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Giovedì, 23 Novembre 2017

Continuando il lavoro sul corso del capitalismo mondiale (III)

Concludiamo la pubblicazione di questo lungo studio (che costituiva uno dei Rapporti alla Riunione Generale di Partito, tenutasi a Milano il 29-30/10/2016). Nella Parte Prima (pubblicata nel n.1/2017 di questo giornale), abbiamo fornito una sintesi delle “dinamiche dell’imperialismo nel secondo dopoguerra”, strutturata nei seguenti capitoletti: “La guerra è finita”, “Gli aspetti produttivi”, “Gli aspetti finanziari e commerciali”, “La questione demografica”, “La crisi sincrona di sovrapproduzione della metà degli anni ‘70”. Nella prima puntata di questa Parte Seconda (pubblicata nel n.2/2017), abbiamo poi preso in esame i seguenti argomenti: “Ultimo 'ciclo lungo' (1974-2007): Il vano tentativo del capitale di andare oltre i propri limiti”,”La creazione di un mercato mondiale dei capitali”, “Origine della crescita dell'indebitamento”, “Neoliberismo e ricadute del nuovo assetto”, “Instabilità finanziaria mondiale”. Ricordiamo che quello sul “corso del capitalismo mondiale” è un lavoro incessante che ha visto impegnato il nostro Partito fin dagli anni '50 del '900.

Nota bene: Per una svista tecnica, nella puntata pubblicata nel numero scorso sono saltate le note 14 e 15, che riproduciamo qui di seguito 1.

 

5- Le crisi bancarie nel cuore dell'imperialismo

a) La crisi del sistema bancario americano

Negli anni ’80, il sistema bancario americano presentava, oltre ad alcune grandi banche sistemiche, una forte frammentazione (30.000 istituti). Fino agli anni Settanta, vigeva una forte regolamentazione dei campi di attività in base alle tipologie, sui margini di interesse da praticare e sui limiti di espansione territoriale. Già alla fine degli anni ’70 non esisteva più una rigida distinzione tra i tre tipi di banca (banche commerciali, banche d'investimento e casse di risparmio) in rapporto alle attività, ma con il 1980 la legislazione bancaria introdusse una piena liberalizzazione. Nella seconda metà del decennio, cominciarono a manifestarsi i riflessi negativi dell'espansione del credito. Le banche commerciali subirono un crollo della redditività, collegato soprattutto ad accantonamenti resi necessari a fronte dei prestiti concessi ai Paesi in via di sviluppo e divenuti in buona parte inesigibili. A partire dal 1990, le difficoltà a rientrare dai crediti riguardano non solo i Paesi in via di sviluppo (PVS), ma il settore immobiliare e l'insieme della attività economica interna. Le banche d'investimento (per Marx, potente fattore di concentrazione capitalistica: cfr. Il Capitale, Libro Terzo, cap. XXXI), specializzate nel commercio di titoli, dopo aver lucrato grazie al grande sviluppo borsistico dei primi anni ‘80, avevano subito notevoli cali negli utili in seguito al crollo azionario del 1987, e risultavano esposte ai rischi dei cosiddetti junk bonds. Infine, il settore delle piccole casse di risparmio, specializzate nella raccolta di depositi a risparmio e nell'erogazione di mutui per l'edilizia residenziale a favore delle famiglie (istituzioni di modeste dimensioni e operanti su aree territoriali abbastanza circoscritte), registrava le perdite più consistenti e fu oggetto di salvataggi pubblici e ristrutturazioni.

Nei primi anni ‘80, la politica di alti tassi di interesse della Fed per sostenere il corso declinante del dollaro spingeva i depositanti ad abbandonare le casse di risparmio che potevano offrire tassi meno remunerativi degli istituti concorrenti. La liberalizzazione dei tassi permise alle Saving & Loans di adeguarsi alle condizioni del mercato, limitando la contrazione dei depositi. Con la deregolamentazione, che consentiva a tutti gli istituti, con poche restrizioni, di lanciarsi in attività riservate in precedenza ad altre tipologie di banca, si permise una notevole espansione del credito, preparando le condizioni per la crisi. Con la liberalizzazione dei tassi, il costo della raccolta aumentò enormemente, mentre gli attivi, costituiti in gran parte da mutui immobiliari a famiglie, rendevano tassi fissi inferiori a quelli praticati sui depositi. Le difficoltà spinsero le casse di risparmio a lanciarsi nel credito alle imprese – settore in cui non avevano competenza né esperienza – e perfino nel mercato dei titoli junk bonds.

Si diffuse la pratica della cartolarizzazione (emissione di titoli derivati da attività sottostanti, quali un prestito immobiliare), che consente alla banca un rientro immediato del capitale, scontato sulla base della fiducia nell'emittente. Le emissioni gonfiarono il mercato dei titoli finanziari in circolazione, mentre nello stesso tempo si riduceva la qualità del credito, potendo la banca permettersi di non andare tanto per il sottile nel concedere prestiti. Quando poi, nella seconda metà del decennio, i prezzi dell'immobiliare presero a flettere insieme ai prezzi petroliferi, le Saving & loans cominciarono a registrare perdite ingenti: a partire dal 1987, ben 250 istituti furono liquidati o subirono fusioni. Fallì anche la neonata Financial Corporation, che avrebbe dovuto ricapitalizzare il settore.

Quarta sintesi. La crisi delle banche americane degli anni Ottanta fu senz'altro favorita dalla liberalizzazione dell'attività bancaria e del mercato dei tassi di interesse. Ma tale liberalizzazione fu indotta dalla necessità di difendere il dollaro, pressato al ribasso dal persistente deficit della bilancia dei pagamenti, e di attirare capitali internazionali per finanziare il deficit con alti tassi di interesse. Nasce in definitiva dalla difficoltà del sistema produttivo statunitense di sostenere il confronto con i principali concorrenti (Germania e Giappone), dal declino industriale di un paese a capitalismo stramaturo, esportatore di capitali e con un basso saggio del profitto. La liberalizzazione fu uno strumento per il salvataggio delle piccole banche, che potevano sopravvivere solo espandendosi, così come il sistema capitalistico nel suo insieme. Ma, espandendosi, sono esplose, come la rana della favola. Gli sviluppi che hanno preparato la crisi bancaria americana (allargamento del credito e dell'indebitamento, cartolarizzazioni e creazione smisurata di capitale fittizio) sono gli stessi che hanno preceduto la grande crisi bancaria-finanziaria del 2007-2008, che covava da lungo tempo.

b) La crisi delle banche nordiche

Questa vicenda presenta caratteri molto simili a quella delle banche americane. Fu preceduta da una liberalizzazione della legislazione bancaria che smantellò un sistema di regole molto rigido su interessi, requisiti patrimoniali, vincoli agli scambi su altre valute estere. Cominciato alla fine degli anni ‘70, il processo di liberalizzazione fu portato a termine nel 1990, con l'apertura del mercato interno alle banche estere. La presenza di un libero mercato del credito ne favorì l'espansione, testimoniata da una continua crescita del rapporto tra prestiti e PIL a partire dal 1985, salito dall'80% al 130% negli anni Novanta. A indebitarsi erano le famiglie e le imprese, ma le stesse banche erano costrette a finanziarsi attraverso il mercato monetario per rispondere all'aumentata richiesta di credito che andava ben oltre il limite consentito dai depositi.

