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Venerdì, 15 Dicembre 2017

Dominio del capitale finanziario e caduta del saggio dell'interesse

(Perché i tassi di interesse sono così bassi?)

In un precedente articolo, trattando la questione dell'inflazione, abbiamo collegato la tendenza alla riduzione del tasso di incremento dei prezzi - che in tempi recenti, nelle aree a più alto sviluppo capitalistico, ha assunto talvolta il carattere di vera propria deflazione - alla tendenza al calo dei prezzi alla produzione e alla riduzione del contenuto relativo di valore di ogni singola merce. Tale andamento riflette la tendenza storica alla caduta del saggio del profitto, cioè del rendimento del capitale investito.

Abbiamo nello stesso tempo collegato il fenomeno all'intensificazione dello sfruttamento del lavoro umano, come risultato dei processi che caratterizzano l'evoluzione del capitalismo: l'aumento della composizione organica (rapporto tra capitale costante e variabile), la pressione crescente dell'esercito industriale di riserva sulla forza lavoro occupata, il controllo della finanza sui processi produttivi globali che spinge al contenimento massimo dei costi di produzione. Tutti fenomeni tra loro strettamente collegati nella traiettoria inesorabile del capitale verso il declino. La tendenza calante dei prezzi si presenta come un aspetto di questo declino, il cui corso procede indipendentemente dal succedersi di fasi di crescita e caduta, tipico del movimento del capitale.

 

Il nostro lavoro di partito sul corso del capitalismo mondiale, iniziato a metà degli anni Cinquanta del Novecento, assume a criterio di indagine la registrazione degli indici di incremento della produzione industriale. L'andamento degli indici ci consegna il dato incontrovertibile che lungo tutto l'arco storico di due secoli di capitalismo la tendenza dell'incremento è calante, sebbene il succedersi di crisi produttive e guerre, con conseguenti distruzioni di capitale, abbia di volta in volta ridato slancio alla produzione frenando, ma non mai invertendo la tendenza di lungo periodo. L'emergere di nuove potenze produttive e l'enorme espansione del mercato capitalistico mondiale intervenuto dalla metà degli anni Ottanta fino alla crisi del 2008-2009 hanno ridato ossigeno alle asfittiche economie dei vecchi capitalismi e sostenuto l'incremento, ma al prezzo di un enorme indebitamento globale e di un'enorme sovrapproduzione che è sfociata nella più grave crisi del Secondo dopoguerra e probabilmente dell'intera storia del capitale. L'espansione forzata del credito – con il corrispondente indebitamento – non solo non ha invertito la caduta tendenziale, ma ha posto le basi per la sua accelerazione.

Il dato emerge con evidenza dalle caratteristiche della ripresa mondiale che è seguita a quel tonfo: nell'arco di ormai quasi un decennio, gli incrementi della produzione si confermano inferiori rispetto al ciclo precedente la crisi, le economie emergenti rallentano bruscamente dopo anni di crescita del Pil a doppia cifra, mentre i capitalismi senescenti, nei casi migliori, raggiungono a stento aumenti del Pil del 2%. Tanto per i nuovi quanto per i vecchi capitalismi, la progressione sarebbe ancor più modesta senza massicci interventi pubblici a sostegno diretto e indiretto dei sistemi creditizi e delle imprese.

 

Il prezzo del sostegno accollato ai bilanci degli Stati ha gonfiato il debito pubblico sul quale si trasferisce il debito privato, principalmente attraverso il canale dei salvataggi bancari. Ma il risanamento del debito, pubblico o privato che sia, non può prescindere da una ripresa effettivamente vigorosa che faccia ripartire i prezzi e i tassi d'interesse, abbassando i prezzi degli asset finanziari. Il fatto che il debito non si riduca significativamente, ma continui anzi la tendenza a crescere, avvalora l'ipotesi che, al di là delle statistiche ufficiali, una vera ripresa non sia in atto e quantomeno sia insufficiente rispetto alle necessità attuali del capitalismo.

 

