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Giovedì, 23 Novembre 2017

Il fantasma dell'inflazione e la realtà dello sfruttamento

Nel settembre 2016, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) lanciava l'allarme deflazione [1], in qualche modo ufficializzando così i timori di una ripresa globale troppo debole, tanto nella produzione quanto nei prezzi. Nei mesi seguenti, i giornali insistevano sugli effetti inflattivi delle politiche annunciate da Trump (trumpflation), ma la presunta tendenza già si sgonfiava con i primi dati trimestrali del nuovo anno che abbassavano le previsioni annuali sui prezzi [2]. Fatto sta che l'inflazione, che fu spauracchio negli anni ’70 del ‘900 e che è stata a più riprese dipinta come una “minaccia alla stabilità economica”, “portatrice di disgrazie e povertà”, viene elevata a obiettivo privilegiato degli interventi delle banche centrali. Sempre, beninteso, con moderazione, considerato che in regime capitalistico tutto tende all'eccesso ed è compito dei politici ed economisti tenere a freno le dinamiche distruttive che lo attraversano. Insomma, un 2% o giù di lì andrebbe anche bene, specie se vi corrispondesse un'analoga espansione economica. Ma per quanto i banchieri centrali d'America e d'Europa si siano dannati a immettere liquidità nei sistemi bancari per innescare il ciclo investimenti-produzione-occupazione-consumi-prezzi, questi ultimi non salgono abbastanza.

 

L'inflazione rimane un fantasma che turba le menti degli economisti che non se ne capacitano e non trovano spiegazioni convincenti al mistero. Se immetti liquidità nelle banche, queste dovrebbero erogare credito, gli investimenti dovrebbero ripartire e così l'occupazione, i consumi, i prezzi. Fatto si è che dal 2013 la ripresa c'è, magari ancora un tantino troppo moderata (nel 2016 +1,7% nell'Eurozona, +1,6 negli Usa) e in buona parte finanziata da interventi pubblici di sostegno alla spesa e alla produzione. Il dato sconvolgente per gli espertissimi in materia è che la crescita dei prezzi core (quella che esclude alimentari ed energia) sta allo 0,7, 0,8% annuo, ben al di sotto di questa modesta progressione [3]. Perché così pochino? Se prima della crisi il tasso di inflazione medio viaggiava attorno all'1,8%, evidentemente il dopo crisi presenta degli elementi di novità. Uno di questi è senz'altro quello di un'inflazione che cresce meno della pur stentata crescita dell'economia.

Gli espertissimi chiamati a svelare l'arcano faticano a trovare una spiegazione che vada oltre i fenomeni di superficie. Ma anche quando si avvicinano al punto nodale della questione non sono in grado di spingersi a fondo, altrimenti dovrebbero mettere in discussione la base su cui poggia l'intera costruzione capitalistica: lo sfruttamento del lavoro salariato. Senza alcuna velleità di competere con il fior fiore degli esperti del ramo, da semplici rimasticatori di Marx affermiamo che una visione scientifica del mondo capitalistico non può non riconoscerne la transitorietà, che la lettura dei dati statistici da gran tempo ne rivela l'avanzata obsolescenza, e che a questa va riferita l'aumentata frequenza dei fenomeni distruttivi che lo caratterizzano in ogni aspetto. Da ciò consegue l'urgente necessità del suo superamento, cosa che nessun luminare potrà mai dichiarare senza passare per matto e decadere a reietto della categoria.