L'indebitamento promosse un notevole sviluppo del mercato immobiliare e azionario (i tipici settori che traggono vantaggio da queste situazioni). All'aumento del tasso di indebitamento corrispondeva un aumento dei rischi connessi all'erogazione di credito, ma intanto l'aumento dei prezzi degli immobili faceva da collaterale per nuovi indebitamenti che sospingevano i consumi. Anche i prezzi delle azioni salivano, in un'atmosfera di euforia tipica di una bolla: un film che anticipava di oltre 15 anni la sceneggiatura della più famosa “bolla subprime”. Oltre ai consumi, crescevano gli investimenti e l'indebitamento delle imprese.

Lo sgonfiamento della bolla fu innescato dalla crisi del Sistema Monetario Europeo nel 1989-90, seguita alla decisione tedesca di aumentare i tassi di interesse per finanziare la riunificazione. Anche la Banca centrale svedese aumentò il tasso di interesse per evitare, senza successo, la svalutazione della corona. L'aumento dei tassi provocò una brusca contrazione del credito, con conseguente caduta di consumi, investimenti, prezzi immobiliari e corsi azionari, mentre l'indebitamento metteva in difficoltà il sistema delle imprese che fu interessato da un gran numero di fallimenti.

Il sistema bancario fu a sua volta colpito da un alto numero di sofferenze. Nel 1993, le perdite sui prestiti bancari toccarono l'11% del Pil. Nel frattempo, erano emerse forti difficoltà per alcuni grandi gruppi bancari nazionali, che furono tamponate da un massiccio intervento statale con nazionalizzazioni, creazione di bad banks destinate ad assorbire le sofferenze, garanzie pubbliche senza limiti ai depositanti e a tutte le controparti delle banche svedesi. Gli interventi si associarono a una politica monetaria espansiva che nel giro di alcuni anni permise il superamento della crisi senza costi particolarmente gravosi per i contribuenti. Tuttavia, non mancarono le conseguenze di lungo periodo: perché la Svezia tornasse ai livelli occupazionali del 1987 ci vollero ben 14 anni. A rendere più agevole la soluzione della crisi del sistema bancario svedese furono le sue dimensioni limitate che permisero un efficace intervento pubblico, la sua scarsa internazionalizzazione (il 90% del mercato creditizio era in mano a banche nazionali) e l'assenza dell'esposizione alle cartolarizzazioni e ai titoli derivati (16).

c) La crisi delle banche giapponesi

Il processo di internazionalizzazione e deregolamentazione dei mercati finanziari ha inciso profondamente sul tradizionale assetto delle maggiori banche giapponesi (le city banks), fondato sul legame organico con la grande impresa (Keiretsu: agglomerati industrial-finanziari). Il capitalismo giapponese ha opposto una certa resistenza alle pressioni esterne, soprattutto americane, ad avviare un processo di liberalizzazione nel sistema bancario, fortemente regolamentato e chiuso alla concorrenza estera (17). La liberalizzazione del mercato del credito e dei tassi di interesse, introdotta nel 1984, portò a un aumento del costo della raccolta, mentre le grandi imprese iniziarono a diversificare le fonti di finanziamento con un maggiore ricorso ai mercati dei capitali (borse). Ciò spinse le banche a orientarsi al credito al settore immobiliare, alle piccole e medie imprese e alle famiglie.

Contemporaneamente, nel tentativo di contrastare gli effetti recessivi del rafforzamento dello yen sul dollaro in seguito agli accordi del Plaza (1985), nel periodo 1986-89 le autorità giapponesi inaugurarono politiche fiscali e monetarie espansive (tasso di sconto al minimo storico di 2,5%, offerta di moneta in crescita del 10-12% annuo, il doppio della crescita del reddito reale) . L'abbondante liquidità e l'altrettanto abbondante offerta di credito in un mercato dei tassi concorrenziale alimentarono un'ondata speculativa concentrata sull'immobiliare e sulla borsa e un'impennata dei prezzi delle costruzioni e dei terreni, spesso dati in garanzia dalle imprese alle banche creditrici. Si impennò anche il mercato azionario che, tra il 1986 e il 1989, gonfiò l'indice Nikkei da 12000 a 39000 punti.

La politica espansiva fu rafforzata dall'intento di contrastare gli effetti del crollo di Wall Street del 1987 finché, nel 1989, il governo intervenne con provvedimenti restrittivi nel tentativo di frenare l'artificiale boom dei prezzi. I prezzi iniziarono in effetti a scendere, dapprima nei valori azionari. Nel corso del 1990, il Nikkei crollò sotto i 20.000 punti (avrebbe toccato il minimo poco sopra gli 8000 soltanto all'inizio del 2003). Poi fu la volta dei prezzi immobiliari e infine la spirale deflazionistica coinvolse l'intera economia. Il crollo dei valori immobiliari e finanziari raggiunse una cifra pari a due volte e mezzo il Pil (18).

Oltre al crollo di investimenti, occupazione e consumi, l'elemento distintivo della crisi giapponese fu la caduta dei prezzi. Mentre negli altri paesi industriali l'inflazione si aggirava ancora intorno al 2%, quella del Sol Levante risultava nulla o negativa dal 1994 in poi. In risposta alla deflazione, il tasso di interesse a breve termine fu portato virtualmente a zero a partire dal 1996. Da quella data, le autorità nipponiche misero in atto una costante espansione fiscale che nel 1998 fece salire il rapporto deficit/PIL dal 4% a quasi il 9%. Negli anni successivi, il deficit si mantenne al di sopra del 5% mentre il Pil cresceva poco, cosicché il rapporto debito/PIL volò verso il 140%.

Le banche, alle prese con l'accumularsi di una montagna di crediti inesigibili (nel 2002 rappresentavano ufficialmente il 9% dei crediti erogati, ma secondo altri studi il 40%), tagliarono i finanziamenti alle imprese medio-piccole, generando un'ondata di fallimenti. L'aumento della disoccupazione e il forte tasso di indebitamento generale provocarono una caduta dei consumi spingendo l'economia in una grave recessione, sfociata in una stagnazione continuata fino ad oggi, con intervalli di modeste riprese. Nonostante gli inevitabili, massicci interventi pubblici per il salvataggio, il sostegno e la ristrutturazione del sistema bancario, i crediti bancari alle imprese ripresero a crescere solo nel 2005.