L'esistenza di una massa enorme e crescente di debito in varie forme, di varia origine e natura (prestiti alle famiglie e alle imprese, titoli finanziari pubblici e privati, azioni, cartolarizzazioni e ogni altra diavoleria finanziaria che genera valori fittizi da valori fittizi), esprime anzitutto un eccesso di capitale rispetto alle necessità di valorizzazione, in un duplice senso: che questo capitale ha difficoltà a valorizzarsi in investimenti redditizi e che non esiste una effettiva domanda di capitale da prestito. Si tratta pertanto di capitale potenzialmente morto, destinato a rapida svalorizzazione, al tracollo dei valori nominali, se le politiche monetarie espansive della banche centrali non intervenissero a sostenere i prezzi finanziari e ad alimentare un ulteriore incremento del debito. La logica che presiede ai meccanismi di salvataggio è la sostituzione di debito con altro debito: le banche centrali monetizzano i debiti delle banche finanziandole direttamente coi salvataggi o indirettamente acquistandone i titoli in bilancio. Il debito si trasferisce dai bilanci bancari ai bilanci delle banche centrali e al debito pubblico, cresciuti a dismisura nel dopo crisi; a loro volta le banche preferiscono sostituire i titoli ceduti alle banche centrali con altre attività finanziarie, piuttosto che impiegare la liquidità in crediti alle imprese produttive. I rendimenti dei titoli di Stato, per quanto modesti, superano il tasso pagato alle banche centrali per ottenere liquidità e sono “sicuri”, e l'impiego in altre attività finanziarie garantisce ritorni più rapidi rispetto ai tempi lunghi degli investimenti nella produzione. Questi sono gli effetti reali della cosiddetta politica monetaria espansiva. Non è infatti sufficiente che le banche si finanzino a costi bassi e possano pertanto praticare bassi tassi di interesse perché l'auspicata ripresa prenda avvio. Non basta fornire denaro a costi relativamente bassi perché ripartano gli investimenti nella cosiddetta “economia reale”. Questo tentativo di forzare la produzione favorendo il credito, mobilitando e attivando masse di capitale monetario altrimenti inutilizzato per scuotere dal torpore il bestione produttivo, ha generato per decenni bolle speculative sfociate in ripetute crisi, e se prosegue tuttora è perché il capitale, giunto al culmine della sua evoluzione storica, non conosce altre vie “pacifiche”. Per ora la prosecuzione di questo tentativo storico del capitale di risposta alla crisi alimentando i valori delle borse e dei mercati obbligazionari ha favorito le condizioni per una prolungata stagnazione e ha gonfiato una nuova bolla con la quale il capitale dovrà prima o poi fare i conti: quella dei prezzi dei titoli di borsa e dei titoli obbligazionari, che comporta nel caso delle azioni un rapporto prezzi/utili estremamente alto e rendimenti reali negativi per l'obbligazionario. La ragione del timore di un rientro delle politiche espansive delle banche centrali è motivato dal rischio di un tracollo dei prezzi finanziari che comporterebbe perdite enormi nei bilanci delle banche.

 

Il livello basso del saggio dell'interesse non è però solo conseguenza delle politiche delle banche centrali. Esso esprime in generale una crisi del dominio del capitale finanziario e la fine dell'illusione di fare denaro con il denaro senza passare attraverso la produzione di plusvalore. Banchieri centrali e governi hanno solo preso atto di questa crisi, e il basso saggio dell'interesse è il prezzo che il capitale finanziario continua a pagare per la sua sopravvivenza.

 

***

 

Scopo del movimento del capitale finanziario è l'appropriazione dell'interesse che costituisce, assieme alla rendita, una parte del profitto. Facciamo ora alcune considerazioni generali sul significato dell'interesse nell'economia capitalistica.

 

Sappiamo che il denaro preso in prestito va a costituire il ciclo del capitale D-M-D’ e che la differenza tra plusvalore e profitto industriale equivale all’interesse (supposti nulli il profitto commerciale e la rendita che è anch'essa una parte del plusvalore). Il minimo dell’interesse non si conosce perché può essere molto basso, il massimo di interesse è invece tutto il profitto. Il saggio di interesse dipende dal saggio del profitto, in quanto l’interesse è una porzione del profitto. Più grande è il saggio del profitto totale, più grande è l’interesse che va al capitalista monetario e più grande è anche la quota che va all’industriale. La differenza dei saggi di interesse nei diversi paesi è un indice della differenza dei saggi di profitto. Un saggio di profitto basso è indice della presenza di un grande sviluppo capitalistico e di grande produttività, un saggio di profitto alto è indice di una realtà capitalistica allo stato nascente o emergente. Il saggio di interesse ha le stesse caratteristiche del saggio di profitto, è inversamente proporzionale allo sviluppo industriale: più è basso, più alti sono la produttività sociale e lo sviluppo industriale. Così come esiste una caduta del saggio di profitto, così esiste una caduta del saggio di interesse. Un saggio del profitto e un saggio di interesse bassi sono segni di grande sviluppo industriale, ma il secondo discende in ogni caso dal primo. La caccia ad alti saggi di profitto del capitale industriale e, tramite questo, del capitale monetario spinge i capitalisti verso paesi in via di sviluppo ed emergenti, impiantando industrie e prestando denaro. Qui essendo assicurato un alto saggio di profitto, può essere tratto un alto saggio di interesse. Dentro questi saggi possono essere assicurati maggiori profitti e interessi. Non per niente una massa monetaria di investimenti produttivi si trasferisce all’estero.

 

Un profitto crescente per un dato capitale, dovuto a un periodo di prosperità, va a scapito dell’interesse che diventa tendenzialmente decrescente. Cosicché un livello di interesse basso corrisponde a un periodo di prosperità e quindi di profitti eccezionali; al contrario, un livello di interesse alto corrisponde a un periodo di crisi (profitti bassissimi). Durante la crisi, si prende in prestito il denaro a tassi elevati, mentre nei periodi di prosperità il processo non necessita di denaro da prestito e quindi il tasso è basso; durante la crisi, in cui si chiede denaro aggiuntivo e i tassi sono elevati, il costo del denaro da prestito è alto. Per sostenere l’accumulazione del capitale, il profitto deve crescere, ma tuttavia esso nel lungo periodo non cresce più con la rapidità di un tempo. La stessa sorte segue il saggio di interesse.

