Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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MILANO, via dei Cinquecento, 25, citofono: Ist. Prog. Com. (zona Corvetto; MM3; Bus 95) — lunedì ore 21,00 
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ROMA, presso "Libreria Anomalia", via dei Campani, 73 — primo martedì del mese dalle 17,30 
TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
BOLOGNA, c/o Circolo Iqbal Masih, via dei Lapidari 13/L (Bus 11C) - secondo e ultimo martedì del mese, dalle 21,30 (Gli incontri di Bologna, sono momentaneamente sospesi. Non appena sarà possibile riprenderli, lo comunicheremo)
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Giovedì, 23 Novembre 2017

Il Medioriente è un cimitero

L’atroce attacco con armi chimiche, non il primo né l’ultimo, avvenuto il 6 aprile contro un villaggio nella provincia siriana di Idlib, è costato la vita a oltre 80 civili. A esso è seguita la ritorsione violenta, con un altro carico di morti: 59 missili lanciati da navi da guerra USA contro la base siriana da cui proveniva l’attacco chimico. L’ulteriore azione USA nell’area di confine tra Afghanistan e Pakistan, con lo sganciamento della cosiddetta “Madre di tutte le bombe” (Moab), per distruggere i tunnel dei cosiddetti jiadisti, ha messo in allarme gli Stati, che hanno visto in ciò un serio avvertimento nei confronti della Corea del Nord e della Cina. “La guerra è alle porte!”, hanno scritto i giornalisti embedded, additando come responsabili per il ricorso ai gas, prima il dittatore Assad e il suo regime “corrotto”, poi le metropoli imperialiste mediorientali “non abbastanza democratiche”. I capi di Stato hanno mostrato anche… compassione per i morti, schiacciati dal rullo compressore della macchina da guerra. Qualcuno ha levato le “mani pulite” al cielo, dichiarando la propria innocenza; qualcun altro ha parlato di “incidente”, lasciando intendere che… nessuno sapeva della presenza dei depositi di gas nervino nel quartiere. La macchina della menzogna, come in tutte le guerre, si è messa in moto, i veleni dell’informazione e della controinformazione politica e militare si sono sparsi ovunque, indirizzando la responsabilità verso questo o quel “nemico”. Da subito, le macchine di morte, gli Stati borghesi, si si sono collocate politicamente sotto la copertura imperiale russa o statunitense. E’ giunta anche la condanna quasi unanime della “Comunità degli Stati”, l’ONU, la fogna dove si mescolano tutte le acque torbide dell’ipocrisia, della violenza, del terrore, per uscirne limpide come acqua di sorgente: ed è giunta per convincere per l’ennesima volta che esiste un’istituzione che sta fuori dai giochi di guerra, un luogo più santo di una fonte battesimale, la sede della democrazia universale degli Stati che monda tutti dai “peccati del mondo”.

 

Cui prodest? A chi giova?”, è la domanda dell’universale ipocrisia, che accentua il proprio disprezzo per i bambini, vecchi, uomini e donne massacrati, da una parte e dall’altra dei fronti di guerra, chiamandoli “scudi umani” – cinismo che ha lo scopo di alimentare e giustificare la risposta vendicativa. Le vittime dei bombardamenti sono scomparse come fredde entità numeriche, così come sono scomparsi i 75 milioni di morti del secondo macello mondiale: dissolti nel nulla, prodotti dalla forza annientatrice della guerra borghese, forza anonima come il capitale. Nell’olocausto di quegli anni, l’assassinio borghese racconta solo dei sei milioni di ebrei dei lager: il resto dei cadaveri sparsi per tutte le pianure d’Europa e d’Asia è silenzio. “Alla guerra come alla guerra!”, dice la bestia borghese, martellando nelle menti proletarie il concetto che “la patria è sacra e sacro il dovere di difenderla dai nemici”. Ma il silenzio non è assoluto: offendono ancora la vista le migliaia e migliaia di monumenti al milite ignoto e i cimiteri in ogni angolo della terra, cosi come l’offendono le migliaia di monumenti dedicati ai morti sul lavoro. La guerra contemporanea non si abbatte solo sui soldati, ma soprattutto sui civili. Si abbatte ogni giorno sui proletari. “Cui prodest?” La “strategia dell’annientamento” domina orribilmente: è il credo del Capitale.

