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Lunedì, 16 Luglio 2018

Economia borghese, ovvero… una balla colossale

Da quando hanno assegnato il premio Nobel per l’economia al professor Riccardo Thaler dell’Università di Chicago, dalle cattedre universitarie è cominciata a colare una cascata di liquami. Sembra di capire che non va più di moda la vecchia economia, macro e micro, reale e finanziaria, concreta e fittizia: ora va per la maggiore “l’economia comportamentale” e i premi Nobel degli ultimi anni lo confermano. Così, il quotidiano economico Il Sole 24 ore ha dedicato gli ultimi mesi dell’anno a un dibattito tra economisti “di grido”, dal titolo “Processo all’Economia”.

I lettori non si spremano le meningi sull’aggettivo “comportamentale”: esso dovrebbe riguardare quelle azioni che da alcuni anni gli economisti fanno rientrare nella cosiddetta “teoria delle scelte individuali” (o “teoria delle decisioni”), al confine tra Las Vegas e le Neuroscienze ( tra giocatori d’azzardo e malati di mente!). Thaler vorrebbe elaborare “modelli di comportamento” alternativi a quelli formulati dall’economia politica classica. L’orizzonte dell’economia si è allargato, c’informano: la disciplina oggi tocca magnificamente i confini “della psicologia, della sociologia matematica, delle scienze politiche, degli studi giuridici e dell’antropologia culturale” (1). Ma non è tutto, qualunque altra disciplina vi si può accostare e aggiungere perché la metodologia comportamentale è… “flessibile e versatile”! “Si tratta – aggiungono – di ‘political economics’, dello studio dell’interazione tra sistemi politici e mercati, di esplorazione del confine tra economia e governi, tra distorsioni istituzionali ed elettorali nelle scelte di politica economica e fiscale”. Or dunque, che cosa c’è di così innovativo? Nulla! Nella sostanza si tratta di un’immensa palude, dove contabili e teorici “creativi” possono sguazzare a piacere come le anguille (o le carpe?). Si aggiungano poi i comportamenti codificati con strumenti usati in meteorologia e sismologia e la “mucillagine comportamentale” che si accumula prenderà il nome di “Nuovo Corso”, con tanti nuovi premi Nobel. In uno slancio iperbolico, si aggiunge poi: “Qui è un campo attivo e fertile, dove il rigore statistico e sperimentale si affianca alla curiosità per il comportamento umano individuale e collettivo. La vignetta del macroeconomista iper-razionale che fallisce nel predire la crisi del 2007-’09 fa ridere perché questa disciplina è molto di più”. In altre parole non è solo una grande balla… è una balla colossale. Il quadro di Thaler è quello “delle ‘preferenze sociali’, della reciprocità, della fiducia, della gratuità, dell’equità, tutti moventi delle azioni economiche difficili da compattare sotto la categoria del self-interest abitualmente usata nel modello neoclassico. […] Si aggiungano il rimpianto, il senso di colpa, la vergogna, l’orgoglio e altre simili emozioni sociali uscite dagli studi degli psicanalisti” e la palude si fa sempre più profonda (2). Alla base dell’analisi comportamentale, si trova il rifiuto del “principio di razionalità”, quella razionalità che “L.Walras, teorico neo-liberista, alla fine dell’Ottocento, doterà, tramite il concetto di equilibrio tra domanda e offerta, di una formulazione matematica quantitativa. Una volta raggiunto l’equilibrio i produttori non forniranno troppo creando surplus, né troppo poco, lasciando insoddisfatti gli acquirenti, in modo che nel punto di equilibrio l’offerta equivalga la domanda e le forze economiche si bilanceranno” (3). Dogma, questo (ricordiamo noi!), smentito da tutte le crisi del passato e dall’attuale crisi, perché nega la realtà delle crisi di sovrapproduzione di merci e di capitali, che periodicamente ritornano e sconvolgono l’intero sistema di produzione, di circolazione e di scambio. Ma tant’è! Si sa, i premi Nobel non hanno tempo per tali sciocchezzuole, cui sono comportamentalmente indifferenti! Non ci si stupisca allora se dopo le epoche di iper-razionalismo della scuola soggettivista (dell’utilità marginale), che è in relazione al bisogno del singolo, e di quella matematica (dell’equilibrio economico), che deduce il prezzo dai dati quantitativi del mercato, ci si rivolga all’“analisi comportamentale” per cercare “nuove” strade? Nuove? Permetteteci di dubitarne. Lo stesso Keynes usa la psicologia comportamentale nella dinamica del capitale: che cosa sono infatti la sua “propensione al consumo” nei periodi di prosperità e la sua “propensione al risparmio” nei periodi di crisi? Semplici bagatelle? E allora – signori economisti – non lasciatevi confondere dalla razionalità, liberatevi del tutto dell’uso delle quantità in economia! Viva la fuffa ideologica comportamentale!

