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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Venerdì, 15 Dicembre 2017

L’interventismo “umanitario” come atto politico imperialista

L’interventismo “umanitario” delle grandi potenze nelle molte aree di guerra in Medioriente e in Africa, nelle zone di confine ove transitano le moltitudini di migranti in fuga da un paese all’altro, dove la fame annienta le popolazioni e il degrado ambientale e sociale cresce con le malattie che decimano i bambini e i vecchi, è la menzogna più spudorata che mai si sia diffusa attraverso i media.

L’interventismo “umanitario” si è spinto militarmente in quelle regioni – così dicono – per “proteggere” la vita umana dalla povertà, dalle crisi sanitarie, dai disastri ambientali, dai contrasti religiosi, dalla fuga in massa dei migranti, per “rimediare”, alla continua violazione dei “diritti democratici” da parte del terrorismo e dalle classi corrotte e infine per “difendere” questi o quegli interessi legittimi del potere locale (1).

 

Ora, non ci vuol molto per capire che l’interventismo dei cosiddetti “eserciti di liberazione” siriani, russi, iracheni, iraniani, americani, sauditi, turchi, curdi, combattenti dell’Isis, italiani, francesi, inglesi, libici, non è lì per abbattere le cause reali della povertà e della miseria sociale, del peggioramento sanitario, della devastazione ambientale; non è lì per sciogliere radicalmente i nodi reali degli scontri religiosi e sociali; non è lì per eliminare le guerre e migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei senza riserve che precipitano in una palude senza fondo. In quell’area del mondo non sono “arrivati i nostri”! In ogni settore dei fronti di guerra, è presente solo una brutale e miserabile soldataglia, al soldo delle grandi, medie e piccole potenze. Le bandiere nazionali che coprono le bare di contractors e mercenari, esposte al pubblico per il saluto nazionalistico e trionfalistico delle folle, non ci appartengono. Tra i signori della guerra amici/nemici, transita un flusso enorme di miliardi in spese militari, in armamenti e in merci (milioni di barili di petrolio al giorno), nei cui bilanci c’è solo una lunga lista di contratti economici da stipulare.

Nel martoriato Medioriente sprofondato nel petrolio, nelle sabbie del deserto, sulle sponde dei due fiumi, è stesa un’ampia rete di assassini di professione, di milizie mercenarie armate da tutti gli Stati e foraggiate dalle grandi strutture finanziarie, di organizzazioni governative e non, di apparati religiosi e laici, diassociazioni estorsive, di traghettatori di carne umana.

Il pietoso sfondo di miseria, di dolore e di morte delle popolazioni proletarie non invoca l’elemosina coranica o cattolica, ma quell’unico aiuto che solo la classe dei senza riserve può offrire loro per sfuggire dai massacri. Quella sofferenza dovrebbe richiamare alla mente una necessaria risposta di classe, disfattista, rabbiosa e violenta, da parte delle giovani masse proletarie, contro quella rete che crea solo morte e desolazione. Non basta il mezzo milione di civili morti sotto i bombardamenti in Siria, la metà della popolazione in fuga, il milione di morti della guerra iraniana-irakena, il massacro portato dall’attacco americano in Irak e in Afghanistan e la devastazione prodotta in Libia? Non bastava l’eterno scontro militare tra Israele e Stati arabi, veri e fittizi, che ha accompagnato l’intera storia mediorientale?

Occorre aiutare le nuove generazioni proletarie a comprendere che il loro nemico sono gli Stati – tanto quelli imperialisti dove esse sono nate e vivono, quanto quelli “esteri”. Occorre far loro comprendere che tutti gli Stati del Medioriente sono imperialisti, che il gioco al massacro che si compie sui corpi delle loro madri e dei loro fratelli passa proprio attraverso le “convinzioni religiose e democratiche”, che occorre battersi contro tutti gli Stati borghesi, tanto quelli mediorientali quanto quelli occidentali, di cui i primi sono solo le succursali.

Con l’esaurimento di ogni fattore di progresso delle rivendicazioni nazionali, che ormai da quasi mezzo secolo hanno fatto il loro tempo, con lo scioglimento delle lotte anticoloniali e delle lotte “antimperialiste”, con il vuoto lasciato dalle ideologie, dalle illusioni, dalle menzogne democratico- borghesi del Novecento, intere regioni mediorientali sono ridotte a cimiteri. All’appuntamento storico oggi si presenta un orribile mostro, sempre sotto l’insegna delle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo – un mostro che pretende, come compenso al suo intervento “umanitario”, il controllo e la militarizzazione della vita sociale in ogni angolo della terra, la schiavitù salariale e servile, l’oppressione femminile e l’abbrutimento religioso. Questa militarizzazione è il premio che tocca alle giovani generazioni proletarie occidentali e mediorientali, perse nel terrorismo fanatico e nelle illusioni riformiste e democratiche.