 

Sintetizzando: il livello del tasso di interesse dipende a) dal grado di sviluppo capitalistico, b) dall'andamento ciclico caratteristico del capitale, in ragione del quale un basso tasso dell'interesse dovrebbe accompagnare una fase di espansione.

 

Tuttavia, anche in una fase non certo espansiva come l'attuale, i tassi sono bassissimi, addirittura ai minimi storici. Abbiamo visto che per un verso questo si deve all'interventismo delle banche centrali, impegnate a sostenere i sistemi bancari e di riflesso l'intera economia.

 

C'è grande disponibilità di capitale da prestito ma domanda scarsa, pur in presenza di tassi prossimi allo zero.

D'altra parte, laddove il finanziamento delle imprese passa essenzialmente attraverso i sistemi bancari (Europa) piuttosto che attraverso i “mercati” (mondo anglosassone), la zavorra dei crediti deteriorati o dei titoli finanziari in bilancio riduce la disponibilità a concedere crediti il cui ritorno sia men che sicuro. Questo “peso” del debito è un altro dei lasciti della crisi finanziaria. E mentre ristagnano tanto la domanda quanto l'offerta di prestiti per l'investimento nella produzione, il basso tasso di interesse incoraggia la spirale della speculazione e la formazione di nuove bolle.

 

In effetti, Marx associa i tassi di interesse bassi alle fasi di espansione, ma anche a quelle di stagnazione che seguono il crollo: “Se si considerano i cicli di rotazione secondo i quali si muove l'industria moderna – fase di calma, animazione crescente, prosperità, sovrapproduzione, crollo, stagnazione, fase di calma, ecc.,… – si troverà che generalmente un livello basso dell'interesse corrisponde a periodi di prosperità o di profitti straordinari, che l'aumento dell'interesse si verifica nella fase-limite fra la prosperità e il tracollo e che l'interesse massimo fino all'estrema usura si ha nei periodi di crisi.[…] D'altro lato non v'è dubbio che un interesse poco elevato può coincidere con una fase di ristagno, e un interesse moderatamente in aumento con una ripresa crescente. Il saggio d'interesse raggiunge il suo livello massimo durante le crisi, quando per pagare bisogna prendere a prestito, costi quel che costi“ (Il Capitale, Libro III, Ed. Riuniti, 1980, p.428, sottolineatura nostra).

 

Se al manifestarsi della crisi finanziaria non fossero intervenuti i governi e le banche centrali, i sistemi bancari avrebbero fatto la fine esemplare riservata a Lehman Brothers e i tassi d'interesse sarebbero schizzati alle stelle, come stava accadendo ai tassi interbancari il cui mercato era di fatto bloccato da una crisi di credito tra… enti creditizi! La distruzione di valore che ne sarebbe seguita avrebbe avuto una portata incalcolabile, considerato il livello di sviluppo del credito e della finanza, e non si possono biasimare i “salvatori” se non se la sono sentita di lasciar agire i meccanismi “naturali” di distruzione di valore propri di una crisi. D'altra parte, si è trattato di una scelta obbligata, in considerazione del ruolo in assoluto dominante del capitale finanziario nell'epoca dell'imperialismo avanzato. Evitata la catastrofe, non si sono potuti però evitare gli effetti collaterali di una simile terapia d'urto: il salvataggio dei valori finanziari ha conservato il peso del debito che continua a gravare tanto sui creditori quanto sui debitori, rallentando la ripresa degli investimenti e dei consumi. Ciò ha favorito il prolungarsi di quel ristagno che per Marx può seguire a una crisi. Tuttavia, questo ristagno – che alcuni economisti di gran fama hanno battezzato “stagnazione secolare” – ha le sue radici più profonde nel livello raggiunto dal grado di sviluppo delle forze produttive sociali che per dimensioni, internazionalizzazione e altissimo livello di composizione organica spinge il saggio del profitto a livelli storici sempre più bassi, scoraggiando l'investimento nella produzione.

L'espansione del mercato mondiale negli ultimi decenni, con l'affermarsi di nuovi potenti competitori, ha posto le basi di una enorme sovracapacità produttiva mondiale, che sta spostando la competizione tra colossi dal terreno della regolamentazione concordata degli scambi globali a quello degli accordi bilaterali, premessa di alleanze politico-militari e di scontri inter-statali.

 

Dobbiamo sempre sottolineare il ruolo centrale del credito in tutti questi processi. E' il credito a incoraggiare ogni sorta di avventure e speculazioni e a sospingere il sistema produttivo alla sovrapproduzione; nella sua espansione – potenzialmente senza limiti in un regime di deregolamentazione e di libera circolazione dei capitali – , esso genera l'accumularsi del debito che, nel mentre crea le condizioni per una crisi di sovrapproduzione, assume valori del tutto scollegati da quelli espressi dall'economia cosiddetta “reale”.