Il governo intervenne con ricapitalizzazioni per oltre 10.000 miliardi di yen, chiusura delle banche decotte (175 tra 1991 e 2001), nazionalizzazioni di un paio di grossi istituti (Nippon Credit Bank e Long Term Credit Bank nel 1998), creazione di un organismo statale ad hoc per gestire i vari aspetti della crisi. Prima degli interventi monstre degli anni recenti, quello fu l'intervento pubblico più massiccio del dopoguerra, contro il rischio che il Paese precipitasse in una crisi grave e improvvisa, con immediata ed estesa distruzione di valore. Gli interventi sono riusciti ad evitare il crollo, ma al prezzo di una prolungata stagnazione (19).

Convenzionalmente, la crisi giapponese finisce a metà 2002, ma in realtà non ha mai trovato soluzione: il Nikkei, che aveva superato quota 18.000 nel 2007, a metà dicembre 2008 era intorno a 8.700, non lontano dal minimo del 2003. Dall'aprile 2008, il paese era entrato di nuovo in recessione, per effetto della crisi mondiale (cfr. Carlo Filippini, Il decennio perduto del Giappone, La Voce.info, 19.12.08).

Nel 1989, il governatore Mieno aveva annunciato l'inasprimento della politica monetaria, dichiarando esplicitamente di voler fare scoppiare la bolla. Cinque anni dopo, le autorità giapponesi invertirono la rotta nel tentativo di bloccare la spirale della crisi. Fu probabilmente l'esperienza giapponese a suggerire a Greenspan, alle prese con la bolla della new economy, di rilanciare con un'ulteriore espansione. In effetti, sino al 1996, si riteneva che la stagnazione dell’economia e le difficoltà del settore bancario giapponesi fossero un fenomeno temporaneo, destinato a svanire con la inevitabile ripresa economica. Pertanto, sino a quel momento, gli interventi di ristrutturazione del sistema bancario furono abbastanza limitati. Fu la crisi asiatica del 1997 ad allontanare le prospettive di un recupero dell’economia giapponese.

Quinta sintesi. Nell'epoca della liberalizzazione le dinamiche delle crisi bancarie nei centri dell'imperialismo presentano caratteristiche affini: l'espansione del credito stimola lo sviluppo dei settori immobiliare e borsistico che fanno da traino all'ascesa dei prezzi e a una crescita generale dell'economia. Le imprese beneficiano indirettamente di questa espansione, ma sono spinte a loro volta a un indebitamento crescente. Si tratta sempre di crisi internazionali: negli Stati Uniti, la crisi nasce da politiche restrittive finalizzate a rivalutare il dollaro; in Giappone l'avvio di politiche espansive è motivato dalla necessità di contenere la rivalutazione dello yen in rapporto al dollaro; la crisi delle banche nordiche è conseguente alla crisi dello SME e al rialzo dei tassi di interesse tedeschi. La crisi giapponese anticipa nell'innesco, negli sviluppi e nelle misure di contrasto, quella in cui si dibatte oggi il capitalismo: allo scoppio della crisi, è seguita una prolungata stagnazione, frutto di una politica monetaria ultra-espansiva che sembra arrivata al capolinea, senza aver riportato stabilità nei sistemi bancari né una effettiva ripresa dell'accumulazione.

6- Le crisi bancarie nella periferia dell'imperialismo

a) La crisi delle banche asiatiche

La crisi prese avvio nel 1997, con la svalutazione del bath e il crollo della borsa thailandese; poi si propagò in tutta l'Asia orientale (Malesia, Indonesia, Corea), con l'eccezione di Cina e India. L'anno dopo, si estese nei paesi dell’ex impero russo e in America latina. Alcuni economisti la considerarono la più grave crisi mondiale dopo quella del 1929. Lo sviluppo industriale delle “Tigri asiatiche” era iniziato negli anni ’80 con l'apertura di grandi aziende manifatturiere, principalmente giapponesi. A partire dagli anni ‘90, come effetto della grande disponibilità di capitali, dei bassi tassi di interesse e del clima creato dalla caduta del blocco russo, inizia una nuova fase di afflusso di capitali esteri nei Paesi in via di sviluppo, verso l'America latina e, più ancora, dopo la crisi messicana del 1994 (cfr. più oltre), in direzione dell'Asia orientale. I prestiti, provenienti in prevalenza da banche europee e giapponesi, provocarono una notevole espansione del credito erogato da istituti locali, che si tradusse in un incremento degli investimenti, delle retribuzioni e dei consumi. Le monete locali erano ancorate al dollaro per ridurre la volatilità del cambio delle valute e favorire gli investimenti esteri – tanto più che i costi per interessi dei finanziamenti in dollari erano bassi e il costante deprezzamento del dollaro rispetto allo yen favoriva l'export verso il Giappone, principale mercato di sbocco di quei paesi. Il “modello” di sviluppo era basato sull'export (20) e su un forte deficit di bilancia corrente finanziato dall'afflusso di capitali esteri.

Questa tendenza era però minata dalle difficoltà in cui navigava il sistema bancario nipponico, alle prese con lo sgonfiarsi della bolla dei primi anni ‘90. Il Sudest asiatico subì pertanto il rallentamento di vitali flussi di finanziamento e la restrizione della principale destinazione dell'export. A ciò si aggiunse, nel 1995, la decisione statunitense di rivalutare il dollaro per intervenire a favore dell'economia giapponese. La rivalutazione comportò l'aumento del tasso di interesse praticato dalle banche centrali per mantenere la parità e il conseguente spostamento di capitali dal mercato azionario ai titoli di debito pubblico, diventati più remunerativi.  Nel vano tentativo di contrastare la speculazione internazionale ed evitare il crollo delle valute nazionali, le banche centrali esaurirono gran parte delle riserve in valuta estera e alla fine la svalutazione fu inevitabile. Il rimborso dei debiti contratti in dollari e yen divenne più oneroso. L'aumento del tasso di interesse per contrastare la fuga dei capitali innescò una spirale recessiva (21).

La crisi asiatica ebbe ripercussioni sulle borse mondiali che segnarono cadute un po' ovunque, più gravi in America latina (tra il 15 e il 25% di ribasso).  La spirale al ribasso dei prezzi delle materie prime fece precipitare la crisi in Russia, che chiese l'intervento del FMI ma non potè evitate la svalutazione del rublo e la richiesta di moratoria sul debito estero. Anche diversi paesi asiatici coinvolti nella crisi (esclusi Singapore e la Cina) chiesero l'intervento di FMI e Banca Mondiale, ottenendolo a condizione di pesanti “riforme strutturali” (aumento delle tasse, tagli alla spesa pubblica per contenere il deficit, aumento dei tassi di interesse) che sottrassero risorse a investimenti e consumi per destinarle al rimborso dei debiti. Il peso della crisi fu scaricato sulle popolazioni e sul giovane proletariato di quei paesi, protagonisti in quegli anni di numerose “rivolte del pane”. La ricetta di risanamento comprendeva la liberalizzazione del mercato interno e l'apertura ai capitali esteri – principalmente statunitensi – che non mancarono di far man bassa di aziende in crisi sottovalutate per poi rivenderle, una volta ristrutturate, con lauti profitti (22).

