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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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ROMA, presso "Libreria Anomalia", via dei Campani, 73 — primo martedì del mese dalle 17,30 
TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
BOLOGNA, c/o Circolo Iqbal Masih, via dei Lapidari 13/L (Bus 11C) - secondo e ultimo martedì del mese, dalle 21,30 (Gli incontri di Bologna, sono momentaneamente sospesi. Non appena sarà possibile riprenderli, lo comunicheremo)
BENEVENTO, presso Centro sociale Asilo Lap31, Via Bari 1 - il primo Venerdì del mese, dalle ore 19.00.

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Martedì, 25 Settembre 2018

Tunisia: riesplode la rivolta!

Scrivevamo (Il programma comunista, n°2 del 2011), mentre infuriavano le proteste e gli scontri che misero a soqquadro tutta l’area del Nordadfrica – una stagione di lotte straordinarie, quella delle cosiddette “Primavere arabe”: “Non è stata una rivoluzione. Una rivoluzione mette in discussione non un regime (foss’anche quello più becero), ma un intero modo di produzione. In Algeria, Tunisia, Egitto, Libia e altrove, c’è stato un possente ed esteso moto di ribellione, partito dalle masse proletarie e proletarizzate che hanno detto basta! […] Siamo in presenza di un movimento nato nel profondo del sottosuolo sociale e scatenato dal progredire della crisi economica, che continua il suo cammino inesorabile, distruggendo presunte stabilità e certezze e al tempo stesso abbattendo muri e steccati ideologici e fondendo insieme, all’insegna dell’urgenza di sopravvivere, settori diversi di un proletariato mondiale sofferente e abbandonato a se stesso”.

Torniamo ora al presente, carico di tensioni sociali nella stessa area che non si sono spente per quanto siano passati sette anni da quegli avvenimenti. La Tunisia – c’informano i mezzi di comunicazione borghesi – ha realizzato una credibile transizione democratica, meritandosi così d’esser menzionata dall’Economist nel 2014 come “Paese dell’anno”. Ma, cacciato un dittatore rimasto al potere 21 anni, il fertile terreno democratico ha generato una nuova dittatura: come volevasi dimostrare!

“Rientrata” (almeno per il momento) la protesta in Iran, ecco dunque che essa si è riaccesa in Tunisia. Sette anni dopo la “Rivolta dei gelsomini” e le cosiddette “Primavere arabe”, i “senza riserve” sono nuovamente tornati al centro della lotta contro il carovita, la precarietà e la miseria, contro la marginalizzazione e la disoccupazione. Andiamo allora al cuore della dinamica dei fatti e cerchiamo di mettere a fuoco le prospettive di quanto è successo e sta succedendo.

Con intensità ed estensione diverse, le masse proletarie e proletarizzate dei due paesi (Iran e Tunisia) sono scese in piazza, fregandosene altamente degli appelli alla moderazione: dopo quasi un decennio di oppressione e repressione, il tappo sta nuovamente saltando. Si conferma ancora una volta che le due aree, quella mediorientale e quella nordafricana, sono socialmente connesse: i proletari, i senza riserve arabi o persiani, sono e continuano a essere la stessa classe, perché gli stessi sono i loro bisogni. Al tempo stesso, le concezioni e le divisioni religiose sono ancora illusioni e droghe ideologiche, che essi si trascinano dietro come catene, imposte loro dalla classe dominante al potere. Così come la rabbia giovanile in Iran ha la sua causa nelle condizioni di vita miserabili, aggravate dall’enorme peso di anni e anni di spese di guerra, allo stesso modo in Tunisia l’innesco per le rivolte è dato dall’ondata di aumenti dei prezzi prodotta dall’entrata in vigore, a dicembre scorso, della Legge finanziaria 2018, approvata dal Parlamento tunisino (e richiesta dal FMI). Essa prevede l’aumento del prezzo dei carburanti, delle tasse sulle auto, delle assicurazioni, dei servizi, delle auto, dei cellulari, dell’IVA (dell’1%) e, non ultimo, dei beni di prima necessità, tra cui il pane. Obiettivi dell’Esecutivo erano dunque, da una parte, il contenimento della spesa pubblica e dall’altra il piano di austerity richiesto dal Fondo monetario internazionale per “riformare” l’economia, che richiede il pagamento nell’arco di tre anni del prestito di 2,8 miliardi di dollari. In cambio, che cosa richiede l’usuraio internazionale? Semplice: l’eliminazione di 20mila impiegati pubblici e la cancellazione del sistema pensionistico, il cui deficit è aumentato in due anni del 65%, Dove trovare il denaro? Attraverso un irrealistico aumento del Pil del 2%, la diminuzione dei salari con l’innalzamento dell’inflazione al 6% e la svalutazione del dinaro tunisino. A fronte di questo vero e proprio attacco, in una decina di città è scoppiata la rivolta, con proteste di piazza e scontri di strada. Per tre giorni, il paese è stato scosso dalla lotta contro la disoccupazione e la povertà, in particolare della massa giovanile.

Gli scontri con la polizia, le centinaia di arresti, i feriti, la morte di un uomo investito da un mezzo dell’esercito, il saccheggio di un supermercato mostrano il grado di violenza sviluppatasi spontaneamente. Anche a Tunisi e in periferia centinaia di giovani sono scesi in piazza: pietre, molotov, incendio dei cassonetti e di auto della polizia... A Citè Zouhour, nel governatorato di Kasserine i reparti dell’esercito schierati hanno “riportato l’ordine” dopo una giornata di scontri e tensioni. Le autorità sono costrette a confermare la presenza di grandi manifestazioni ovunque nel paese, durante le quali – riferiscono le cronache – sono stati assaliti posti di polizia, caserme, uffici, depositi, sedi comunali, banche.

Il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, non può che scrivere: “le riforme impopolari colpiscono le fasce più deboli, ma sono un passaggio obbligato, per quanto dolorose esse siano, per raggiungere l’obiettivo di un’economia sostenibile”. “Economia sostenibile”? Ma dove, ma quando? Quel che sta accadendo nella fascia che va dalla Tunisia all’Iran mostra al contrario l’insostenibilità di quest’economia, l’insostenibilità del modo di produzione capitalistico. I proletari di tutta quell’area la vivono, quell’insostenibilità, sulla propria pelle e cercano, pur nell’isolamento, di reagirvi: che i proletari dell’Occidente “garantito” ne traggano le dovute lezioni!

12/1/2018

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

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