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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 23 Ottobre 2017

Venezuela: il “socialismo del XXI secolo”, o dei banconi vuoti

E' da manuale (clinico-psichiatrico!) la sindrome che colpisce molti orfani i quali, per una lunga parte della loro vita, vagano affannati alla ricerca dei propri avi attaccandosi a qualunque persona li possa ricordare, o almeno rappresentare. Non diversamente, la piccola borghesia europea “di sinistra”, e non solo, alla fine del secolo XX vagava smarrita alla ricerca di nuovi “genitori” cui affidare le proprie cure e corrispondere il proprio amore filiare.

Crollato l'impero che fu di Baffone, e crollati con esso gli ingessati “sistemi socialisti” balcanici e centro-europei (centralisti, autogestiti, o altro); risultati oramai impresentabili i “comunisti del Celeste Impero” (e quelli partigiani delle penisole indocinese e coreana); travolti dalla democrazia i guerriglieri di ogni longitudine centro- e latino-americana; infine, impossibilitati a sostenere senza rendersi ridicoli (eppure, continuano ciechi a sostenerlo) il “socialismo isolano” caraibico centro-americano fondato esclusivamente sullo zucchero, sui sigari e sullo sfruttamento di genere nei bordelli a cielo aperto per occidentali (di cui si sa diverse comitive di piccolo-borghesi hanno provato negli anni le “delizie”), i sinistrorsi europei, ecocompatibili, pacifisti e conflittuali, volgevano di nuovo, momentaneamente smarriti, la  loro ricerca nelle nazioni occidentali.

Qui, gli Schroeder, i Blair, i Clinton, gli Zapatero, o i Prodi di turno, pur non risultando ripugnanti (come in un breve amplesso tra fugaci amanti su una spiaggia agostana), non potevano certo esaltare e soddisfare le profonde esigenze di “guerriglierismo romantico” dei nostri dalle mille sigle altisonanti (gli anti-anti). Tale la tremenda situazione: non vi era più nessun “socialismo reale” cui dedicare la propria esistenza, nessun flauto andino da zufolare, nessuna balalaika da strimpellare! Che cosa ne sarebbe stato, dei raduni estivi degli anti-anti? a chi dedicare la propria fede e la propria liturgia? possibile che, per la sinistra democratica, rimanessero solo da salvare le balene e gli elefanti (le classi – si sa – per loro sono sparite da tempo)? In definitiva, che ne sarebbe stato del “socialismo estivo della salamella reale”?

Ma ecco che, sul finir di secolo e – cosa più importante – di millennio (il che fornisce di certo un'enfasi maggiore), dalla terra dei mille guerriglieri (per ora solo borghesi, e certo in questo più dignitosi di ogni leaderino occidentale contemporaneo) sorgeva un nuovo astro, un nuovo “sol dell'avvenire”. Subito, le bandiere rosse ripresero a sventolare gagliarde e “Bella ciao” a riecheggiare nei cinque continenti. Un nuovo “Comandante” faceva capolino su questo martoriato pianeta, e tutti i piccolo-borghesi nostrani, conflittuali e sinceramente democratici, poterono di nuovo dimenare soddisfatti la coda. Nel 1998, in Venezuela, un ufficiale dell'esercito patrio, al secolo Hugo Rafael Chávez Frías, dopo una democraticissima elezione (in realtà, preceduta qualche anno prima da un fallito golpe), saliva alla ribalta mondiale, divenendo Presidente della repubblica sudamericana, al grido di “Socialismo del XXI secolo!”. Questo sì che era modernismo, questa sì che era una nuova (ennesima) “terza via” in cui credere e da perseguire.

