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Sabato, 17 Novembre 2018

Gran Bretagna: Ancora e sempre la “questione delle abitazioni”

Per cominciare

Nel testo La questione delle abitazioni (pubblicato originariamente in forma di articoli nel 1872 e ripubblicato in opuscolo nel 1887), Friedrich Engels scriveva: “E donde proviene la penuria di abitazioni? Come si è originata? [Essa] è un prodotto necessario della forma di società borghese; […] non può sussistere, senza la penuria di abitazioni, una società in cui la gran massa lavoratrice non ha nessuna altra risorsa che il salario del suo lavoro, da cui trarre tutti i mezzi necessari alla sua esistenza e alla sua riproduzione; in cui i perfezionamenti a getto continuo dei macchinari ecc. gettano nella disoccupazione masse di lavoratori; in cui violente fluttuazioni industriali a ritmo regolare provocano da una parte l'esistenza d'una numerosa riserva di lavoratori disoccupati, dall'altra gettano temporaneamente sul lastrico la gran massa di operai senza lavoro; in cui i lavoratori sono ammassati e pigiati nelle grandi città, e ad un ritmo più rapido di quello a cui, nelle attuali condizioni, possono costruirsi le abitazioni per loro; una società in cui, dunque, si deve trovar denaro anche per pagare la pigione anche dei cortili più abietti; in cui, per finire, nella sua qualità di capitalista, il padrone di casa non ha solo il diritto, bensì, grazie alla concorrenza, anche in un certo qual modo il dovere, di ricavare spietatamente dalla sua proprietà i fitti più alti. In una società del genere la penuria di abitazioni non è un caso, è un'istituzione necessaria, può essere abolita, insieme a tutti gli effetti che sortisce sull'igiene e via dicendo, solo se viene sovvertita dalle fondamenta l'intera società da cui scaturisce. Ma tutto questo il socialismo borghese non può saperlo. Non può spiegarsi la penuria d'abitazioni in base ai rapporti da cui nasce. E quindi non gli resta altro mezzo che spiegarla con frasi moralistiche in base alla cattiveria degli uomini, diremmo quasi in base al peccato originale” 1.

La citazione serve egregiamente per mettere a fuoco quanto cercheremo di mostrare di seguito, a proposito della situazione abitativa in Gran Bretagna, riprendendo e ampliando due articoli usciti su queste stesse pagine nel 2015 e nel 2016 2. Nel primo, scrivevamo: “Londra e altre città medio-grandi possono anche apparire, soprattutto nei loro quartieri centrali, come altrettanti cantieri a cielo aperto (scavi, gru, impalcature per orribili costruzioni nate dagli incubi notturni di qualche archi-star profumatamente pagato: cantieri sottoposti comunque agli alti e bassi del mercato, con lunghi arresti e improvvise accelerazioni). Ma la realtà che vi si cela dietro (o sotto?) è ben altra. Si ripropone cioè, come succede da un buon secolo e mezzo a questa parte, in Gran Bretagna come altrove, la questione delle abitazioni: l’altra faccia della rendita fondiaria, della speculazione edilizia, di un capitale in affannosa e perenne ricerca d’ossigeno...”. Ricordavamo dunque l’aumento incessante dei prezzi delle case, la crescita del numero delle famiglie che all’acquisto “preferiscono” l’affitto privato (che, d’altra parte, non fa che crescere), la stima di 250mila nuove case all’anno necessarie a provvedere ai bisogni della popolazione britannica mentre se ne costruiscono meno di metà, lo stato di abbandono in cui versa buona parte del patrimonio edilizio popolare fra degrado e mancanza di manutenzione, il vero e proprio dilagare dei senzatetto… E, giusto a proposito dei senzatetto, così concludevamo il secondo articolo: “Intanto, sempre più drammatica si fa la situazione dei senzatetto, e in particolare delle fasce più deboli ed esposte come madri single e bambini: […] risulta sempre più contratto il numero di nuove 'social rent' homes (appartamenti 'ad affitto sociale') finanziate dal governo, sceso nell’anno trascorso a meno di 10mila, vale a dire il 70% in meno rispetto a cinque anni prima (The Observer, 18/9/2016)); contemporaneamente, sono aumentati gli affitti nelle case ad 'affordable rent' (ad affitto accessibile), e i due 'fenomeni' combinati insieme stanno producendo un’autentica ghettizzazione per fasce d’età, con gli over 50 via via espulsi verso la periferia o in aree rurali e i più giovani a cercare di sbarcare il lunario in case con affitti sempre più alti (+5,2% rispetto al 2015, fino a cifre record intorno alle 900 sterline al mese, in Inghilterra e Galles: The Guardian, 9/9/2016). C’è poi la situazione davvero drammatica delle famiglie costrette a vivere in 'temporary accomodation' (sistemazioni temporanee): nella sola Londra, si parla di quasi 52mila nuclei familiari, con un totale di 90mila bambini: nuclei familiari per lo più composti […] da madri single e/o incinte. Le linee-guida al riguardo indicano che nessun nucleo dovrebbe risiedere per più di sei mesi in queste 'sistemazioni temporanee' (che spesso i comuni appaltano a privati privi di scrupoli, con i prevedibili risvolti di sovraffollamento, pessime condizioni igieniche, scarsa se non inesistente manutenzione, ecc.). La realtà è ben diversa, specie in grandi metropoli come Londra, dove risulta che più della metà dei nuclei familiari vi rimane per periodi che vanno fino ai due anni. Le conseguenze sono facili da immaginare!”.