b) Le crisi finanziarie in America latina

Un discorso analogo vale per i paesi dell'America latina, il cui percorso è stato fortemente condizionato dal processo di liberalizzazione dei mercati fin dai primi anni ‘80. La crisi messicana del 1982 fu provocata dalla politica di alti tassi di interesse statunitensi per attirare flussi finanziari e rafforzare il dollaro. Di seguito, un rapido excursus delle crisi successive nel subcontinente:

- Nel 1994, si verifica il crollo del peso messicano nei confronti del dollaro. Il paese registrava forti deficit delle partite correnti compensati dall'afflusso di capitali esteri. La valuta era ancorata alla parità col dollaro e sopravvalutata. I fattori scatenanti furono molteplici (la contemporanea crisi giapponese, l'instabilità politica interna). Fondamentalmente, la stabilità monetaria come condizione per attrarre capitali stranieri abbatteva la competitività dei prodotti nazionali, alimentava il deficit della bilancia dei pagamenti e creava una pressione alla lunga insostenibile sulla parità col dollaro. Per accumulare le riserve valutarie necessarie a sostenere la parità, si fece ricorso a una vasta politica di privatizzazioni che videro l'intervento congiunto di capitali interni e internazionali. L'aumento dei tassi di interesse attirava capitali ma deprimeva gli investimenti interni e la pressione sui salari per rincorrere la competitività delle merci di esportazione non poteva superare un certo limite. Alla fine, la messa in campo delle riserve valutarie per sostenere la parità non fu sufficiente a evitare la rottura dell'ancoraggio al dollaro, la svalutazione, la fuga di capitali, il ricorso al FMI. La crisi messicana ebbe ripercussioni sul costo del debito sovrano dell'Argentina (vedi G. Carchedi, “Politiche keynesiane, crisi finanziarie e guerre”, Proteo, n.2/2002).

- Nel 2001, precipita la crisi argentina. In presenza di una lunga recessione e di un crescente deficit pubblico, i capitali cominciano ad abbandonare il paese. Per fermare la corsa agli sportelli al fine di convertire i pesos in dollari, il governo decide il congelamento dei conti correnti per un anno. Viene dichiarata l'insolvenza del debito pubblico. Gli investitori stranieri abbandonano il paese, ma anche capitali della grande borghesia locale, strettamente integrata con la borghesia internazionale, trovano rifugio sicuro nelle banche statunitensi. Conseguenze: grave crisi economica e sociale (fallimenti, disoccupazione al 25%), ristrutturazione del debito pubblico argentino, ricadute sul sistema bancario uruguaiano che subisce un forte calo dei depositi dei non residenti (il 38% del totale nel 2002) (23). Anche l'Uruguay è costretto a svalutare e a ristrutturare il debito pubblico (cfr. www.Adkronos.com 2015). La crisi che si abbatte sull'America latina ha il suo riscontro nel contemporaneo scoppio della bolla della New economy nel cuore dell'imperialismo.

Sesta sintesi. Nel corso degli anni ’90, si dispiegano gli effetti dell'espansione del credito e delle liberalizzazioni sui paesi in via di sviluppo. I paesi dipendenti da finanziamenti esteri precipitano in una crisi grave nel momento in cui, per fattori interni o esterni, i flussi di capitale cambiano destinazione. Da fattore di “sviluppo”, la libertà di movimento di capitale si trasforma in fattore di crisi e infine in strumento di predazione delle risorse nazionali svalorizzate dalla crisi stessa. Sui paesi periferici si scarica una parte delle contraddizioni dei centri dell'imperialismo mondiale attraverso a) il vantaggio dei differenziali di produttività (le merci dei paesi avanzati vengono vendute al di sopra del loro valore); b) l'afflusso nei centri imperialisti dei capitali accumulati dalle borghesie periferiche; c) il pagamento degli interessi sui prestiti (rendita finanziaria); d) la predazione delle risorse produttive dei paesi periferici con le privatizzazioni. Fondamentalmente, il divario tra paesi capitalisticamente sviluppati e paesi “in via di sviluppo” dipende dal divario di produttività del lavoro, di composizione organica e di concentrazione delle forze produttive. Le armi dei Paesi in via di sviluppo (PVS) nella competizione sono la svalutazione e i bassi salari, ma la svalutazione scoraggia gli investimenti esteri perché introduce il fattore di rischio di cambio. Di qui il fenomeno della dollarizzazione esteso dalle Americhe all'Asia. A sua volta, la dollarizzazione comporta un aumento dei tassi di interesse, difficoltà per l'export, un'ulteriore pressione sui salari. I PVS rinunciano a ricorrere alla svalutazione come strumento competitivo e ancorano le loro valute al dollaro; alti tassi di interesse e stabilità valutaria favoriscono l'afflusso di capitali esteri attratti dai maggiori rendimenti rispetto ai bassi tassi di interesse dei capitalismi sviluppati (riflesso di un basso saggio del profitto). Il finanziamento del deficit delle partite correnti con capitali esteri trova un limite nella stessa espansione di quel deficit e in generale nell'espansione del debito (pubblico e privato). Qualunque perturbazione esogena o endogena rompe il fragile equilibrio e fa precipitare la crisi. Le difficoltà si scaricano infine sul debito pubblico che diventa insostenibile. Nei dieci anni tra il 1996 e il 2005, ci furono tanti casi di default o ristrutturazioni del debito sovrano quanti se ne erano verificati nei primi trent'anni del dopoguerra.

7- La bolla della “new economy”

Nella seconda metà degli anni ’90, i titoli del NASDAQ, legati alla new economy dell'informatica e delle connesse tecnologie, crescono del 577% (bolla DOT-COM), mentre l'indice Standard & Poor 500 sale del 237%. La contemporanea discesa del tasso del profitto delle aziende dal picco del 13% del 1997 all'8,3% nel 2000 evidenzia lo scollamento tra il procedere dell'accumulazione e i valori di borsa che in effetti in quell'anno crollano del 13% (S&P) e del 42% (NASDAQ). Alla successiva caduta della produzione, dell'occupazione e dei prezzi al consumo, la FED interviene abbassando il tasso di interesse sui Fed Funds (interbancario) dal 6,5% di gennaio al 3,9 di agosto. Nel 2001, dopo l'attacco alle Torri Gemelle di New York, scende all'1,75%. Ciò nonostante, la situazione economica rimase grave anche negli anni successivi, con il calo ulteriore del tasso di profitto e dei corsi azionari che portarono l'indice NASDAQ a ¼ del precedente picco e quello S&P alla metà.  Anche quando la recessione veniva data per superata, la politica della FED continuò a essere espansiva in modo inusuale, mantenendo i tassi di interesse  all'1% fino al 2004.