 

 

 

 

 

 

 

Considerando l'andamento storico dei tassi d'interesse dei principali imperialismi nel secondo dopoguerra (Tab.1), si nota l'andamento crescente nelle fasi di prosperità, sviluppo e crisi, poi decrescenti (ripresa e ristagno).

 

(Tab.1) Tassi minimi nominali a breve. Dati Ocse

 

1960

1970

1980

1990

2000

2003

USA

2.9

6.3

11.5

8.1

6.5

1.3

Germania

5.1

9.4

9.5

8.5

4.4

2,0

Giappone

-

5.9

6.3

7.7

0.2

0.0

 

La crisi di sovrapproduzione degli anni Settanta-Ottanta ha visto i tassi di interesse salire ai livelli massimi (per gli Usa è stato anche il risultato di una politica monetaria volta ad attrarre capitali esteri); la successiva discesa è stata il frutto della cosiddetta liberalizzazione finanziaria che ha impresso una spinta alla sovrapproduzione attraverso l'espansione del credito internazionale. L'obiettivo era di superare i limiti dati dal livello medio del tasso di profitto e del tasso di accumulazione, che all'avvio degli anni Ottanta continuavano ad essere declinanti. Per raggiungerlo, il capitale si è votato all'azzardo e alla speculazione senza freni, a ogni tipo di avventura, e la storia delle bolle speculative che hanno caratterizzato tre decenni è lì a dimostrarlo: “Se il tasso di profitto cade… avremo truffe e una generale promozione di frodi, attraverso disperati tentativi sulla strada di nuovi metodi di produzione, nuovi investimenti di capitale e nuove avventure, per assicurare qualche tipo di extraprofitto, che sarà indipendente dalla media generale o superiore a essa” (Capitale, Libro III) (1).

 

Il calo dei tassi di interesse è il risultato di un'enorme espansione del credito, di una generosa offerta di capitale da prestito che ha alimentato fasi speculative in immobiliare, borse, emergenti, nuove tecnologie, in una successione culminata nella bolla della new economy all'avvento del nuovo secolo, e infine nella grande crisi finanziaria innescata dal detonatore dei subprime.

 

Dalla crisi ad oggi, i tassi si sono mantenuti su livelli molto bassi, spingendosi addirittura in territorio negativo per i titoli di Stato più richiesti (bund tedeschi). Ciò vuol dire che, almeno per certi titoli a reddito fisso, assistiamo al paradosso di prezzi che superano il rendimento (il titolo comprato a 101 viene rimborsato a 100). L'andamento delle borse dovrebbe essere inverso rispetto al movimento obbligazionario: il prezzo delle azioni sale al calare del prezzo delle obbligazioni il cui rendimento va aumentando, il capitale si orienta alla produzione e alle imprese e si affida ai titoli a reddito fisso solo in presenza di rendimenti crescenti. Nell'attuale fase storica, le cose non vanno così, a conferma dell'enorme distorsione dei movimenti economici prodotta dall'interventismo statal-finanziario e delle anomalie che ha generato. I prezzi dei valori finanziari sono alti tanto nel comparto obbligazionario quanto in borsa, senza però che – come si vedrà più avanti – la crescita degli indizi azionari sia effettivamente rappresentativa di un ampliamento delle attività d'impresa.

 

Un’ altra anomalia riguarda il rapporto fra tassi d’interesse a lungo termine e tassi di crescita nei maggiori paesi industriali (dati medi annuali) nel periodo 1962-1994: fino al 1980, i tassi di crescita dell’economia dei paesi industriali si mantenevano sempre al di sopra dei tassi d’interesse; dagli anni '80 in poi, i tassi d’interesse sono superiori ai tassi di crescita dell’economia. Nel primo tempo, il valore più basso dei tassi di interesse rispecchiava l’andamento del tasso di profitto che garantiva la remunerazione dell'interesse in quanto parte del profitto. In un secondo tempo, il tasso di interesse lo scavalca, il che può significare che la sovrapproduzione di capitale non riesce in alcun modo a valorizzarsi, cioè a dare un saggio del profitto sufficiente, com'è tipico dei paesi a capitalismo stramaturo (2).

 

Questa anomalia dell'interesse che supera il profitto è spiegabile, per i Paesi avanzati, con l'appropriazione di quote di profitto prodotto all'estero in forma di interesse di investimenti finanziari all'estero, di profitti da investimenti diretti all'estero, di profitti derivanti dalla gestione del sistema bancario di capitali esteri attratti dai rendimenti del debito pubblico e privato, dall'aumento dei valori di borsa nel centro del capitalismo mondiale. Il sistema finanziario globale ha il suo centro nel sistema bancario degli Stati Uniti e funziona come un'enorme macchina di drenaggio e centralizzazione di plusvalore prodotto a livello mondiale. Il movimento dei tassi di interesse ufficiali americani funziona da valvola di apertura/chiusura di flussi di capitale da e per l'estero. Lo stesso dicasi per il sistema bancario europeo, che tuttavia limita la sua capacità di regolare i flussi di capitale a livello continentale, dirigendoli da o verso il centro tedesco. E' un fatto che tutte le volte che aumentano i tassi americani si assiste a un rifluire di capitali mondiali verso le banche e il debito americano; viceversa, il calo dei tassi, oltre a favorire la formazione di bolle interne, rende più appetibili i rendimenti degli investimenti negli emergenti, forzandone le economie e spingendole a crisi debitorie. Analogamente, in Europa, i bassi tassi di interesse di inizio millennio hanno forzato le economie periferiche col credito facile erogato dai sistemi bancari di Francia e Germania; con il crollo del 2008, è iniziato il rientro di capitali verso il centro, che garantiva tassi bassissimi ma sicurezza di investimento.