Per rimettere tutto sulla carreggiata del vecchio Marx, sulla questione della razionalità, delle quantità, dei modelli, riprendiamo, di seguito alcune nostre considerazioni: in verità macigni scaraventati contro l’ideologia economico-borghese dominante (4)

Prima considerazione: “Fino a che gli economisti esprimevano esigenze ed interessi di una borghesia rivoluzionaria, sulle soglie del potere politico e della dirigenza sociale, essi non esitarono a lavorare alla scoperta di un modello che rappresentava la realtà del processo produttivo. Solo dopo, per ragioni di conservazione sociale, l’economia come scienza ufficiale prese altra piega, negò e derise ostentatamente i modelli e gli schemi, e si immerse nell’indefinito e indistinto caos dello scambio mercantile tra liberi accedenti al generale traffico di merci. Più oltre si dirà del ‘diritto ai modelli’ come metodo rigorosamente scientifico e non come scopo ideale o attrezzo di propaganda. Per ora stiamo al risultato della società schematica a tre classi [proletari, borghesi, proprietari fondiari, NdR]. Il modello di F. Quesnay [autore del Tableau economique] voleva mostrare che essa poteva vivere senza oscillazioni sconvolgenti; quello di D. Ricardo [autore dei Principi di Economia Politica] che essa poteva svilupparsi indefinitamente nella struttura capitalista a condizione di accumulare sempre maggiori capitali investiti nell’industria, e al più col passo ulteriore di confiscare le rendite della classe fondiaria, divenendo così binaria e non ternaria. Il modello di Marx è venuto a dare la prova certa che una tale società, nell’ipotesi ternaria o binaria, corre verso l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza, ed anche verso la rivoluzione, che la schioderà dalla pista mercantile”.