Il tasso reale dei Fed funds, detratta l'inflazione, rimase negativo fino al 2005. In tal modo le banche potevano prendere a prestito fondi dalle altre banche (dalle banche centrali) a un certo valore e, al netto dell'inflazione, restituirli a un valore inferiore. Una situazione analoga e prolungata nel tempo si era verificata solo dopo la crisi del 1974-75. Dal 2002 al 2005, i bassi tassi di interesse diedero un forte impulso all'indebitamento, i valori di borsa si rimisero a correre e prese a gonfiarsi la bolla dell'immobiliare. Tanto la nuova bolla quando quella della new economy si basavano su un eccezionale livello di indebitamento:  chi acquistava azioni DOT-COM e immobili si finanziava a debito per il 94-96% del valore del bene (dal 1952 al 1999, l'indebitamento medio non superava il 44% dei redditi). L'andazzo continuò finché, nel 2005, i prezzi delle case cominciarono a flettere per poi precipitare di 1/3 tra il 2006 e il 2009, travolgendo il sistema bancario che, sull'onda della bolla immobiliare, aveva concesso crediti senza limiti ed emesso una quantità enorme di cartolarizzazioni. Il crollo dei prezzi degli immobili fu l'innesco prima della crisi finanziaria, poi della caduta della produzione, dell'occupazione e dei consumi, che dagli Stati Uniti contagiò rapidamente l'intero mondo capitalistico.

Vediamo ora alcuni aspetti che riguardano il rapporto tra le due bolle e il significato che hanno assunto nel percorso della liberalizzazione finanziaria:

- innanzitutto, le due successive fasi speculative sono strettamente legate all'espansione del debito, alla forzatura che il credito esercita nello sviluppo di determinate branche di attività che finché crescono trascinano l'insieme dell'economia;

- la novità sta nella politica della FED che inaugura immediatamente una nuova fase ultra-espansiva per impedire che il crollo dei prezzi delle azioni della new economy inneschi una spirale di deflazione come quella giapponese degli anni Novanta, il cosiddetto “lost decade”. Il “decennio perduto” ora si è prolungato in un quarto di secolo di stagnazione con prezzi in calo, crescita lenta, aumento della disoccupazione, difficoltà per il sistema bancario e per le aziende. La risposta che venne dalla cabina di comando del potere monetario non fu la scelta tra diverse opzioni, ma l'unica possibile per salvare il capitale dalla crisi e dalla stagnazione. Il risultato, altrettanto scontato, fu la creazione di un'altra bolla destinata inevitabilmente a scoppiare, dando innesco alla crisi più grave dai tempi delle Grande Depressione;

- la crisi del 2007 in USA rappresenta il capolinea del lungo periodo di spinta alla sovrapproduzione esercitata dal credito che, se ha permesso al capitale di non annaspare in una lunga stagnazione fin dagli anni ’80, non ha potuto evitare la caduta del tasso di incremento della produzione e la corrispondente caduta del saggio del profitto che è la base di ogni crisi in regime capitalistico: se i profitti non crescono in proporzione all'incremento della produzione, il meccanismo di accumulazione rallenta e non sarà la inesauribile disponibilità di capitale da prestito a farlo ripartire;

- da allora, la risposta del capitale è rimasta la stessa, ulteriormente potenziata in rapporto alle persistenti difficoltà di accumulazione: sostenere con enormi flussi di liquidità, di moneta fiduciaria, il sistema bancario sovraesposto con crediti più o meno recuperabili e zavorrato da una quantità pressoché incalcolabile di titoli generati dalla pratica sistematica della cartolarizzazione.

8. Alcune (provvisorie) conclusioni

Il processo di liberalizzazione finanziaria iniziato negli anni ’70 giunge al capolinea con la crisi del 2007-2008. La libertà di movimento dei capitali ha generato per tutto il periodo il susseguirsi di crisi finanziarie e bancarie sia nei paesi avanzati sia nei “mercati emergenti”, crisi che si sono fatte via via più frequenti, alimentandosi reciprocamente e sovrapponendosi. Ogni crisi è stata avviata da politiche monetarie espansive (riduzione dei tassi di interesse) o dall'indebitamento estero, permessi dalla progressiva liberalizzazione dei mercati finanziari e del credito, a sua volta potenziato dalla creazione di valori fittizi.

Se la risposta del capitale alla crisi produttiva degli anni ’70 è stata l'espansione del credito (debito), a questa non è seguita un’espansione produttiva in grado di alimentare autonomamente l'accumulazione con tassi di profitto adeguati, né sui mercati emergenti né, tanto meno, in quelli sviluppati.

All'uscita di ogni stagione di vacche grasse inaugurata da flussi di capitali esteri, gli emergenti hanno dovuto sottoporsi al giogo del risanamento imposto dal FMI ai debitori insolventi e piegarsi alla predazione delle risorse nazionali da parte dei capitalismi avanzati. Fa eccezione la Cina, il cui governo ha saputo controllare e regolamentare i flussi di investimento esteri senza farsi schiacciare dalla spirale debitoria innescata dal deficit della bilancia dei pagamenti. Ma la stessa Cina si è spinta inevitabilmente nella direzione dell'indebitamento interno per finanziare uno sviluppo forsennato verso la sovrapproduzione. I segnali di una crisi bancaria cinese, apparsi all'inizio del 2016, sono così destinati a riemergere nel prossimo futuro.

I capitalismi sviluppati, dagli USA al Giappone all'Europa, hanno conosciuto fasi di euforia alimentata dal debito, centrate generalmente sulla forzatura del settore immobiliare, un settore assai poco “innovativo”, che ha trascinato nella sua crescita il resto dell'economia, gli indici borsistici e i prezzi. Unica eccezione, la bolla della new economy, che alla fine degli anni ’90 appariva come il settore trainante di una nuova stagione di crescita. Nessuna stagione di euforia è stata in ogni caso in grado di rilanciare stabilmente la produzione, i cui tassi di crescita si sono confermati in declino per tutto il lungo periodo .

L'Europa occidentale ha conosciuto una bolla creditizia nei primi anni del nuovo millennio, con epicentro le banche tedesche che hanno largheggiato nei prestiti ai paesi periferici dell'Eurozona. Si sono pertanto riprodotti su scala continentale i rapporti tra paesi a capitalismo avanzato e paesi emergenti, con situazioni debitorie il cui risanamento è stato affidato a ricette anche più pesanti di quelle imposte dal FMI (il quale, in certe circostanze, a confronto col cerbero germanico, ha fatto la figura della mammoletta). Con la differenza che, mentre i paesi emergenti potevano (e dovevano) svalutare e riportare in equilibrio, anche se dolorosamente, l'interscambio con l'estero, ciò è precluso ai periferici europei, sottoposti a un regime forzato di cambi fissi e privi di sovranità monetaria (cfr. A. Bagnai, Il tramonto dell'Euro, Imprimatur, grafico di p. 68, deficit e surplus in Europa dopo l'introduzione dell'Euro).