 

I movimenti internazionali di capitale finanziario sono pertanto guidati dai differenziali dei tassi di interesse che, a loro volta, riflettono – in linea generale – differenti saggi del profitto: “in ogni paese il saggio del profitto è inversamente proporzionale al saggio di sviluppo industriale, nella misura in cui la diversità del saggio dell'interesse esprime effettivamente una diversità dei saggi del profitto. Si vedrà in seguito che non è necessariamente sempre così” (Il Capitale, Libro III, cit., p.428).

 

In generale, dunque, il capitale accumulato nei Paesi a capitalismo maturo è attratto dai rendimenti superiori dei tassi di interesse del Paesi emergenti, quando questi riflettono effettivamente un saggio del profitto più elevato. Le politiche monetarie espansive delle banche centrali permettono agli investitori di finanziarsi a costi bassi e di speculare sul differenziale tra i tassi d'indebitamento e i tassi nominali dei titoli acquistati, sempre che il cambio della moneta in cui sono denominati risulti relativamente stabile, e con esso l'inflazione. Anche i rapporti di cambio delle divise si prestano a giochetti del genere, come nel caso del carry trade yen-dollaro (ci si indebita in yen a tassi bassissimi e si acquistano titoli Usa a rendimento più elevato).

 

Il livello del saggio dell'interesse dipende dunque dal livello del saggio del profitto, ma Marx avverte che “non è necessariamente sempre così”, che può anche essere relativamente indipendente da esso per l'insorgere di alcune condizioni:

 

  • la presenza, nei paesi di vecchio capitalismo, di una grande componente dei rentiers che godono di ricchezza accumulata nei cicli precedenti e che rappresenta una percentuale elevata del capitale complessivo della società; questa sorta di rendita di posizione, nelle grandi nazionalità può estendersi anche a settori proletari;

  • l'elevato sviluppo del sistema creditizio che concentra e rende disponibile masse crescenti di capitale da prestito, di capitale monetario che “si presenta come una massa concentrata, organizzata, che, del tutto diversamente dalla produzione reale, è posta sotto il controllo del banchiere che rappresenta il capitale sociale” (Il Capitale, Libro III, cit., p. 437).

 

Ora, è evidente che questa forza sociale organizzata opera per massimizzare il saggio dell'interesse e per prelevare la maggior quota possibile di plusvalore sociale, anche a danno dei soggetti capitalistici più deboli, all'esterno e all'interno. La potenza del suo dominio sta nella capacità di centralizzazione e drenaggio dei capitali, ma anche di organizzazione dello sfruttamento all'origine, nella produzione, com'è caratteristico del capitalismo giunto alla sua fase estrema, imperialista, segnata dalla fusione di banca e industria.

 

Dopo aver parlato della distinzione tra interesse e guadagno d'imprenditore, e dell'illusione che l'interesse sia generato dal capitale monetario, senza passare attraverso la produzione di plusvalore, Marx rileva come “Qualora una parte eccessivamente grande di capitalisti volesse trasformare il suo capitale in capitale monetario, la conseguenza sarebbe un'enorme svalorizzazione del capitale monetario e una caduta straordinaria del saggio dell'interesse” (Il Capitale, Libro III, cit. p.447). Una delle cause della caduta effettivamente straordinaria del saggio dell'interesse a cui assistiamo, è l'enorme espansione della massa di quanti, a vario diritto, si impadroniscono di quote di plusvalore sociale in forma di titoli, assicurazioni, fondi pensionistici, fondi di investimento. Se dunque da un lato la forza del capitale finanziario è in grado di massimizzare il tasso di interesse – talvolta fino a elevarlo sopra il tasso di profitto – , dall'altro non ha modo di contrastare la tendenza alla caduta di entrambi. La tendenza minaccia costantemente di trasformarsi in crollo in una situazione in cui le dimensioni della massa dei titoli esistenti risulta completamente svincolata dalla produzione reale (di plusvalore) e come tale già virtualmente svalorizzata. Gli interventi pubblici hanno salvato, insieme ai sistemi bancari, una grande massa di titoli finanziari altrimenti destinata a perdere drasticamente valore.

 

L'assurdità dell'interesse che supera il profitto ha però origine principalmente nella natura stessa del capitale finanziario e nei suoi meccanismi. L'irresponsabilità dei banchieri nel ricercare alti rendimenti in impieghi ad alto rischio non è da considerare un aspetto soggettivo che interviene a determinare una crisi, ma attiene alla natura stessa del credito. La propensione all'azzardo deriva dal fatto che il credito non rischia il capitale proprio, ma quello altrui.