E' forse mutata la situazione? Sì: in peggio, e drammaticamente.

L'incendio alla Grenfell Tower di Londra: omicidio di massa, omicidio di classe

Nella notte fra il 13 e il 14 giugno 2017, un incendio scoppiò al terzo dei 24 piani della Grenfell Tower, in un isolato tutto di social housing (edilizia popolare) composto da altre torri simili e sito nel cuore del ricco borough di Kensington and Chelsea 3. Nel giro di trenta minuti l’intera torre (129 appartamenti) era un unico falò mostruoso. Morirono bruciate o soffocate 71 persone, uomini, donne, bambini, anziani. La cifra è quella ufficiale, ma è molto probabile che si tratti di una sottostima: a quanto pare, infatti, la torre ospitava anche numerosi immigrati non registrati. Se si scorre poi l’elenco ufficiale delle vittime, i nomi parlano chiaro: solo otto rimandano a un’origine britannica o europea 4

L’edificio, costruito nei primi anni ’70 del ‘900 e servito da ascensori (inutilizzabili in caso d’incendio) e da un’unica scala centrale, era gestito, per conto del Kensington and Chelsea Borough Council, da un’associazione mista di rappresentanti degli inquilini di Kensington e Chelsea, di assessori locali e di personalità indipendenti, la Kensington and Chelsea Tenant Management Organisation (KCTMO), la più grande associazione di questo tipo in Gran Bretagna, che gestisce qualcosa come 10mila immobili di social housing nel solo quartiere. Il quale, attenzione!, è un quartiere di lusso, di grandi ricchezze e magioni, accanto e intorno a sacche di grande povertà 5: si può dunque immaginare la composizione sociale di quell’associazione... Proprio a contrastare la KCTMO, era nata un’organizzazione di base dell’isolato popolare, la Grenfell Action Group, che più volte, fin dal 2013, aveva accusato la KCTMO di essere una “piccola mafia” e denunciato le condizioni in cui l’intero isolato si trovava, arrivando a dichiarare che soltanto un “evento catastrofico” con “gravi perdite di vite umane”, come “un incendio in una delle torri”, avrebbe forse potuto indurre – drammaticamente – a un cambiamento 6.

La presa di posizione dell’organizzazione di base era anche dovuta al fatto che, tra il 2012 e il 2016, era stato effettuato un lavoro di ristrutturazione dell’edificio che, sia per le modalità sia per i materiali usati, aveva lasciato perplessi e preoccupati gli inquilini e lo stesso Action Group – i quali più volte avevano fatto sentire la propria voce. Non intendiamo dilungarci sulle caratteristiche di questo lavoro di ristrutturazione: basti qui segnalare che il cappotto costruito intorno alla torre per migliorarne l’aspetto (leggi: per non ferire gli occhi dei ricchi residenti a poche centinaia di metri di distanza) era composto di pannelli in materiale altamente infiammabile e che progetti alternativi miranti proprio a limitare i danni da incendio erano stati bocciati perché… troppo cari 7. I 320 nuclei familiari (fra cui più di 200 bambini) sopravvissuti ma privati di tutto sono attualmente “ospitati” in alberghi – molto probabilmente candidati a una futura vita di strada 8. Ancor oggi tremendo tizzone annerito che svetta sopra le candide magioni della ricca Londra, la Grenfell Tower resta a dichiarare che là dove impera la legge del profitto non c’è vita umana che tenga 9.