In questa situazione, l'unica risposta del capitale all'eccesso di indebitamento che condiziona le già scarse possibilità di ripresa dell'economia è rimettere il credito nelle condizioni di produrre nuovo debito su una base più elevata. E' accaduto con lo scoppio della bolla della new economy ed è stato riproposto in dimensioni inaudite con i Quantitative Easing post-grande crisi. L'economia dei capitalismi avanzati è ormai alla completa mercé delle decisioni di governi e banche centrali, le cui manovre devono essere sempre più espansive perché ogni eventuale incremento dei tassi di interesse produrrebbe effetti dirompenti sui sistemi bancari-finanziari e sull'intera economia. Ormai i mercati guardano con terrore ai segnali che vengono da produzione, occupazione e movimento dei prezzi. Se sono positivi, potrebbero spingere le banche centrali ad abbandonare, per quanto gradualmente, le politiche espansive e provocare, con l'aumento dei tassi, il crollo dei valori finanziari.

Ricapitolando. Per noi comunisti, si tratta anche di sgombrare il campo dalle prediche contro la globalizzazione, la libertà d'azione delle banche e il loro strapotere (24), che riducono tutto lo sconquasso mondiale al risultato di una politica orchestrata in alto loco – o peggio, di un complotto. Un'idea del genere sottintende che un capitalismo buono è possibile, con le opportune limitazioni dettate dal buon senso, dal sano sentimento democratico e, perché no, dall'onestà di chi ha responsabilità di potere. Tutto ciò è invece il prodotto necessario dello sviluppo capitalistico, e l'illusione di contenerlo entro argini tollerabili (con limiti nazionali o nella distribuzione della ricchezza) è un'idea nello stesso tempo democratica e fascista. Il vortice della mondializzazione nasce da una concatenazione di cause ed effetti, a partire dal crollo dei profitti delle imprese USA alla fine degli anni ‘60; ciò che accadde dopo ne fu una necessaria conseguenza:

- il deficit di bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti e l'indebolimento del dollaro;

- la dichiarazione di inconvertibilità dollaro-oro e il passaggio al sistema dei cambi flessibili;

- la privatizzazione dei flussi dei capitali internazionali e la loro liberalizzazione;

- la deregolamentazione dell'attività bancaria e la tendenza alla crescita dell'indebitamento interno e internazionale;

- la crisi dei sistemi bancari in seguito all'espansione del debito oltre le possibilità di espansione dei consumi e degli investimenti.

Questa strada il capitale l'ha percorsa non per scelta, ma spinto e diretto dalle sue stesse contraddizioni. Per quanto i suoi sacerdoti l'abbiano dipinta come una marcia trionfale di libertà e progresso, si è rivelata una specie di campo minato del quale non si intravede la fine, né tanto meno un  traguardo.

Sulla società e sugli Stati grava una montagna di debiti che ha il suo perno nell'enorme carico di prestiti che fa capo ai sistemi bancari e nell'enorme massa di valori fittizi da essi creata nelle successive fasi di espansione per sostenere il credito erogato e alimentarne di nuovo. Nelle crisi bancarie, si manifesta il circolo vizioso in cui è caduto il capitalismo ultra-decadente dei nostri tempi: ogni ripresa dipende da un'ulteriore espansione del debito, ma l'espansione è bloccata dalla necessità di alimentare anche la rendita rivendicata dal debito pregresso; un compito che non si può assolvere finché non c'è ripresa… ecc. ecc. D'altra parte, la soluzione di distruggere capitale finanziario rapidamente e su larga scala è in contraddizione con il ruolo dominante, pervasivo in ogni aspetto della vita sociale, che il capitale finanziario ha assunto irreversibilmente.

9. Breve sguardo di prospettiva

La crisi finanziaria del 2008-2009 ha segnato la fine dell'ultimo “ciclo lungo”, ma a distanza di otto anni un nuovo ciclo di espansione non può dirsi ripartito: i tassi di crescita medi annui della produzione sono calanti rispetto al ciclo precedente. Anche quelli degli emergenti declinano (con la parziale eccezione dell'India) e il modello di sviluppo basato sull'indebitamento, oltre che fallimentare, sarà reso obsoleto dagli sviluppi tecnologici che inducono al rientro delle produzioni nelle metropoli (25). La crisi di sovrapproduzione ora investe in pieno la Cina, principale artefice della relativa tenuta dei tassi di incremento della produzione mondiale nel ciclo precedente. I differenziali tra tassi di crescita negli imperialismi di vecchia data sono motivati in prevalenza dalla maggiore o minore libertà di iniziativa sul fronte fiscale (spesa pubblica): crescono un po' di più gli Stati Uniti, tiene la Germania. Perfino la moderata crescita cinese si appoggia in buona parte sulla spesa pubblica. Ovunque i sistemi bancari sono in difficoltà nello smaltimento della massa di attivi generati nella fase speculativa e sono gravati da insolvenze e sofferenze. Il percorso storico delle crisi bancarie che abbiamo delineato è confluito nella crisi attuale, l'ultima di una lunga serie, che tocca il cuore dell'imperialismo ed è la più persistente e profonda del dopoguerra.

Il credito come leva della sovrapproduzione sembra dunque aver concluso la sua stagione. Tuttavia, esso viene sostenuto dagli interventi delle banche centrali direttamente (con prestiti agevolati) e indirettamente (attraverso l'espansione della base monetaria con l'acquisto di titoli iscritti nei bilanci bancari). I tassi di interesse di riferimento ruotano attorno allo zero, ma favoriscono unicamente la speculazione nel circuito finanziario e non rilanciano la produzione; costituiscono anzi un fattore di difficoltà per le stesse banche, costrette anch'esse a praticare tassi di interesse minimi sui prestiti.

L'attuale crisi bancaria costituisce pertanto il punto nodale raggiunto oggi dal procedere caotico del capitalismo mondiale, che non troverà soluzione finché non ripartirà un nuovo ciclo di accumulazione a tassi di incremento sufficientemente sostenuti.

La ripartenza non dipende dagli interessi azzerati (dal costo del capitale di investimento), ma dalla profittabilità dell'investimento. La profittabilità dell'investimento dipende dal saggio del profitto medio. Il saggio del profitto medio dipende dal grado raggiunto dalla produttività del lavoro, e questo è inversamente proporzionale al saggio del profitto. Se le aziende non investono, o investono poco, l'unica ragione plausibile è che i profitti attesi non giustificano un incremento degli investimenti; se la produttività non cresce (26) è perché la riduzione della componente di valore (lavoro) contenuto in una unità merce, derivante da un incremento ulteriore di produttività – da una maggiore composizione organica – non compensa i costi degli investimenti in innovazione, e comunque non è tale da determinare un prezzo di produzione inferiore a quello medio, così da consentire di vendere il prodotto al di sopra del suo valore.

Sul piano economico, le soluzioni che il capitale può mettere in campo si riducono a questo: aumento della la produttività con “riforme dal lato dell'offerta” e introduzione di nuove tecnologie.