 

Dal punto di vista tecnico, questa relativa indipendenza dell'interesse dal profitto dipende dalla capacità del credito di generare valori fittizi, che solo il precipitare della crisi può smascherare. La capacità delle istituzioni finanziarie di creare denaro – già descritta da Marx a proposito del credito commerciale – è stata enormemente potenziata dalla deregolamentazione del settore creditizio e – a partire dai primi anni Duemila – è stata sostenuta dall'abbondante di liquidità fornita dalle principali banche centrali attraverso varie modalità (tassi di interesse bassissimi, prestiti a singoli istituti, accettazione di collaterali sempre meno “solidi”, in cambio di liquidità). La principale modalità di creazione del denaro è stata la cartolarizzazione dei crediti: si concede un prestito e si emette un titolo corrispondente sul mercato finanziario. La tecnica ha generato una varietà di derivati “strutturati” aventi per collaterale migliaia di prestiti (Cdo e Clo), nonché certificati di assicurazione, anch'essi commerciabili, sul rischio di insolvenza di un creditore (Cds) e titoli basati su credito al consumo (Abs). Chi emette un titolo derivato recupera la liquidità impegnata nell'erogazione del prestito (impegnata teoricamente, perché la banca dispone solo di una frazione del denaro che dà a credito) che può pertanto utilizzare per altri prestiti; chi l'acquista riceve un interesse che rappresenta una parte dell'interesse pagato da chi ha ottenuto il prestito.

 

La massa di denaro prodotta da queste operazioni supera di gran lunga quella emessa dalle banche centrali: “Per la UE si stima che oltre il 90% della massa monetaria presente nell'economia – l'insieme del denaro circolante o depositato in tutte le sue forme – sia stato creato dalle banche. Meno del 10% è creato dalla Bce, di cui una frazione non superiore al 2-3% sotto forma di monete o banconote. Il resto viene largamente impiegato al fine di sostenere con il denaro legale da essa emesso la creazione di denaro bancario o denaro-credito da parte di enti privati – cioè le banche commerciali” (L. Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, 2013, p.99).

 

Tra i primi anni 2000 e il 2007, tramite le cartolarizzazioni le banche europee hanno emesso derivati per 3,7 trilioni di euro e ne hanno acquistati altrettanti dal sistema bancario Usa. Sommati a quelli emessi da altre società finanziarie (3), il totale dei derivati scambiati sulle piazze finanziarie regolate ammontava nel 2007 a 30,5 trilioni di dollari (42 negli Usa). Questi dati non tengono conto dei derivati scambiati over the counter, cioè direttamente tra le controparti: 597 trilioni sommando Usa e Europa. Si tratta di migliaia di miliardi teoricamente produttivi di interesse, virtualmente azzerati dall'insorgere della crisi che ha fatto crollare il gran castello di carta.

 

Dopo la crisi, gli interventi delle banche centrali e dei governi hanno avuto pertanto lo scopo di garantire la conservazione di gran parte dei valori finanziari e la loro remunerazione, poco importa se negativa, in forma di interesse, di remunerazione del capitale come tale, nel mentre l'economia reale andava collassando. Con il loro intervento a ratifica dei valori finanziari fittizi, le banche centrali hanno riaffermato il dominio del capitale finanziario sulla società intera, facendone pagare il prezzo al proletariato e proletarizzando ampi strati della società. L'arcano dell'interesse che supera il profitto è tutto in questa dinamica di creazione di valori fittizi che si converte in appropriazione e distruzione di ricchezza sociale nel momento in cui la crisi interviene a smascherarli.

 

***

 

Alla grande caduta produttiva del 2008 è seguita una ripresa debole e piuttosto differenziata: tassi di incremento della produzione nettamente decrescenti negli emergenti e una fase di stagnazione prolungata nei capitalismi senili, specie in Europa, dove la caduta dei tassi di interesse riflette la situazione tipica di una stagnazione post-crisi. A questo proposito, lasciamo spazio alle parole di Marx nel III libro del Capitale:

 

Come abbiamo già visto, si può verificare una accumulazione, una sovrabbondanza di capitale da prestito, che sia connessa con l'accumulazione produttiva, soltanto nel senso che queste due accumulazioni sono inversamente proporzionali l'una all'altra. Questo caso si verifica in due fasi del ciclo industriale: ossia nel momento in cui il capitale industriale, in entrambe le sue forme di capitale produttivo e di capitale-merce è contratto, quindi all'inizio del ciclo che segue la crisi; poi nel momento in cui la ripresa ha inizio, ma il credito commerciale ricorre ancora scarsamente al credito bancario... La sovrabbondanza di capitale da prestito esprime nel primo caso un ristagno del capitale industriale e nel secondo una relativa indipendenza del credito commerciale dal credito bancario... Nella prima fase la sovrabbondanza di capitale da prestito esprime precisamente il contrario dell'accumulazione effettiva. Nella seconda fase essa coincide con una rinnovata espansione del processo di riproduzione, l'accompagna ma non ne è la causa... Abbiamo visto d'altro lato, che si può verificare un'accumulazione del capitale da prestito, senza che vi sia traccia di accumulazione effettiva, mediante mezzi puramente tecnici, quali una espansione e una concentrazione del sistema bancario...” (Il Capitale, Libro III, cit. pp. 581-582, sottolineature nostre).