Ma l'omicidio di massa e di classe alla Grenfell Tower rischia di far dimenticare tutto il resto: non solo le condizioni in cui si trovano decine e centinaia di torri simili, edificate con materiali scadenti, con manutenzioni (quando ci sono!) scarse e affrettate e dunque con una “qualità della vita” che si può ben immaginare, bensì anche le condizioni “normali” in cui si trova la stragrande maggioranza del proletariato in Gran Bretagna dal punto di vista di quella necessità primaria che è un posto dove vivere.

Un breve sguardo indietro…

E’ necessario a questo punto un breve sguardo retrospettivo, che aiuterà a mettere meglio a fuoco la “questione”. Intorno a metà degli anni ’70 (e la datazione è importante: sono gli anni in cui si chiude la fase espansiva post-bellica del capitale ed esplode la crisi di sovrapproduzione di merci e capitali), si assiste in Gran Bretagna da un lato a un significativo, progressivo rallentamento nella costruzione di nuove case (fra cui, prime fra tutte, quelle di edilizia popolare) a opera dei consigli locali: da metà delle nuove case costruite nel 1970 a un misero 1,25% nell’anno 2015-16 10; e, dall’altro, a una serie di modifiche profonde nella legislazione relativa al settore abitativo. A partire dallo Housing Act del 1980 di thatcheriana memoria (il cosiddetto “Right-to-Buy Act”, che permetteva e con forti sgravi incoraggiava l’acquisto della casa), la corsa all’acquisto/vendita delle abitazioni di edilizia popolare inizialmente gestite dai local councils dei boroughs, non s’è fermata: al 1987, se n’erano vendute più di un milione. Quella legge conteneva inoltre misure tali da trasformarla in un’autentica trappola: per esempio, i consigli locali non erano autorizzati a spendere più del 25% delle somme ricavate dalla vendita per ripristinare e/o ampliare il parco abitazioni in gestione o per effettuare le necessarie manutenzioni in quello rimasto a loro disposizione. Inoltre, si spalancava la porta al massiccio ingresso in campo di capitali speculativi e di ditte private a ogni livello, con la catena di appalti e subappalti (in tutti i campi: dalla costruzione alla manutenzione, ecc.) che ben si conosce. Gli effetti a breve e lungo termine si possono facilmente immaginare. Caduti i governi tory, il successivo governo labour (Blair!) ha tranquillamente continuato la medesima politica di deregulation e di incremento del settore privato, con lo sviluppo di una vera e propria building lobby, istituendo poi le Tenant Management Organisations (TMO) di cui s’è detto sopra.

C’è naturalmente dell’altro, a dimostrazione del fatto che ogni aspetto del “vivere” nel modo di produzione capitalistico è strettamente collegato. E’ infatti evidente che trasformare il proletario in piccolo proprietario di una casa non ha solo l’effetto di sgravare da spese improduttive l’autorità pubblica (lo Stato e, via via, le sue articolazioni), ma anche – e, dal punto di vista della lotta di classe, soprattutto – quello di rendere quel proletario oltre modo ricattabile: di trasformarlo cioè in “cittadino ossequiente”, rispettoso della legge, passivo nei confronti dello Stato e dell’autorità, impegnato singolarmente a far fronte alle “spese di casa” (e tanto spesso strangolato da esse), ai prestiti ottenuti dalle banche per affrontare l’acquisto, a tutti i problemi annessi e connessi. E’ insomma un’ulteriore arma anti-proletaria che viene messa in campo, con l’effetto di dividere i proletari, di intimidirli e renderli cauti e passivi di fronte alle necessità di qualunque lotta classista: come si possono perdere ore e giorni di lavoro per uno sciopero, quando si ha un mutuo da pagare? come ci si può scontrare con lo Stato e i suoi manutengoli, se si deve avere immacolata la fedina penale? che succede se la ditta per cui si lavora chiude o de-localizza o licenzia? Eccetera eccetera. Non bisogna poi nemmeno dimenticare che la politica di “incentivazione all’acquisto della casa” (con tutte le sue implicazioni ideologiche e materiali) è contemporanea alla curva delle lotte proletarie in Gran Bretagna che, dopo tanti episodi generosi (la lotta dei lavoratori, per lo più immigrati, dei laboratori di sviluppo fotografico della Grunwick, durato due anni, fra il 1976 e il 1978: tanto per fare un esempio), culminarono nel grande sciopero dei minatori degli anni 1984-85, ampiamente controllato dai sindacati e ferocemente represso dallo Stato: una volta di più, la carota (ingannevole) e il bastone (reale).

e uno tutt’intorno

Su uno dei numerosi cantieri che sventrano intere aree londinesi divenute appetibili per la speculazione edilizia, giganteggiava poco prima della fine dell’anno 2017 lo slogan della ditta edificatrice: “Stiamo aiutando a risolvere la crisi abitativa creando 100.000 nuove case. Perché le case importano (homes matter)”. Anche ammesso che quelle 100.000 case vedano mai la luce, nessun proletario potrà mai permettersi, anche volendo, di acquistarne una! E quello slogan, se confrontato con i dati sulle condizioni abitative a Londra e in Gran Bretagna, suona come un’autentica, cinica presa in giro.