Ovviamente, non potendo uscire dal quadro concettuale borghese entro cui sono immersi, i nuovi economisti dell’era Thaler introducono i dati che riguardano i prezzi della manodopera, delle merci e delle attività come determinati da “pure scelte individuali, non più come in passato (Teoria del valore) caratterizzate “strettamente” dal “principio di razionalità”. Che cos’è? Per definizione: “Il presupposto di razionalità in materia economica ha un preciso significato. Secondo la teoria, neoclassica, in particolare, un agente economico è razionale se, dopo aver considerato tutte le informazioni a sua disposizione, agisce in modo da massimizzare la propria funzione obiettivo.” (5). Seguiamo i nostri protagonisti del mercato più da vicino: essi se ne vanno ciechi per mare in mezzo alla fitta nebbia. Non si cercano le classi sociali, non si cercano modelli costituiti da classi sociali. Qui ci sono solo e unicamente individui che imbastiscono false notizie e teorie fasulle. Che cosa cambia se, nelle loro scelte, i soggetti economici (individui, investitori, imprese) si comportano da esseri perfettamente razionali, se poi in quanto a “prevedibilità” un essere perfettamente razionale non ci azzecca più di quanto non ci azzecca uno che sia irrazionale? Pare anzi che gli schemi astrusi e instabili dei movimenti dei prezzi delle attività, difficilmente utilizzabili per farci soldi, sembrano… essere corretti!! Cose da pazzi? Nient’affatto! “Insomma – ripete l’altro premio Nobel Paul Krugman – la razionalità è una bugia. Ma in alcune aree dell’economia sembra essere una bugia, utile come guida per ragionare, se non la si prende troppo sul serio. In altre aree, invece, è soltanto un disastro” (6). Interviene poi un altro economista e dice: “Prima l’economia era stata considerata una scienza triste, che sapeva cosa consigliare alla politica, perché capace di anticipare il futuro; poi è diventata una scienza più ripiegata su se stessa…che ripropone le regolarità dei cicli economici del passato come possibile schema interpretativo del futuro… Ora, il comportamento dell’egoista perfetto diventa il tipo ideale di base per lo studio dei comportamenti economici” (7). Come si spiega allora il fatto che la recente crisi economico-finanziaria abbia espresso contraddizioni insolubili? Risposta: “La nuova stagione dell’economia è quella che fa i conti con la sconvolgente realtà di una crescita senza inflazione, di un’occupazione senza crescita dei salari e della produttività che sovverte i canoni della politica monetaria. I banchieri centrali, dopo aver considerato a lungo il paradigma della scuola degli economisti neoclassici, sono i primi a dire che la ‘teoria generale dell’equilibrio’ non funziona più […] Forse la teoria sulle aspettative razionali… ha bisogno di manutenzione, altrimenti non avremmo avuto le drammatiche file agli sportelli della banca inglese Northern Rock, prima istantanea simbolica dell’inizio della fine”. E ancora: “La gente non sta perseguendo strategie di ottimizzazione, ma solo strategie di sopravvivenza. E non c’è una soluzione a questo problema. I modelli tradizionali non hanno spazio per l’idea che il vento contrario che soffia oggi non se ne sta andando”. In realtà non c’è alcun dubbio che presto la porta del confessionale economico si spalancherà sbattendo violentemente in faccia alla miserabile società odierna una nuova imprevista crisi catastrofica. Torniamo quindi alla nostra scienza, alla sua modellizzazione, al suo metodo quantitativo, alle sue grandezze e alla funzione di produzione.

Seconda considerazione: “Abbiamo dunque dichiaratamente stabilito che la dottrina di Marx sul modo capitalista di produzione si stabilisce riducendolo ad un modello puro, al quale non solo non corrispondono le strutture delle società borghesi nelle nazioni anche più sviluppate degli ultimi cento anni, ma il quale non vuole essere nemmeno la definizione di uno stadio che si prevede esse dovranno attraversare, e nemmeno una sola tra esse, con aderenza totale. Il modello era indispensabile per l’applicazione al decorso dei fatti economici di un metodo ‘quantitativo’, e se si vuole matematico… Non siamo i soli a trattare il fatto ed il fenomeno economico con metodi quantitativi, tra le scuole antiche e moderne: anche la statistica, scienza dalle più antiche origini, usa metodo quantitativo in quanto annota e ritiene cifre successive di prezzi, quantità di merci, numero di uomini, e simili grandezze concrete, e da tutti secondo la pratica comune indicabili con numeri, come le terre, i tesori, gli schiavi ad esempio di un patrizio romano, o il censo di un cittadino. Ma il passo dalla statistica registratrice alla scienza economica sta, come in ogni altra scienza che la specie umana ha, in successive tappe, costruita, nell’introdurre oltre alla misura, in numeri, di grandezze palpabili e visibili da tutti, anche quella di nuove grandezze ‘scoperte’ e in un certo senso (e con valore di ‘tentativo’, volto nella storia in vari sensi prima di imbroccare) ‘immaginate’; grandezze ‘immaginate’ al fine di impostare indagine più profonda, grandezze quindi – sissignori – invisibili ed astratte, e non diretto oggetto dell’esperienza sensoria. Non si sarebbe arrivati alle misure ed alle grandezze (esempio principale la grandezza valore) senza partire dal ‘modello’ della società studiata, e senza questa via non si sarebbe arrivati alle leggi proprie dello sviluppo di tale società (nel caso, la capitalistica) e alle previsioni sul decorso e gli svolti di essa. Senza attingere vertici speculativi, basta intendere in pratica che se i fenomeni concreti osservabili e registrabili nei cento anni da che il metodo si applica e nei cento – mettiamo – che verranno, andassero in altra direzione, allora si concluderebbe che la costruzione del modello, la scelta delle grandezze, le relazioni tra esse calcolate, e tutto il resto, tutto è da buttar via, come avvenuto storicamente per moltissime costruzioni dottrinarie che volevano riprodurre i modi di essere di ‘fette’ del mondo naturale, e di quella speciale fetta che è la società umana, e che – non senza avere avuto storico effetto – scomparvero come teorie. Dunque noi non cerchiamo la prova che il nostro modello è valido, e le leggi fedeli al processo reale, in particolari virtù dello spirito, nelle pretese interne proprietà assolute del pensiero umano, meno che giammai nella potenza cerebrale di un genio scopritore, comparso nel mondo; non certo poi nella volontà eroica di una setta, e nemmeno di una classe sociale rivoluzionaria”.