- Nel primo caso, l'aumento della produttività per addetto passa attraverso un'intensificazione dello sfruttamento e l'aumento del plusvalore assoluto (aumento dei ritmi e dei controlli, prolungamento della giornata lavorativa, turni, straordinari, riduzione del prezzo della forza lavoro al di sotto del suo valore): è la soluzione sul modello tedesco (Legislazione Hartz) e italiano (Job's Act) ed è un dato assodato nel mercato del lavoro americano.

- Nel secondo caso, l'aumento della produttività deriva dalla riduzione dei costi attraverso il controllo informatico integrato di tutte le funzioni di produzione (macchinari, manutenzione, logistica) e la conseguente riduzione degli sprechi (industria 4.0); e dalla produzione tramite stampanti in 3D per personalizzare il prodotto e azzerare gli scarti. Tanto in Germania quanto in Italia, lo Stato è impegnato a sostenere questo tipo di innovazione con ingenti stanziamenti.

Entrambe le modalità non risolvono il problema della sostenibilità di questo modo di produzione: dal punto di vista sociale, si conferma che il capitale non può offrire altro che precarietà, sottoccupazione e miseria; quanto alla capacità di generare profitti con nuovi metodi di produzione, ci si limita a raschiare il fondo del barile nella riduzione dei costi. Niente che faccia intravedere nuove produzioni in grado di rilanciare una nuova stagione di consumi e investimenti su larga scala. In queste condizioni, è improbabile che il capitale possa trascinare ancora a lungo la sua crisi, con tutti i disastri che essa produce. A quel punto, si riproporrà la storica alternativa: o guerra o rivoluzione. Perché quel che è certo è che il capitalismo non morirà di morte naturale – andrà abbattuto. E a questo noi lavoriamo.

 

I Parte:  Continuando il lavoro sul corso del capitalismo mondiale (I)

II Parte:  Continuando il lavoro sul corso del capitalismo mondiale (II)

 

NOTE

16- Guido Ascari e Paola Elena Brignoli, “La crisi bancaria svedese degli inizi anni ’90”, economia.unipv.it/pagp/pagine_personali/gascari/sweden_lungo.pdf.

17- “Il sistema bancario giapponese ha mantenuto […] i connotati di un settore fortemente protetto da barriere all’entrata e da una griglia normativa indirizzata a privilegiare la stabilità a scapito di possibili incrementi della concorrenza, sostanzialmente isolato anche da pressioni concorrenziali di natura esterna. E’ emblematico che solo alla fine degli anni ’70 sia stata rimossa la disciplina di controllo dei tassi bancari sui depositi e che solo sul finire degli anni ’80 le autorità giapponesi abbiano ampliato e liberalizzato le tradizionali strutture tecniche di raccolta delle banche... un processo di modernizzazione dei mercati sia stato avviato in Giappone solo nella metà degli anni 90, secondo un modello di ‘Big Bang’ che i maggiori sistemi finanziari occidentali avevano varato circa un decennio prima.” (“La crisi giapponese, scenari macroeconomici e ruolo del sistema bancario”, https://www.researchgate.net/publication/233903627, gennaio 2002).

18- “L’ammontare complessivo di valori patrimoniali dissolti per la perdita di capitale nel settore immobiliare e nel mercato finanziario raggiunse l’ammontare di un milione di miliardi di yen verso la metà degli anni ‘90, cifra che corrisponde a 2,4 volte il PIL. Si tratta di un valore enormemente grande e devastante, se si pensa che la distruzione di capitale avvenuta negli Stati Uniti durante la Grande Crisi dopo il 1929 fu pari a “solo” 1,9 volte il PIL.” (Makoto Itoh, “La continua crisi dell'economia giapponese”, www.autprol.org/public/news/doc000319201012002.htm).

19- “E’ paradossale osservare che a partire dagli anni 80 sotto i governi neo-liberisti è stata adottata una politica di deficit fiscale su larga scala che di fatto é di tipo keynesiano. Gli effetti tuttavia non sono poi così scontati. Si potrebbe sostenere che, proprio grazie a questo tipo di politica, accompagnata da bassissimi tassi di interesse e dall’iniezione di denaro pubblico nel salvataggio delle grandi banche, nonostante i danni devastanti prodotti dal collasso della gigantesca bolla finanziaria, finora è stato evitata una crisi economica acuta e si è avuto soltanto un lieve graduale aumento della disoccupazione. Ed è stata anche evitata la possibilità di una grave crisi globale che prendesse avvio dal Giappone. D’altro canto, la spirale deflazionaria depressiva invece è stata tanto più prolungata al posto di una possibile crisi acuta seguita dal rimbalzo della ripresa a forma di V. L’enorme aumento della spesa pubblica non è stato efficace nell’accrescere la domanda effettiva e la relativa ripresa economica” (Makoto Itoh, op. cit.)

20- Diversamente da Stati Uniti e Giappone, per i quali nel 1991 l'incidenza dell'export sul Pil si aggirava attorno al 10%, per la Corea rappresentava il 30%, per la Malaysia l'81%, per Singapore e Hong Kong il 90%.

21- “Negli anni seguenti alla crisi del 1997, si verificò una forte contrazione dei consumi interni e degli investimenti nella regione. Ma minori investimenti implicano una minor crescita: tra il 1987 e il 1996, il tasso medio annuo di crescita del Pil per Tailandia, Malesia, Indonesia e Filippine si attestava intorno al 7,3 %, mentre tra il 1997 e il 2007 è stato pari al 4%. Una caratteristica comune a molti paesi asiatici prima della crisi del 1997 era inoltre l’elevato deficit delle partite correnti. La Malesia nel 1995 presentava un deficit di parte corrente pari al 9% del Pil; la Thailandia all’8% del Pil.” (Andrea Pierri, “L'Asia orientale attraverso le crisi”, SACE, dicembre 2013).

22- Il modello delle crisi dei Paesi emergenti nell'era della cosiddetta globalizzazione è rappresentato dal “ciclo di Frenkel”. Le fasi del ciclo, secondo Frenkel:

- la periferia adotta cambi fissi o ”credibili” rispetto al centro, liberalizza il mercato finanziario interno e i movimenti internazionali di capitali;

- la periferia attira capitali esteri con tassi di interesse elevati, il deficit pubblico si riduce, quello privato aumenta;

- crescita economica e dei prezzi (indotta dall'inflazione creditizia, dalla domanda finanziata a credito), discesa dei tassi di interesse interni. La crescita dei prezzi fa perdere competitività;

- la periferia accumula deficit delle partite correnti: indebitamento. L'afflusso di capitali esteri genera bolle;

- l'indebitamento rende irrealistico il rapporto di cambio fisso: i capitali esteri si ritirano per non rischiare perdite con la svalutazione della moneta periferica. La svalutazione diventa inevitabile. Se, come nell'Eurozona, non è possibile svalutare, subentra la deflazione dei prezzi (politiche di austerità, taglio dei salari, crescita dell'indebitamento dello Stato per salvare le banche e per i minori introiti fiscali dal settore privato in difficoltà), cui fa riscontro la svalutazione degli asset finanziari e reali del paese in crisi. La speculazione prende di mira i titoli di debito pubblico (A. Bagnai, Il tramonto dell'euro, Imprimatur, p.134 e seguenti).