 

L'espansione e la concentrazione del sistema bancario hanno dunque prodotto, “mediante mezzi puramente tecnici” come le cartolarizzazioni, un'ulteriore moltiplicazione di capitale da prestito, in virtù della quale il valore degli attivi finanziari globali (azioni, obbligazioni, prestiti) è aumentato di 9 volte dal 1980 al 2007, mentre nello stesso periodo il Pil mondiale, in termini reali, è solo raddoppiato. E' anche significativo che nel 1980 la finanza mondiale valesse quanto il Pil, mentre nel 2007 lo superava di 4,4 volte (L. Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi, 2013). Ne possiamo dedurre che in questo lungo periodo “la sovrabbondanza di capitale da prestito” abbia espresso “precisamente il contrario dell'accumulazione effettiva”, e che, tra gli alti e i bassi dei cicli economici, da circa 40 anni il capitale sia entrato in una fase di ristagno dell'accumulazione alla quale ha tentato di rispondere con un'accumulazione del capitale da prestito in gran parte indipendente dall'accumulazione effettiva. L'economia borghese confonde spesso gli effetti con le cause: pretende che il processo di riproduzione sia sospinto da un'accumulazione del capitale da prestito – per di più in buona parte “artificiale” – mentre questa “l'accompagna, non ne è la causa”. La stessa crescita dei valori borsistici, che a Wall Street continuano a registrare record storici, non riflette affatto una ripresa dell'accumulazione reale, ma è stata in gran parte ottenuta “mediante mezzi puramente tecnici”, come il riacquisto di azioni proprie (buyback) da parte dei grandi gruppi per remunerare la rendita degli azionisti, spesso a discapito dell'investimento nella produzione, ritenuta evidentemente meno profittevole delle manovre finanziarie.

 

L'attuale persistente livello basso o bassissimo dei tassi di interesse e dei rendimenti azionari va dunque associata a una fase di ristagno del capitale industriale particolarmente prolungata. Il livello basso dell'interesse riflette altresì la senescenza del capitalismo occidentale ed europeo in particolare, in cui la ricchezza accumulata nei cicli passati (lavoro morto) sovrasta la ricchezza prodotta dal lavoro vivente e pretende la sua quota in forma di rendita finanziaria. Per rilanciare la produzione, andrebbe distrutta la gran parte del capitale finanziario col quale i rentiers a vari livelli si appropriano di ricchezza sociale senza muovere un dito, ma un simile passaggio sconvolgerebbe le stesse basi sociali del capitale, che oggi arruolano masse di parassiti di questo genere. Il prezzo che la rendita finanziaria paga per la sua conservazione, dopo una lunga stagione di tassi d'interesse superiori al tasso del profitto, è l'abbattimento dei tassi di interesse, che unitamente all'inflazione – per quanto assai modesta – determina rendimenti reali negativi. Ma la perdita di valore che ne deriva è troppo lenta per smaltire l'eccesso di capitale produttivo d'interesse e alleggerire l'economia dal peso del debito.

 

***

 

La pretesa autonomizzazione della finanza trova il suo limite insuperabile nel fatto che l'interesse è una parte del profitto e non può prescindere da esso. Le fasi espansive sono sempre di speculazione anche finanziaria, e titoli e valori dei titoli si impennano in modo irrazionale. Più si gonfiano più la caduta è brusca, quando il processo di accumulazione (reale) si inceppa. Il grande dispendio di parole e carta stampata a proposito dell'autonomia della finanza si riduce in definitiva agli effetti di questo impazzimento, all'illusione che la finanza sia creatrice di ricchezza, mentre altro non fa che generare valori fittizi sulla spinta del processo reale di accumulazione che essa stessa ha contribuito ad alimentare. Nulla di nuovo sotto il sole.

 