Fra le altre cose, i cosiddetti maestri di economia non possono fare a meno, per senso di colpa, di autodenunciarsi di tanto in tanto, parlando dell’insegnamento della loro materia di studio e dei corsi nelle loro Università. In due aspetti fondamentali fanno cilecca. Sentiamo: in primo luogo, “la teoria viene detronizzata già dall’inizio della formazione specialistica, a favore dell’analisi empirica di grandi sistemi di dati che documentano il comportamento delle famiglie, delle aziende e dei mercati”; in secondo luogo, “l’insegnamento dell’economia prescinde dalla storia: gli aspiranti economisti hanno poche occasioni per elaborare un approccio storico ai problemi economici moderni, o per comprendere le origini storiche delle moderne istituzioni economiche…e non cercano affatto di capire seriamente in che modo la storia determina i processi economici” (8). Né teoria, né storia, dunque (?!!). Ancora: “L’analisi empirica consiste nell’ordinare, si sa [si sa?! NdR], la manifestazione dei fenomeni del mondo esterno”. E’ il campo dei professori, che sono pronti ad accettare e registrare ogni nuovo dato e ogni risultato senza preconcetti e senza preferenze. Senza alcuna teoria? La storia (che è variazione, mutamento, processo, rivoluzione) rimane congelata da qualche parte. A dieci anni dalla crisi, coloro che stanno dalla parte dei modelli d’equilibrio generale (il congelamento della realtà) ritengono che si sono fatti passi avanti nella comprensione dei nuovi fenomeni generati dai cambiamenti recenti; gli altri, quelli dell’approccio comportamentale, affermano che tutto il piano di lavoro va rivisto, che occorre conciliare rigore analitico e coerenza empirica, che occorre ripensare (o buttare all’aria) la “cassetta degli attrezzi”. Qualcuno si lascia andare a considerazioni impensabili dieci anni fa. Per esempio: “E’ incredibile il fatto che la teoria dominante in economia non contempli l’eventualità di una crisi di grandi dimensioni […] Si profila una nuova prospettiva secondo cui i mercati si evolvono spontaneamente verso una posizione instabile nonostante ogni singolo agente agisca nel proprio interesse […] La matematica è diventata sinonimo di rigore scientifico nell’economia... ma gli economisti utilizzano tecniche matematiche sbagliate”. E di seguito: “la metodologia è sbagliata…l’economia futura sarà diversa da quella attualmente dominante, che è deduttiva e assiomatica… mancano ancora i libri di testo. I modelli vanno in pezzi, la matematica altrettanto, la teoria dell’equilibrio va in frantumi” (9). Il professor S. Bowles spiega a sua volta che “l’economia contemporanea si fonda su tre pensatori del Novecento: Keynes (per la sua teoria della domanda aggregata), Hayek (per il mercato come sistema di elaborazione delle informazioni frammentarie e incomplete disperse tra una miriade di individui) e Nash (come pioniere della teoria dei giochi, che modellizza le interazioni strategiche fra attori economici e politici)” (10), e riconosce che solo Keynes è rimasto come “mostro sacro”. Dunque, la “nuova via” è quella del nuovo premio Nobel Thaler, la “teoria comportamentale”? Se è questa, allora che l’economia borghese sprofondi e che venga messa a riposo per sempre.