Nondimeno, gli obiettivi cedimenti teorici al marxismo sono sempre più frequenti. Quando sui giornali borghesi si legge che causa della mancata ripresa dell'inflazione è un ”eccesso di offerta sui mercati globali”, si fa l'occhiolino al concetto marxista di sovrapproduzione; e, quando si registra “un'inflazione dei beni industriali non energetici … pari in media allo 0,3% dal 2014 a oggi, contro una media pre-crisi dello 0,8%” (cfr. Nota 3), si è di fronte a una conferma statistica della legge marxista dell'incremento decrescente degli indici della produzione industriale. I prezzi sono infatti nient'altro che la forma in cui si esprime il valore uscito dalla produzione [4]; non necessariamente equivalgono ad esso, ma sempre vi gravitano attorno in ragione dei cicli di espansione/contrazione; possono collocarsi al di sotto o al di sopra di esso in ragione della produttività: se questa è più bassa della media, i prezzi sono inferiori al valore, se è più alta gli sono superiori e garantiscono un sovraprofitto all'impresa. Ci sono poi contingenze in cui i prezzi schizzano verso l'alto come effetto di fasi speculative, e di esempi di tal genere è costellato tutto il periodo dagli anni ’90 del ‘900 al Big Bang del 2007-2008. Generalmente le fasi speculative, originate da bassi tassi di interesse e da un'espansione forzata del credito, si concludono con il crollo del prezzi; è successo nel 2007-2008 con quelli dell'immobiliare, e nel 2001 con quelli dei titoli della new economy, per citare due esempi storicamente recenti. E' invece ancora in corso la fase speculativa innescata dalle manovre espansive della banche centrali che, iniettando un'enorme massa di liquidità nelle banche, se hanno ottenuto risultati ben modesti nel rilancio di produzione, consumi e prezzi, sono però riuscite a gonfiare artificialmente l'andamento delle borse e a inflazionare i prezzi dei titoli obbligazionari schiacciandone i rendimenti. E' questa una delle mine vaganti che caratterizzano la fase attuale: il rallentamento delle politiche espansive prospettato ormai da anni (la loro “normalizzazione”) si abbatterebbe come una valanga sulla marea di titoli sopravvalutati, scatenando un'ondata di vendite dagli esiti potenzialmente devastanti.

In definitiva, tutti i tentativi di sostenere artificialmente i prezzi non sono in grado alla lunga di evitarne il crollo, che può risultare tanto più disastroso quanto più è stato procrastinato. Quello che nessuna banca centrale e nessuna manovra economica può contrastare è la tendenza di lungo periodo alla caduta dei prezzi come espressione della caduta degli indici di incremento della produzione che, a sua volta, è un modo di presentarsi della tendenza alla caduta del saggio del profitto. [5] I grandi manovratori, pertanto, navigano a vista su un barcone che fa acqua da tutte le parti.

Posto che i prezzi sono espressione del valore, la tendenza al loro calo deve corrispondere a una caduta nel contenuto di valore della produzione. Ma da cosa è dato questo contenuto di valore?I valori delle merci sono in ragione diretta del tempo di lavoro impiegato per la produzione di esse, e in ragione inversa delle forze produttive del lavoro impiegato”(Marx, Salario, prezzo e profitto, cit. p.63, in corsivo nel testo). E' dunque il tempo di lavoro impiegato nella produzione a determinare il valore delle merci. Ma con l'aumento della produttività del lavoro – che è connaturato allo sviluppo capitalistico [6] – cala il tempo di lavoro impiegato nella produzione di una singola merce, e quindi il contenuto di valore di ogni singola merce. Di qui l'insopprimibile tendenza alla caduta dei prezzi unitari. In questo processo, aumenta il pluslavoro e si riduce il lavoro necessario; in altri termini, il capitale si impossessa di una quota crescente del nuovo valore prodotto nella giornata lavorativa.

Ma se aumenta il plusvalore, tendenzialmente si riduce il plusvalore (profitto) rapportato al totale del capitale impiegato che, dovendo materializzarsi in una maggiore quantità di merci e di mezzi di produzione, è a sua volta cresciuto. Pertanto, il capitale è costretto ad aumentare ulteriormente la produzione e ad assumere più operai, per compensare con la massa del plusvalore la sua relativa diminuzione espressa nel saggio del profitto.

In definitiva, il capitale deve gettare nella produzione masse crescenti di proletari, perché il lavoro proletario è la sola base della valorizzazione, ma lo fa perché tendenzialmente questa base, in virtù dell'aumento della produttività del lavoro, tende a ridursi relativamente al totale del capitale investito. Nella sua folle corsa, il capitale è costretto da un lato a intensificare lo sfruttamento e dall'altro ad estenderlo, ma tanto l'intensificazione quanto l'estensione incontrano dei limiti di tempo e di spazio: la prima nel tempo della giornata lavorativa, in senso relativo e assoluto [7]; la seconda nello spazio planetario, ormai quasi completamente coinvolto e connesso in un unico sistema produttivo globale. Un ulteriore limite all'estensione è data dalle dinamiche demografiche, che nei prossimi 15 anni, secondo alcune stime, vedranno la popolazione mondiale in età lavorativa dimezzata rispetto al 15 anni passati [8].