Limitiamoci ad alcuni dati ufficiali (da “Local Government Inform” del 16/6/2017). Nella sola Londra, il numero di appartamenti di proprietà di autorità locali (councils) considerati pudicamente non decent, vale a dire non rispondenti a standard di vivibilità, sfiora le 40mila unità; nell’intera Inghilterra (a esclusione dunque di Scozia, Galles e Irlanda del Nord), la cifra raddoppia. Chiunque può fare i propri calcoli, ipotizzando nuclei familiari di due-tre-quattro persone e deducendo le loro condizioni di vita… Quanto alla realtà della homelessness (che va da chi dorme per strada a chi “usufruisce” di temporary accomodations, sistemazioni provvisorie, che come abbiamo visto finiscono per essere praticamente definitive e preludere alla… strada), i dati sono altrettanto impressionanti. Un rapporto reso pubblico nell’agosto 2017 dalla Heriot Watt University di Edinburgo 11 elenca una serie di “condizioni” definite di core homelessness (il nocciolo duro dell’essere senza casa), che è utile ricordare perché dicono la drammaticità della situazione: dormire per strada; dormire in tende, auto, trasporti pubblici; in occupazioni abusive; in sistemazioni non-residenziali inadatte come “letti in baracche”; in ostelli; in ricoveri per la notte o per l’inverno; in appositi rifugi per le vittime di violenza domestica; in sistemazioni temporanee inadatte come bed&breakfast, alberghi, ecc.; in sistemazioni provvisorie in casa d’altri (non familiari). 160mila persone in tutta la Gran Bretagna si trovavano in una di queste situazioni nel 2016, con un aumento del 33,4% rispetto al 2011: e le previsioni sono in crescita!

Si tratta di dati ufficiali che dunque (anche per l’evidente difficoltà di monitorare la situazione) sono con ogni probabilità inferiori a quelli reali: infatti, un secondo rapporto, elaborato dall’opera pia Shelter, addirittura raddoppia quel numero, mettendo l’accento anche su quella che viene definita hidden homelessness, la condizione “nascosta” di chi non ha casa e vaga da una situazione all’altra. Uno scenario che, pur avendo in Londra il suo centro esplosivo, s’allarga sempre più a tutto il paese: a Manchester, una persona su 154 è senza casa; a Birmingham, una su 88; a Bristol, una su 170 12. Uno scenario che ricorda da vicino quelli da rivoluzione industriale – quegli stessi che Engels ha descritto in maniera così lucida nel suo La situazione della classe operaia in Inghilterra, pubblicato più di centocinquanta anni fa…

Quali risposte alla “questione”?

Sommandosi ad altre problematiche (la disoccupazione, l’erosione dei salari, il progressivo smantellamento del servizio sanitario nazionale, ecc.), la “questione delle abitazioni” contribuisce a rendere la situazione sociale in Gran Bretagna potenzialmente esplosiva – Brexit o non Brexit. Non mancano certo organizzazioni che si mobilitano per farvi fronte: per esempio, il Radical Housing Network con base a Londra elenca ben 27 diverse organismi locali impegnati, nella metropoli, su questo terreno 13; e analoghi organismi sono cresciuti e stanno diffondendosi in altre città. Ma da un lato non c’è ancora un vero movimento generalizzato e coordinato, come in parte esisteva negli anni ’70 quando la crisi aveva cominciato a picchiar duro: e ciò mostra quanto cocente sia stata la sconfitta proletaria negli anni e decenni successivi. Dall’altro, il localismo (da sempre bestia nera del movimento operaio inglese, e non solo!) rende deboli e alla lunga inefficaci questi stessi tentativi di rispondere all’attacco del Capitale. Non si tratta solo di localismo geografico: è la stessa tendenza a circoscrivere i problemi isolandoli l’uno dall’altro che va combattuta e superata.