Una volta di più, quindi, la secolare tradizione rivoluzionaria della classe proletaria, le sue battaglie e i suoi immensi sacrifici, venivano spazzati via e superati (ferro vecchio della storia!) dall'avveniristico “socialismo del XXI secolo”. Che sorgeva non cruento, democratico e soprattutto costituzionale: un “socialismo” non figlio dell'ottocentesco e antiquato Marx o del barbaro Lenin di primo ‘900; non sorto dalla violenza levatrice della storia, ovvero dallo scontro frontale e sanguinoso fra le due classi storiche del capitalismo; non figlio della sofferenza e dello strazio dei lavoratori, ma un “socialismo” veramente… contemporaneo: legale, patinato, mediatico. Un “socialismo” fatto di votazioni, di istituzioni, di ordine poliziesco e militare, di borghesi (ma non troppo borghesi) e di poveracci (ma non più così poveracci). Un “socialismo” fondato su un’immensa riserva di petrolio, e su lucide riviste, accompagnato dall'indispensabile novella romantica dell'amore segreto del lìder maximo con la modella universale per antonomasia. Un “socialismo” fondato anche sull'anti-imperialismo, che non smetteva però, neanche per un attimo, di fare lucrosi affari con l'odiato nemico yanqui; in altre parole, un “socialismo” finalmente glamour, presentabile e concorrenziale al migliore dei capitalismi esistenti. Ai nostri anti-anti non poteva sembrare vero, e subito la loro macchina della propaganda abbracciò il nuovo Messia, divulgandone il pensiero al “popolo”. E così fu, nei successivi 20 anni.

Ma vediamo da vicino i capisaldi di tale “socialismo”…

In primo luogo, dovrebbe far riflettere la constatazione che le due idee centrali del leader venezuelano non sono affatto farina del suo sacco.

Il Bolivarismo, come ben si capisce, è la ripresentazione aggiornata (ma neanche troppo) dell’ideologia di Simón Bolívar, che, da autentico rivoluzionario borghese, tentò nel primo '800 di fondare un grande Stato latino-americano allo scopo di instaurare un autentico capitalismo avanzato nel Sud America. Nella versione attuale, è una mera alleanza fra Stati diversi: dunque, ben più arretrata del bolivarismo autentico.

Se poi rivolgiamo lo sguardo al “socialismo del XXI secolo”, scopriamo facilmente che il suo teorico altri non è che il sociologo e accademico tedesco (ma da tempo vivente in Messico)  Heinz Dieterich. Costui, nella massima confusione teorica, e da posizioni piccolo-borghesi di sinistra, ha fondato il proprio credo su quattro punti, che dovrebbero… dar sostanza al suo concetto di “socialismo”:

1) Equivalenza economica, che dovrebbe essere basata sulla teoria marxiana del valore ed è democraticamente determinata da coloro che creano direttamente il valore, anziché dai principi dell'economia di mercato;

2) Democrazia della maggioranza, che fa uso dei plebisciti per decidere riguardo alle questioni importanti che interessano l'intera società;

3) Democrazia di base diretta, basata su istituzioni democratiche come legittime rappresentanti dei comuni interessi della maggioranza dei cittadini, con un'appropriata tutela dei diritti delle minoranze;

4) Il soggetto critico, responsabile, cittadino in maniera razionale, etica, ed esteticamente autodeterminata. [1]

Naturalmente, tutto questo ben di dio dovrebbe essere raggiunto, non con un atto rivoluzionario, violento e dittatoriale, ma attraverso la penetrazione delle istituzioni democratiche: il crescendo della coscienza collettiva e popolare porterebbe così alla meta del “socialismo del XXI secolo” (una bella spolverata di gramscismo sta bene su tutto, come il prezzemolo)…

Ma, così declinato, non è che questo “socialismo del XXI secolo” sprigiona un olezzo di socialdemocratismo da XIX secolo? non è che, gratta gratta, tutta questa teoria si riduce a un banalissimo anagramma fra le tre sigle X, X e I, costituendo un enorme passo indietro sulla strada dell'emancipazione del proletariato?