Terza considerazione: “Va concesso che storicamente si è giunti prima a poter trattare con metodi quantitativi i problemi del mondo fisico, che non quelli dell’aggregato sociale. Va anche concesso che se già nei primi vanno introdotti, dapprima con prove addirittura arbitrarie, poi con maggiore esattezza, schemi semplificati per arrivare a scoprire leggi e dare formule, tuttavia i fenomeni accessori, impuri, concomitanti […] sono un ingombro meno diabolico che nel campo della sociologia e della economia. Tutto ciò messo […] un poco al suo posto, affermiamo che l’impiego delle grandezze e delle quantità in Marx, una volta formato il modello da studiare, è del tutto tassativo e rigoroso; è centrale, non accessorio, ed impiegato come unico mezzo di antiscoprire gli sviluppi che interessano nelle loro generali tendenze. E di più affermiamo che tale impiego è strettamente coerente e decisamente uniforme, da volume a volume, da opera ad opera, da epoca ad epoca dell’immenso lavoro […]. Questo modello è introdotto certamente a fine di costruire la scienza, la sola vera scienza del capitalismo e della economia sua, ma anche a fini polemici, di combattimento e di partito”.

Ormai da un secolo e mezzo, a ogni crisi economica, Marx viene riportato regolarmente in vita. L’Economist lo mette in prima pagina attestando l’incapacità predittiva della borghesia, soprattutto quando una nuova catastrofe, rigorosamente prevista dall’analisi marxista, si abbatte sulle vecchie certezze del mainstream, ridotte a svolazzanti coriandoli. Ma Marx non è il fondatore di una “nuova economia politica” o peggio di una “nuova politica economica”, men che mai dell’econometria contemporanea: lo ha evidenziato egli stesso a chiare lettere nel sottotitolo della sua opera “Il Capitale. Critica dell’economia politica”. La sua critica è un’arma di classe contro la borghesia, è uno strumento di lotta, non uno strumento di confronto economico, politico, sociale, filosofico, ed è anche la ricostruzione scientifica della realtà capitalistica che ne “anticipa” la morte. Dell’economia fondata sulle classi sociali, il futuro dell’Umanità non avrà bisogno: essa sarà cancellata per sempre dalla storia. Quelli tra gli economisti che aspirano a fare dell’economia una scienza esatta come la fisica hanno provato una vera e propria invidia e soprattutto un dispiacere, una delusione, per l’assegnazione del premio Nobel a uno psicologo o qualcosa di simile. “I grandi progressi [sic!] non sarebbero stati possibili senza un impianto teorico [sic!]”, giurano gli economisti tentando di salvarsi l’anima (11). Se il risultato è però il vuoto assoluto nel quale si trovano a imbastire un “processo” tutti gli economisti nazionali ed esteri, il problema allora è un altro: la loro montagna di calcoli non serve a nulla, i loro dati non hanno nulla a che spartire con la ricerca della dinamica della realtà economico-sociale, le loro ipotesi non hanno alcun valore, il loro impianto teorico non esiste. “Nel mio laboratorio – aggiunge un neuro-economista – studiamo il comportamento del cervello durante le scelte economiche […]. Qualche anno fa c’è stato un dibattito abbastanza acceso sul fatto che l’economia non avesse bisogno del ‘cervello’ e della psicologia. Vi sorprenderà, ma in quel dibattito ero assolutamente d’accordo con gli economisti puri. Detto questo, non significa che non sia utile studiare i processi decisionali e i correlati neuronali delle scelte se vogliamo capire quali sono i fondamenti del comportamento umano che determinano anche le scelte economiche” (12). Non si abbattano i lettori: una razionalità esiste. Nei supermercati la cosiddetta scelta individuale dipende dalla collocazione della merce: davanti agli occhi si trova la merce maggiormente propagandata e in qualche scaffale molto in basso quella al limite della schifezza. “Nel campo della finanza attraverso la ‘risonanza magnetica funzionale’ è stata rilevata [?] nell’uomo una dissociazione temporale tra il calcolo del valore atteso e del rischio […], le emozioni, inoltre, sono un aspetto fondamentale delle decisioni economiche […]. Ora considerando questi nuovi filoni di ricerca, cosa dobbiamo insegnare ai nostri studenti?”. Risparmiatevi lo sforzo cerebrale di trovare una risposta alla domanda: lasciateli nella loro ignoranza, è molto meglio di questo guazzabuglio!!