La prospettiva per cui lavoriamo noi, a contatto con la classe ove le nostre forze ce lo permettono, è quella della ritorno sulla scena di organismi territoriali di lotta, che si facciano carico di tutti gli aspetti della condizione proletaria: dalle condizioni di lavoro alla questione abitativa, dalle bollette di gas e luce ai trasporti pubblici, dall’organizzazione dei disoccupati alla difesa dei proletari e delle proletarie dagli attacchi delle bande legali e illegali dello Stato borghese, e via di seguito. Sappiamo bene che questi organismi territoriali non possono nascere a tavolino, e non è compito del partito rivoluzionario crearli dal nulla: saranno (dovranno essere) il risultato di tutta una serie di esperienze di lotta fatte dai proletari nel difendersi dall’attacco del Capitale. Compito del partito rivoluzionario è agitare questa “parola d’ordine”, mostrarne l’assoluta necessità alle avanguardie proletarie più consapevoli – e agganciarla alla più ampia denuncia dei misfatti di un modo di produzione che ha fatto il suo tempo, che agonizza spargendo ovunque sangue e distruzione, e che dunque va abbattuto, per sostituirvi una società finalmente senza classi.

 

1 https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1872/abitazioni/qa-2pa.htm. In volume, con qualche variante di traduzione: F. Engels, La questione delle abitazioni, Editori Riuniti, pp.57-58.

2 “C’è del marcio in Gran Bretagna. Appunti sulla situazione sociale”, Il programma comunista, n.6/2015; “C’è sempre più del marcio in Gran Bretagna”, Il programma comunista, n.5-6/2016.

3 Nelle metropoli inglesi, il borough corrisponde a una suddivisione amministrativa, provvista di sindaco e consiglio (council) e di una certa autonomia, ma comunque subordinata all’autorità centrale cittadina. Nel caso di Londra, i boroughs sono trentadue, più la City che ha ordinamento particolare.

4 The Guardian, 17/11/2017.

5 The Guardian, 13/11/2017: “Un rapporto sulla diseguaglianza nel quartiere Kensington-Chelsea […] ha rivelato che in alcune zone del quartiere il reddito medio può ‘precipitare di dieci volte solo attraversando una strada’”.

6 Cfr. Doug Thorpe, “Public Housing After Grenfell”, in Transform. A Journal of the Radical Left, n.3/2017. Va ricordato che non erano mancate, in passato, altre tragedie: per esempio, nel maggio 1968 l’intero angolo di un’altra torre di edilizia popolare (Ronan Point, 21 piani, nell’est di Londra) era crollato a causa dell’esplosione di gas in un appartamento del quarto piano, facendo quattro morti e parecchi feriti: l’indagine che seguì rivelò gravissime carenze strutturali che avrebbero potuto portare al crollo dell’edificio anche solo in presenza di un forte vento! (cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Ronan_Point). Una serie di inchieste successive rivelò gravi criticità strutturali in numerose altre torri di edilizia popolare a Londra, alcune delle quali furono in seguito abbattute. A quanto pare, tuttavia, l’eventualità dell’incendio non venne presa in considerazione... Più di recente, nel luglio 2009, un’altra torre andò a fuoco nel quartiere londinese di Camberwell, causando sei morti e venti feriti; “disastri” simili si sono inoltre verificati a Liverpool, Stevenage, Irvine…

7 Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Grenfell_Tower_fire. Pannelli simili risultano installati in almeno 200 torri in Gran Bretagna.

8 Un’altra conseguenza impressionante della catastrofe è la catena di tentati suicidi (almeno una ventina, di cui uno portato a termine) verificatisi fra i sopravvissuti nei mesi successivi (fonte: vedi nota 7): non sono solo le morti e le ferite fisiche ma anche quelle psicologiche il prodotto di questi disastri a opera della legge del profitto e della speculazione edilizia – in una parola, del capitalismo.

9 A questo proposito, vogliamo rimandare almeno a due nostri testi classici, che trattano proprio delle condizioni abitative nel modo di produzione capitalistico: “Specie umana e crosta terrestre”, Il programma comunista, n.6/1952; “Spazio contro cemento”, Il programma comunista, n.1/1953. Entrambi si possono leggere nel nostro sito www.partitocomunistainternazionale.org.

10 Tutti i dati provengono dall’articolo di Doug Thorpe citato sopra.

11 “Crisis – Homelessness Projections: Core Homelessness in Great Britain - Summary Report”: cfr.

https://www.crisis.org.uk/media/237582/crisis_homelessness_projections_2017.pdf

12 “The Guardian”, 8/11/2017.

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