Tuttavia, è un'illusione da cui evidentemente il capitale non si può liberare, men che meno in questi tempi di ristagno produttivo. Ci sono alcune pagine di Marx, come sempre illuminanti, dove si legge che il sistema creditizio è la soluzione che al suo avvento il capitale industriale dà al problema dell'usura e al soffocamento che esercitava sulla produzione. Il credito moderno è dunque una realizzazione della grande industria. Ma, dal momento in cui nasce, il credito si separa dalla produzione e affianca al processo D-M-D1 il processo D-D1. In questo passaggio, il capitale diviene qualcosa di indifferenziato in cui tutte le distinzioni che caratterizzano la produzione da settore a settore, da fabbrica a fabbrica, in termini di saggio di profitto, si annullano. Mentre il saggio del profitto è diverso da un'azienda all'altra e da un settore produttivo all'altro, e solo in un processo complesso si determina il saggio di profitto medio di ciascun settore, l'interesse varia nel tempo, ma in ogni momento è lo stesso per tutti. E' la remunerazione del capitale cosi come viene percepito nella sua globalità, mentre all'industriale spetterebbe – in questa percezione – una retribuzione come lavoratore impegnato nella produzione, non come capitalista! Nel credito, il capitale diventa una cosa (è l'espressione di Marx) indipendente che domina sull'intera società (Marx, Storia delle teorie economiche, vol. III, Einaudi, “Profitto, interesse ed economia volgare”, da p.484). Questo processo di autonomizzazione culmina con l'imperialismo, quando il capitale finanziario si unisce all'industria e impone la sua legge sull'intera società. Quando sentiamo levarsi lamenti sull'“economia reale” schiacciata dal peso delle banche, abbiamo il segno della percezione che la società ha di un dato reale, che non è però frutto di una particolare depravazione, ma un risultato storico incontrovertibile e irreversibile, e che in un certo senso corrisponde alla realtà, almeno come tendenza. I crediti ripartiranno quando e se le industrie riprenderanno a fare profitti, quando sarà evidente la ripresa del ciclo espansivo, non prima. Nel frattempo, le banche devono smaltire crediti in sofferenza e debiti contratti con emissioni obbligazionarie, derivati e simili, che sono zavorra ereditata dal precedente ciclo espansivo. Se un nuovo ciclo espansivo non parte, sono guai grossi. Tutti gli sforzi delle banche centrali sono rivolti a salvare il credito per rilanciare indirettamente la produzione, senza riuscirci perché nella produzione non ci sono le condizioni per la ripresa (perché i mercati sono saturi e il saggio di profitto troppo basso: in definitiva, per la sovrapproduzione). Tutti questi capitali che non sanno dove impiegarsi, sono spinti a valorizzarsi nel processo D-D1 e aumentano la loro spirale di impazzimento.

 

Se l'interesse (la remunerazione generale del capitale come tale) è schiacciato quasi a zero, la speculazione finanziaria è grandemente incoraggiata e l'autonomizzazione del circuito finanziario aumenta anziché ridursi. Lo dimostra il fatto che la massa di titoli speculativi è cresciuta anche nel periodo post-crisi. Un tasso di interesse da 0 a 1% come quello odierno è effetto di un saggio del profitto medio generale estremamente basso, e se nemmeno un prezzo del denaro praticamente annullato rilancia la produzione, per il capitale si mette davvero male. Rimane solo l'illusione che il capitale da sé produca ricchezza (D-D1). D'altra parte una banca in crisi ragiona e agisce come qualunque impresa: cerca di massimizzare i rendimenti e di coprire i buchi di bilancio in tutti i modi possibili (leciti e meno leciti): preda a man bassa tra gli investimenti dei “risparmiatori” ai quali spilla denaro contante in cambio di carta straccia (sono molti gli esempi recenti; certo, non è propriamente “produzione” di nuova ricchezza, ma è il risultato d'impresa che conta); in cambio della concessione di un fido, l'imprenditore si vede costretto a vincolare i suoi beni fino al punto di cederne la proprietà alla banca (vedi la recentissima legislazione italiana in merito – l'introduzione del “patto marciano” – , i molti fallimenti e i non pochi suicidi nella piccola imprenditoria). Il capitale si presenta qui nella veste di puro predatore. Non che ci interessi l'aspetto morale. Quello che constatiamo è il procedere, accelerato dalla crisi, della subordinazione dell'industria alla finanza, del processo di concentrazione e centralizzazione che non si esaurisce mai e che non risparmia nessuno, di pari passo con la spoliazione e la proletarizzazione di stati crescenti della società, compresi i capitalisti piccoli e medi, brodo di coltura sociale di populismo, nazionalismo, fascismo, razzismo e delizie del genere.

 

L'autonomizzazione sempre più spinta della finanza appartiene a pieno titolo alla fase ultra-decadente del capitalismo: è il capitale come forza autonoma e generale che è spinto dalla crisi a estorcere plusvalore dalla società in quote crescenti, tanto più in quanto la produzione di plusvalore ristagna. Ma questa separazione è anche segno della prossimità della sua morte: se il credito si erge sempre più contro la società, si avvicina il momento in cui la società si ergerà contro il credito – il capitale fatto “cosa” – e potrà essere solo il proletariato a guidarla.

 

NOTE

1- La citazione è presa da A. Kliman, The Failure of Capitalist Production, Pluto Press, 2012, p.21. Nell'edizione del Capitale di Editori Riuniti, 1980, si trova a p. 312, Libro III, in una diversa traduzione.

2- La banca centrale indiana ha di recente abbassato il tasso di interesse al 6,5%, poco sopra il tasso di inflazione, quando nei paesi avanzati i tassi di interesse e di inflazione si collocano in percentuali tra lo zero e l'uno virgola. La Cina, che evidentemente ne ha fatti di passi avanti nello sviluppo industriale, ha ormai un'inflazione sotto il 2%, e tassi di interesse corrispondenti (vedi grafici e articoli a pagina 8 de Il Sole-24Ore, 10 settembre 2016).

3- Si tratta del cosiddetto “sistema bancario ombra”, non regolamentato, che si è sviluppato parallelamente al sistema bancario ufficiale, e che si compone di intermediari finanziari di vario tipo, tra cui i cosiddetti Siv.

 

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