Poiché il grande affare nazionale e internazionale della guerra non può militarizzare l’intera popolazione dei “senza riserve” spingendola verso il baratro, tutti i non combattenti, i civili, costretti ai lavori forzati anche in tempo di guerra e ai servizi di spionaggio, diventano agli occhi del nemico del fronte opposto “scudi umani”, colpevoli solo di esistere. Essi servono a perpetuare nel silenzio assoluto la continuità della potenza militare della classe dominante. Che essa stia in un campo o nel campo opposto non ha alcuna importanza, perché l‘imperialismo di un fronte non è diverso dall’imperialismo dell’altro. La Comune di Parigi non ebbe scudi umani, ma combattenti rivoluzionari: la potenza di fuoco dei franco-prussiani del 1870-’71 si abbatté senza pietà sui corpi dei nostri compagni, i Comunardi. Le due guerre mondiali del Novecento furono anch’esse una carneficina di massa. Tutti coloro che nelle guerre moderne capitalistiche contano il numero dei morti, riducendoli a un’etnia, a una razza, a un gruppo religioso, nascondono volutamente il carattere di classe dei conflitti. Quest’operazione di conta al ribasso costituisce la vera e sola negazione dell’Olocausto umano, ovvero dell’Olocausto di Classe del XIX e del XX secolo. A quelli, si unisce, nei molti decenni trascorsi dalla fine del secondo macello mondiale, l’attuale assassinio di massa mediorientale.

La borghesia mondiale riunita all’ONU grida allo scandalo per l’uso “vietato” delle armi chimiche, quando il bilancio in Siria ammonta a 400.000 morti in maggioranza civili e a centinaia di migliaia di feriti, a milioni di scampati alla morte, di fuggitivi e di reclusi, attualmente prigionieri dello Stato turco, ripagato dalle democrazie europee con miliardi di euro perché vengano tenuti chiusi nei suoi lager. Tutti insieme (le bande siriane di Assad, i sempre volenterosi americani, i soldati russi, le milizie siriane, irakene, iraniane e saudite e quelle dell’Isis) stanno portando a compimento un orrendo massacro, alimentando la guerra con il petrolio come mezzo di pagamento e di scambio, con la produzione bellica e gli immensi arsenali di armi coadiuvati dal capitale finanziario occidentale. In questo carnaio, si tenta di impedire in tutti i modi che il fronte dei migranti attraversi la Grecia, l’Adriatico e i Balcani, per rovesciarsi in Austria, in Ungheria, in Slovenia e in altri paesi della civile e democratica Europa, che questo fiume scavalchi i muri, il filo spinato, i binari delle ferrovie, le autostrade sbarrate dagli eserciti, dalla polizia, dalle forze dell’ordine… I fronti di guerra del Medioriente sono aperti in tutti gli Stati, dall’Egitto attraverso il Sinai, dallo Yemen attraverso l’Arabia saudita. Nel paese della Mezzaluna Fertile, non rinascerà più nessuna Siria, nessun Irak, nessun Kurdistan: la frontiera turco-siriana è ormai un’immensa terra di nessuno, da Aleppo a Mosul. Nel grande territorio per lo più desertico che da Damasco porta a Homs, a Palmira, ad Aleppo, a Raqqa, a Kobane, e poi da Mosul a Bagdad, dopo aver attraversato “i fiumi di mezzo”, il Tigri e l’Eufrate, fino alla loro confluenza al confine irakeno-iraniano, resteranno una ferita aperta e difficile da guarire, e soprattutto una tragica instabilità. Da più parti, si chiede “un’inchiesta democratica internazionale” sul bombardamento con armi chimiche, s’invoca la “violata sovranità” siriana da parte dei missili americani. Mentre i kamikaze dell’Isis si lasciano esplodere in Egitto e in Russia e falciano ancora civili per le strade di Parigi, di Bruxelles, di Berlino; mentre l’intero territorio libico viene tagliato a fette in nome del petrolio; mentre masse di migranti, attraversando il Mare Nostrum, sprofondano a migliaia con le loro carrette, i criminali di guerra mandano portaerei e missili al largo della penisola coreana. E dimentichiamo forse l’area del Caucaso, la frontiera russo-ucraina, la Crimea? No, non dimentichiamo nulla.

Il proletariato mediorientale è stanco di subire questa repressione senza fine, è stanco di questi massacri e di queste distruzioni, e il proletariato mondiale non può continuare a chiudere gli occhi su tutto ciò. Nessuno Stato borghese gli è amico: solo la sua classe e il suo partito lo sono. Questa guerra, che prosegue all’infinito e si abbatte sul corpo dei proletari disarmati, deve essere fermata: ma gli unici strumenti che servono a questa prospettiva sono il disfattismo e la guerra rivoluzionaria. Mentre l’eterno riarmo riempie gli arsenali e la distruzione dilaga nelle strade, la quotidiana pazienza del proletariato deve essere abbandonata: il proletariato deve organizzarsi preparandosi alla lotta, perché la speranza illusoria di una francescana salvezza di pace che gli è stata appuntata sul petto non può continuare a essere la sua croce. La “speranza” può solo essere quella della diserzione da tutte le bandiere nazionali, l’inosservanza di tutti gli ordini del nemico di classe (le classi dominanti nazionali), la disobbedienza assoluta, il disfattismo aperto sociale e politico verso lo Stato borghese.

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

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