I prezzi unitari di produzione delle merci calano perché cala il valore rappresentato dal tempo di lavoro in essi contenuto, nel prodotto finale e in tutte le merci – materie prime, semilavorati, ecc. – che concorrono a formarne il prezzo di produzione. Il capitale, dunque, contiene in sé il batterio che erode il lavoro umano, divora il valore e i prezzi, e che, annunciando così la fine dell'economia basata sul valore, prefigura la società futura liberata dallo stato di necessità e dallo sfruttamento.

Di più, proprio nel tentativo di contrastare la sua decadenza, il capitale agisce per accelerarla: le catene internazionali di valore nate negli ultimi decenni sono state create allo scopo di ridurre al minimo i costi di produzione in ogni anello della catena stessa, sotto la ferrea supervisione del capitale finanziario cui appartiene l'azienda madre. Il contenuto di valore-lavoro del prodotto finale è così ridotto al massimo grado possibile, affinché – unitamente alla massimizzazione dei risparmi sul capitale costante – il prezzo di produzione risulti in linea di massima inferiore al prezzo di mercato, che in quanto tale “esprime soltanto la quantità media di lavoro sociale necessario, in condizioni medie di produzione, per fornire al mercato una certa quantità di un determinato articolo” (Marx, Salario, prezzo e profitto, cit. p. 64).

Allo stesso modo, la grande enfasi sull'industria 4.0, sulla diffusione crescente dell'automazione, è un'ulteriore conferma della cecità del capitale nella sua corsa verso l'autodistruzione. Da una fabbrica completamente automatizzata uscirebbe una produzione contenente tutto il valore delle macchine e delle materie prime impiegate, ma nessun valore nuovo. Dal punto di vista del singolo capitalista, il vantaggio consisterebbe nella messa in circolazione del prodotto al prezzo di mercato corrispondente al prezzo medio di produzione dato dal livello medio di sviluppo delle forze produttive sociali. Ma una volta che il nuovo sistema si fosse diffuso, per il capitale sarebbe la morte definitiva. La formula del profitto (pv/c+v) darebbe un risultato uguale a (0/c+0) zero.

Si ha qualche notizia che il capitale abbia tentato (in Giappone) e tenti tuttora (in Cina) di sperimentare impianti completamente automatizzati, senza impiego operaio, ma una generalizzazione di simili sistemi non è certamente realistica, se non altro perché il capitale sarebbe costretto a mantenere i suoi schiavi in masse enormi senza sfruttarli. Tuttavia, è un esito teorico al quale tende l'attuale processo di crescente automazione della produzione.

****

Ecco qui, per i dubbiosi luminari dell'economia, il boccone indigesto: non c'è possibilità di invertire la tendenza alla caduta dei prezzi perché essa è connaturata al modo di funzionamento del capitale. La si potrà contrastare con il monopolio, il protezionismo, la speculazione, la guerra, ma essa riemergerà sempre, come una dannazione, attraverso i cicli di espansione, crisi, stagnazione e ripresa che segnano il corso del capitale. E la caduta dei prezzi altro non è se non una delle forme che assume la tendenza alla caduta del saggio del profitto.

Rimane da indagare l'arcano di un'inflazione core che – dando per buoni gli indici che vengono forniti – dalla crisi del 2007-2008 ad oggi starebbe sotto il tasso di crescita dell'economia. Se il prezzo è espressione del valore contenuto nella produzione, a quali condizioni può verificarsi una crescita dei prezzi inferiore alla corrispondente crescita della produzione? Ci viene in aiuto nientemeno che il presidente della Bce, anche lui evidentemente in vena di “cedimenti”, che “ha direttamente collegato l'alto* livello di disoccupazione con la modesta crescita di stipendi e salari e questa con la persistenza di un'inflazione sottostante ancora bassa” [9] .