 23- “Le spiegazioni della crisi argentina che si fermano ai limiti delle frontiere nazionali sono insoddisfacenti. Solo prendendo in considerazione l’evoluzione del capitalismo mondiale partendo dagli anni ’70, possiamo arrivare a comprenderla. Una caratteristica di base di questa evoluzione è stata un aumento della mobilità dei capitali transnazionali in cerca di mercati, di forza lavoro da sfruttare, e di opportunità di investimenti. Con questa espansione mondiale delle condizioni sociali dell’accumulazione, la crisi si è espansa in forma frammentata nella periferia e con una attenuazione dei suoi effetti nel centro, grazie all’appropriazione sistematica di plusvalore resa possibile dalla egemonia imperialista […] In una triplice modo: il commercio internazionale, data la differenza di produttività provocata dalle differenze tecnologiche; le rimesse di divise dei capitali oligopolistici a quelli associati; e i pagamenti di servizi finanziari da parte degli Stati periferici indebitati. Se la sua manifestazione finale è la crisi finanziaria, è fuori dubbio la sua connessione in Argentina con una estesa recessione e caduta del tasso di profitto che ha provocato la svalutazione, la centralizzazione, la concentrazione, e la distruzione di capitali. Questa spirale si è accentuata col collasso di tutti i fenomeni che avrebbero potuto avere un ruolo anti-ciclico: l’assenza della politica monetaria, la caduta del prezzo delle esportazioni e la forte depressione del mercato interno”  (Pablo Ghigliani, “Crisi nella periferia e movimento dei lavoratori: il collasso argentino”, Proteo, n.2/2002).

24- Leggiamo in Bagnai (Il tramonto dell'euro, cit., p. 152): “Frenkel fa notare come, negli ultimi trent'anni, tutte le crisi finanziarie registrate dalle cronache abbiano seguito la medesima trama, quella, appunto, della storia di centro e periferia,… perché mai prima… le crisi non erano così frequenti, o comunque non si presentavano così?”. Risposta: perché prima vigeva una condizione di “repressione finanziaria”:

- dipendenza della banca centrale dal Tesoro

- controllo statale, diretto e indiretto, sul credito

- costo del denaro gestito o indirizzato dallo Stato

- controllo sui movimenti internazionali di capitali (in uscita e in entrata).

Poi c'è stata la svolta liberalizzatrice degli anni ‘80:

- libertà di movimento dei capitali

- deregolamentazione del credito

- indipendenza delle Banche centrali.

In sostanza, “prima” le cose non andavano così male; “poi”, è venuto meno il controllo, e tutto è andato in malora…

25- “Sono fonte di grande preoccupazione anche l'impatto della tecnologia digitale sulla produzione manifatturiera e l'attuale quadro macroeconomico, caratterizzato da forti squilibri globali e basso costo del denaro… la progressiva digitalizzazione e globalizzazione di produzioni che negli ultimi decenni erano state delocalizzate in Paesi emergenti alla ricerca di risparmi sul costo del lavoro, rischia di far saltare il modello di crescita di molte di queste economie. L'automazione renderà infatti meno importante la disponibilità di manodopera a basso costo e riavvicinerà molte produzioni ai mercati di sbocco finale. Il fenomeno è già in atto. L'effetto combinato di globalizzazione e crisi economica ha poi prodotto uno scenario macroeconomico complesso e dalle forti interdipendenze. Che nasconde alcune trappole pericolose. Tra queste i grandi squilibri delle bilance dei pagamenti a livello globale, la crescente volatilità dei mercati finanziari, valutari e di commodity, i rischi concreti di bolle speculative. Inoltre la politica monetaria espansiva condotta in questi anni dalle principali banche centrali ha abbassato i tassi di interesse e aumentato la rapidità degli spostamenti di capitale cross-border… Le economie emergenti, spesso dotate di mercati finanziari poco liquidi, possono essere tentate, per sostenere la domanda interna, di ricorrere a capitali esteri piuttosto che a risparmio domestico e in particolare all'indebitamento piuttosto che a capitali di rischio. Tuttavia il flusso di capitali dall'estero rafforzerebbe la valuta locale deprimendo ulteriormente le esportazioni ed esporrebbe il Paese al rischio di una futura repentina fuga di quegli stessi capitali… la possibilità di indebitarsi a basso costo è un forte disincentivo ad affrontare seriamente le riforme. Per le economie emergenti non si prospettano tempi facili. Calo della domanda mondiale e crollo delle materie prime sono solo parte del problema. Altre sfide vengono da tecnologia, volatilità dei mercati finanziari, denaro a basso costo e rapidità di movimento internazionale di capitali” (“Le incognite davanti ai Paesi emergenti”, Il Sole-24 ore, 20/8/16)

26- Un recente articolo del Sole-24Ore registra che Wall Street è ai massimi dal 1999: non però per effetto della crescita, ma principalmente per i dividendi del 2% rispetto all'oceano obbligazionario dove circolano titoli a rendimento negativo per 120 trilioni di dollari. Anche negli Usa la crescita è fragile “soprattutto perché la produttività aumenta molto meno rispetto al passato, rendendo molto più forte il sospetto che il tasso naturale di sviluppo [?] si sia sensibilmente ridotto dopo la crisi come da tempo predica Larry Summers e molti con lui”, produttività che cresce sotto il 2% annuo della media di lungo periodo del dopoguerra (“Il nervosismo dei listini e la crescita da ritrovare”, Il Sole-24 ore, 20/8/16).

 

1 14- I punti salienti della liberalizzazione finanziaria sono riassunti in un documento della fine degli anni ’90, citato da L. Gallino (Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, p.74):

- eliminazione dei controlli sul credito

- deregolamentazione dei tassi d'interesse

- libertà d'ingresso nel settore bancario o, più generalmente, nell'industria dei servizi finanziari

- autonomia delle banche

- proprietà privata delle banche

- liberalizzazione dei flussi internazionali di capitale.

A questi si potrebbe aggiungere l'affermarsi del principio dell'indipendenza delle Banche centrali dai governi nazionali.

15- “Se nel 1981 lo Stato [italiano] dava il 5% del Pil ai detentori del debito pubblico [ principalmente grosse istituzioni finanziarie] (sotto forma di spesa per interessi, e il 5% del Pil alla collettività nazionale (sotto forma di spesa primaria netta), nel 1993, al termine del conflitto [distributivo] lo Stato dava il 12% del Pil ai detentori del debito, e prendeva il 3% in termini netti alla collettività nazionale (perché se lo Stato è in avanzo primario significa che i cittadini pagano di tasse più di quello che ricevono in servizi pubblici) (Bagnai, Il tramonto dell'Euro, Imprimatur editore, p. 190).

 

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