Non abbiamo paura!”, gridano del tutto ignari di quel che succede coloro che hanno subito gli attacchi di Barcellona, di Parigi, di Londra, di Bruxelles, ecc., solo sfiorati, nonostante tutto, dalle ali della morte. “Abbiamo paura!”, gridano piangendo le donne, i vecchi e i bambini mediorientali sotto il fuoco incrociato dei “soccorritori umanitari”, mentre una giovane generazione proletaria viene sepolta tra le macerie delle case o combatte per una guerra che non è la sua, dalla parte di uno dei tanti Mostri statali occidentali o mediorientali o del nuovo Mostro che tenta di rinascere, il Califfato.

La borghesia internazionale, continuando a diffondere morte e distruzione in tutti i paesi, producendo guerre senza fine, riempiendo e svuotando arsenali, trova legittima giustificazione nelle droghe ideologiche, il cui scopo sono le concretissime appropriazioni di profitto, di rendite e di interessi finanziari. Il sistema mondiale riprenderà ad agitare un valore unificante ideologico per scatenare la prossima carneficina mondiale. Settantacinque milioni di morti tra combattenti e civili nel secondo conflitto mondiale: è stato questo il tributo pagato per scegliere tra democrazia e dittatura, forme intercambiabili dello stesso dominio imperialista.

L’imperialismo mondiale rappresenta lo sfruttamento delle masse proletarie, l’immiserimento generale, la distruzione di guerra, la divisione spaventosa nello stesso cuore del proletariato, la pacificazione cimiteriale, e presenterà nuovamente al mondo la sua strategia globale (umanitaria, ovviamente!) per giungere al punto di non ritorno: quello del massacro finale.

L'intervento “umanitario” risale alle origini della colonizzazione del pianeta, e quello spaventoso delle guerre ha lanciato al mondo, per mistificare il carattere imperialista dell’epoca presente, le più alte motivazioni ideologiche, il crisma religioso, la ragione illuminista, la missione civilizzatrice, la scienza benefica del passato ottocentesco e soprattutto il modernissimo virus del “principio democratico”.

L’interventismo “umanitario” si è imposto in Medioriente e in Africa come migliore strategia per raggiungere il più alto grado di dittatura politica ed economica, ha portato l’imperialismo al suo apice, lo ha innalzato al culmine della civilizzazione borghese. La dominazione politica, lo sfruttamento delle risorse, la finanziarizzazione sono ancora oggi il fulcro su cui ruota la dinamica imperialistica come in passato. A essi si unirà l’interventismo degli Stati borghesi “non pienamente civilizzati”, ma super-armati, perché si presentino nella loro forma più compiuta, pienamente democratica, infine capaci di affermazione nazionalistica, pervasi dall’universalismo liberale promosso dal cosmopolitismo umanitario.

Le potenze vincitrici del secondo conflitto, e gli altri Stati che facevano parte del coro, santificarono sotto l’ombrello dell’ONU (“guai ai vinti!”) l’intervento umanitario; le micidiali potenze statali cambiarono la vecchia retorica fondata sulla superiorità culturale e razziale in una superiorità fondata sulle armi. Corea, Somalia, Ruanda, Congo, Bosnia, Kossovo, Siria, Irak, Libia etc, ci ricordano qualcosa? Gli interventi “umanitari” hanno percorso in questi anni, mentre veniva stritolata la tanto esibita “sovranità” statale, un’immensa escalation. Le “convinzioni morali” sono diventate l’incastro necessario dell’intervento militare! E la missione militare è divenuta il compito dello Stato protettivo mondiale, il cui principio è l’espressione del più bieco cinismo: "la nostra comune natura umana genera comuni doveri morali" (1). Ma, “non esistendo più – così ci dicono –il meccanismo legale internazionale, servendosi delle scartoffie del diritto borghese e coprendosi col mantello protettivo dell’ONU, le potenze statali dominanti hanno continuato ad agire in funzione dei propri fini politici ed economici(2). Quale altra illusione ci vogliono propinare? In verità, questioni come la povertà, le crisi sanitarie, le devastazioni ambientali, le guerre civili sono divenute “minacce internazionali” che richiedono l'intervento della violenza armata affinché non destabilizzino la “nostra” (???) società. E’ scritto nella suprema Legge della conservazione del sistema borghese che i modi di vita che non si conformano agli standard liberali sono una minaccia per l'intera società e per l’umanità!! Qualcosa di nuovo? No! L'interventismo liberale, in nome dell’uomo e del cittadino, è ed è stato sempre il mezzo per imporre la legge dell’imperialismo (3).

 

Note

1) Petar Djolic, “Gli interventi umanitari: la dottrina dell'imperialismo”, www.sinistrainrete.info

2) J.L. Holzgrefe, R.O. Keohane, Humanitarian Intervention: Ethical, Legal and Political Dilemmas, Cambridge University Press 2003.

3) M. Barnett, “Humanitarianism Transformed”, Perspectives on Politics, 2005, pp.723-740.

 

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