit.).

Caricando il fardello del debito sulle spalle dello Stato, “la Cina diventerebbe un Giappone prematuro. Il debito pubblico salirebbe, ma il soggetto debitore sarebbe l'entità più solvibile del Paese. Contestualmente, si consentirebbe all'economia privata di adeguarsi ai segnali di mercato. Oggi la Cina può arrivare a una crescita del 6% solo lasciando crescere rapidamente l'indebitamento. Tutte le vie di fuga da questa trappola sono complicate. L'economia si sta rapidamente riequilibrando a favore dei consumi, ma è un processo che richiederà più di un decennio. La crescita del debito potrà essere sostenuta fino ad allora? Ho i miei dubbi” (M. Wolf, cit.).

Anche per la Cina le prospettive di crescita si fondano sulla parola d'ordine del debito. Il tentativo di salvare la produzione dall'inesorabile declino per mantenere il ruolo di “officina del mondo” si scontra con i rendimenti calanti degli investimenti. Nondimeno bisogna forzare la produzione col credito per mantenere vivo il ciclo investimento–produzione–circolazione–profitto. Solo che in questo ciclo il momento centrale della produzione, dove il capitale si vivifica sfruttando lavoro umano, si fa sempre più problematico, mentre il ruolo dell'investimento, in quanto non sufficientemente nutrito dal profitto, può essere garantito solo dall'indebitamento. La fonte del movimento del capitale diventa il debito, di cui in ultima istanza si fa carico lo Stato: “ In senso letterale, l'economia mondiale per gran parte degli ultimi nove anni si è poggiata sulla finanza pubblica. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto se il debito non fosse cresciuto, ma probabilmente ha evitato o perlomeno rinviato un'altra grande depressione” (dichiarazione di un manager delle finanza, riportata in “La bolla del debito globale”, Il Sole-24ore, 12 aprile 2015). Alla faccia del “libero mercato”!

Il debito pubblico, che all'alba del capitalismo fu principale leva dell'accumulazione, al tramonto di questo modo di produzione si fa garante di un'accumulazione forzata e artificiale, dal momento che il mercato non è in grado di generarla. Quando, in virtù di questo processo, il capitale finanziario si avvita inevitabilmente in una spirale autoreferenziale che cerca in sé anche il proprio nutrimento, l'ossessione si sposta dalla crescita alla remunerazione del capitale, il cui garante ultimo diventa sempre più il debito dello Stato.

Considerato il passo con cui in Cina avanza l'indebitamento, anche il proletariato cinese sarà schiacciato dalla spirale del debito quanto il proletariato d'Occidente, probabilmente ben prima di averne raggiunto i livelli attuali di reddito, compreso quello indiretto di un welfare sviluppato. D'altra parte, tanto il reddito operaio quanto il welfare d'Occidente sono progressivamente erosi dalle dinamiche del debito che alimentano il capitale finanziario. Chi dà nutrimento al debito pubblico attraverso il sistema fiscale non è certo il profitto che, mentre progressivamente scompare di scena, gode di crescenti sconti fiscali, ma l'umanità proletaria resa sempre più schiava dai meccanismi predatori della finanza e del suo Stato. Questo non succhia linfa vitale al capitale, come pontificano i sapientoni formati alla scuola neoliberista, ma al proletariato, per convogliarla nelle membra esangui del capitale stesso. Il capitale è tanto più libero quanto più lo Stato è servo. La riforma fiscale di Trump non fa altro che prendere atto di un dato oggettivo: il capitale, non più in grado di campare con le sue forze, ha bisogno che lo Stato vesta i panni del grande badante istituzionale. E allora, cresca il debito pubblico a finanziare la riduzione delle tasse sui profitti, perché trionfi ancora il capitalismo morente! Trionfo illusorio che maschera i contorni di una crisi che affonda nelle basi stesse della valorizzazione. Le fondamenta della società borghese si vanno sgretolando con modalità che ricordano il crepuscolo dell'Ancien régime, ciecamente avvinghiato alle rendite esentasse, incapace di riconoscere i segni dell'erompere della rivoluzione che l'avrebbe affossato. Forse non è così lontano il tempo in cui il vulcano della produzione farà di nuovo erompere il vulcano sociale, a Oriente come a Occidente.

NOTE

1- Rimandiamo in proposito agli articoli apparsi su “Il programma comunista” nel corso del 2014. Vedi in particolare il n.6, dove si considera anche il problema del debito cinese.

2- “Il programma comunista”, n.6/2014.

3- La Cina è “ il Paese in cui il credito è cresciuto in maniera più evidente. Nel 2009 il governo di Pechino ha aumentato il debito e la spesa di 4 triliardi di renminbi (pari a 586 miliardi di dollari statunitensi), vale a dire più del 10 per cento del Pil cinese. Questa massiccia iniezione di liquidità nell'economia cinese faceva parte del pacchetto di stimolo coordinato dal G20 per stabilizzare la crescita globale» (“La bolla del debito globale”, Il Sole-24ore, 12 aprile 2015).

4- “Il programma comunista”, n.6/2014.

 

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