Ecco riapparire il punto chiave: la bassa inflazione è collegata alla riduzione del lavoro operaio, base della valorizzazione. La pressione crescente dell'enorme esercito industriale di riserva comprime i salari, portandoli sotto “il valore [degli] oggetti d'uso assolutamente necessari” in rapporto al “tenore di vita tradizionale” di un Paese. D'altra parte, per Marx, “la tendenza generale della produzione capitalistica non è all'aumento del livello medio dai salari, ma alla diminuzione di esso, cioè a spingere il valore del lavoro, su per giù, al suo limite più basso(Salario, prezzo e profitto, cit. p.112). Questa tendenza si è spinta oggi ad un limite estremo, parallelamente al minimo livello delle lotte operaie di difesa.

Per il capitale, ciò comporta il vantaggio immediato della massimizzazione dei profitti, ma non pochi guai: nella pur modesta ripresa in corso, viene a mancare una frazione importante della componente dei consumi operai, motivo per cui quel settore della domanda ristagna e l'inflazione procede ad un passo ancor più lento della crescita economica. Della frazione mancante, sottratta al reddito operaio, si è appropriato il capitale. Ma, in quanto parte eccedente le necessità di riproduzione del capitale stesso, essa confluisce nei circuiti dei mercati finanziari in forma di rendita, alimentando la tendenza all'inflazione dei prezzi finanziari, l'altra faccia della tendenza alla deflazione caratteristica del procedere del corso del capitale.

Di fronte al paradosso dei presidenti di Bce e Fmi che lamentano la bassa crescita dei salari, per diagnosticare l'impazzimento generale del sistema manca solo che la chiamata alla lotta della classe operaia venga da loro. Ma anche questi ipocriti piagnistei sugli effetti nefasti dei bassi salari lasciano il tempo che trovano: nelle condizioni date – a prescindere cioè da un significativo rilancio della produzione che porti con sé un incremento altrettanto significativo della domanda di forza lavoro – un aumento dei salari andrebbe unicamente a discapito del profitto e aggraverebbe la tendenza al calo del suo saggio. D'altra parte, la tendenza calante dei salari è un fatto oggettivo, determinato dal livello di sviluppo delle forze produttive che si riflette su domanda e offerta di forza lavoro. Al calo dei salari potrebbe porre rimedio solo una spontanea ripresa della lotta di classe, ma questo per il capitale sarebbe un guaio ben peggiore. Al livello altissimo di contraddizione cui è giunto il modo di produzione capitalistico, la lotta economica sarebbe spinta a trasformarsi in azione politica generale (Marx) e – guidata dal Partito di classe – a porsi l'obiettivo di dare il colpo di grazia al capitale morente.

NOTE

1-Dall'FMI allarme deflazione”, IlSole-24Ore del 28 settembre 2016.

2- Dal 2,6% al 2,3% in Usa e dall'1,8% all'1,6% in Eurozona, IlSole-24Ore del 19 aprile 2017.

3- “Perchè l'inflazione non risponde alla crescita”, IlSole-24Ore, 7 aprile 2017.

4- “Preso in se stesso il prezzo non è altro che la espressione monetaria del valore”. Marx, Salario prezzo e profitto, Editori Riuniti, 1961, p.63.

5- “In realtà la diminuzione di prezzo delle merci e l'aumento della massa del profitto contenuto nella massa più grande di queste merci diminuite di prezzo, non fanno altro che esprimere in forma diversa la legge della diminuzione del saggio del profitto che si verifica contemporaneamente all'aumento della massa del profitto”. Il Capitale, Vol. III*, Editori Riuniti, 1980, p. 280; vedi anche a p. 260.

6 - L'argomento è stato ampiamente trattato sulle pagine di questo giornale nei numeri del 2016.

7- Il tempo assoluto della giornata lavorativa ha il suo limite massimo nelle 24 ore, quello relativo nella riduzione a zero del tempo destinato alla riproduzione della forza lavoro (lavoro necessario), che implicherebbe anche l'azzeramento del plusvalore/profitto.

8- “La grande gelata dell'economia mondiale”, IlSole-24Ore, 7 settembre 2016. Nell'articolo si legge che questo andamento demografico comporterà una crescita economica globale dello 0,4% tra il 2015 e il 2020, e dello 0,9% tra il 2020 e il 2025.

9-Perché l'inflazione non risponde alla crescita”, cit. Nell'articolo, si usa l'aggettivo “basso”, ma si tratta evidentemente di un refuso, a meno che s’intenda riferirsi non alla disoccupazione, ma all'occupazione.

 

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