Non solo infatti questo “socialismo del XXI secolo” è ben più arretrato sul piano teorico di quello autentico, espresso nella pratica rivoluzionaria nell'ottobre 1917 in Russia e per il lustro successivo in gran parte dell'Europa. La Repubblica Venezuelana è rimasta ben capitalistica e oppressiva di proletari, nonostante gli “ambiziosi obiettivi” decantati dal caudillo Chavez e dalla sua opaca fotocopia Maduro. E in nessun modo si possono derubricare le manifestazioni di questi mesi della popolazione venezuelana come mera espressione delle politiche della borghesia di destra e dell'odiato yanqui in Venezuela! Vi è molto di più.

Questa è la pochezza di tale regime: ma ancor più la pochezza e la malafede di chi ha contribuito a diffonderne la falsa leggenda socialista. Questa è la dimostrazione dell'aperto tradimento delle istanze proletarie da parte di tutte le sigle che hanno spacciato per socialismo, a qualunque titolo, il regime chavista. Un regime che ha mal ridistribuito “al popolo” un'infinitesima parte degli enormi profitti petroliferi, nell'intento, non certo di superare il sistema capitalistico, ma solo di portarlo, ancora per qualche lustro, avanti nel tempo. Un regime che non ha fatto nessun passo verso una sovrastruttura diversa da quella capitalistica. Un regime che è stato totalmente inefficiente, anche alla luce del capitalismo stesso. Come spesso abbiamo scritto, gli istrioni non sono i protagonisti coscienti e attivi di trasformazioni sociali ed economiche: al contrario, sono delle grottesche marionette che interpretano come possono una commedia scritta in gran parte dalle oggettive esigenze della struttura economica e dal suo riverberarsi nelle classi. Ciò è talmente vero che, dopo un ventennio esatto di “Rivoluzione Chavista Bolivariana del Socialismo del XXI secolo”, il Venezuela non ha fatto nessun passo avanti nelle sue capacità produttive e di autosufficienza economica. La sua è e continua a essere un'economia basata sullo sfruttamento delle materie prime, di cui quella terra è ricca: un’economia fortemente esposta all’andamento dei mercati internazionali (prezzo delle materie prime) e a quello della produzione economica (produzione in crescita e quindi richiesta di materie prime), nel periodo precedente; un’economia di sfruttamento delle materie prime nei successivi vent'anni di “socialismo del XXI secolo”. E difatti gli apparenti splendori di questo paese si sono trasformati, nel giro di pochi mesi, in un incubo, non appena il prezzo del petrolio, e delle materie prime in genere, è crollato sotto la pressione della più devastante crisi di sovrapproduzione che abbia mai attraversato il sistema capitalistico (crollo dei prezzi delle materie prime e calo della domanda delle stesse). Se si fosse trattato di socialismo, o anche solamente di una transizione reale verso esso, questa crisi non avrebbe intaccato le  capacità del Venezuela di reggere sul piano sociale. Al contrario, proprio perché di socialismo il Venezuela non ha visto l'ombra, la crisi capitalistica lo ha investito come uno tsunami, mettendo in crisi il regime che negli ultimi vent'anni lo ha diretto.

Come finirà nel breve tempo ci sembra ovvio. I giorni di Maduro come presidente legittimato democraticamente sono contati. Se poi il futuro vedrà un colpo di stato dello stesso Maduro, o dell'esercito con nuovi figuranti, o di un caudillo di destra, piuttosto che la riproposizione delle democratiche elezioni, come nelle esortazioni risuonanti nelle vuote dichiarazioni dei soliti leader internazionali (elezioni nelle quali Maduro ha pochissime possibilità di essere rieletto), o altro ancora oggi impossibile da prevedere, comunque sia il giro di vite sulla classe operaia sarà feroce.

Il problema è sempre lo stesso, nessuna scorciatoia e nessuna possibilità alternativa: solo lo scontro aperto e violento fra le classi antagoniste del capitale (borghesia e proletariato) può funzionare da levatrice della storia futura. Continuare a seguire le illusioni piccolo-borghesi e appoggiare così facendo la borghesia incapace e superflua di questo scorcio di inizio millennio, significa correre sempre più velocemente verso la catastrofe per l'intera l'umanità.

[1] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Socialismo_del_XXI_secolo

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

 

                     

 

 

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