Quarta considerazione: “Essi [gli economisti borghesi] pretendono di dar ragione di tutti i fenomeni del modello e anche della reale società di oggi presentandone le grandezze e le leggi diversamente: partendo dal prezzo e non dal valore, dal mercato e non dalla produzione, considerando l’aggiunta del valore in ogni ciclo non come data da lavoro ma da tre fonti: lavoro, capitale e terra. Essi in conclusione negano la necessità di scoprire una funzione della produzione e studiano le funzioni di mercato e di scambio, ma in realtà pervengono ad una distorta funzione di produzione, in cui sono giustificati da una scienza venduta i borghesi privilegi dell’impresa e del monopolio. Noi – senza tralasciare mai quel campo grandissimo di interpretazione in cui seguiamo, per tutto il mondo abitato, il gioco del succedersi dei grandi modi di produzione e le lotte rivoluzionarie di ogni grado – dimostriamo che le leggi del modello astratto sviluppate in modo da non nascondere ma porre in luce il passaggio di valore da classe a classe – la estorsione di classe contro classe, la dominazione di forza di classe su classe – presentano tendenze e movimenti, riconoscibili nelle società reali altamente capitalistiche, al termine delle quali non vi è la compensazione ma la inconciliabilità e la rottura”.

Conclusione: “Poiché si tratta di contrapporre la nostra classica impostazione a quella della sedicente scienza economica ufficiale ed ai suoi vari conati antichi e recenti di torcere lo sguardo dalla Rivoluzione che viene, è stato necessario ricordarne le linee, caratterizzare il modello su cui si lavora, la natura delle grandezze che si impiegano, l’espressione delle relazioni che se ne deducono”. A questo punto, possiamo solo augurarci che presto la società borghese affoghi nella sua melma reale: economica, politica e ideologica.

 

Note

1) F.Trebbi, “Una scienza rigorosa e curiosa”, Il Sole 24 ore, 17/10/2017

2) V. Pelligra, “L’utilità di complicare il nostro quadro, Il Sole 24 Ore, 2/11/2017

3) F.Sylos Labini, “Il bello dell’equilibrio precario”, Il Sole 24 ore, 18/10/2017

4) Le citazioni provengono da “Vulcano della produzione o palude del mercato?”, Il programma comunista, n°13-19/1954

5) http://www.sapere.it/sapere/strumenti/studiafacile/economia-finanza/Microeconomia/Gli-agenti-economici--il-consumatore/La-razionalità--degli-agenti-economici.html

6) Paul Krugman, “La razionalità non va presa troppo sul serio”, Il Sole 24 ore, 17/10/2017

7) A. Orioli, “Una ‘spinta gentile’ agli economisti”, Il Sole 24 ore, 14/10/2017

8) B. Eichengreen, “Così i big data sono già nei campus”, Il Sole 24 Ore, 26/10/2017

9) G. Dosi e M. Gallegati, “Una cassetta degli attrezzi da ripensare”, Il Sole 24 Ore, 1/11/2017

10) S. Bowles, “Il mostro sacro non basta più”, Il Sole 24 Ore, 31/10/2017

11) G. Toniolo, “Senza teoria non c’è empirismo”, Il Sole 24 Ore, 21/10/2017

12) G. Coricelli, “Tutte le chiavi della neuro-economia”, Il Sole 24 Ore, 9/11/2017

 

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