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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 23 Ottobre 2017

Breve storia del movimento sociale e proletario in Brasile

Le posizioni politiche del Partito Comunista brasiliano, dopo la Rivoluzione d’Ottobre e la nascita della Terza Internazionale comunista, hanno subito l’intero corso della “controrivoluzione staliniana”: lezioni pesanti, impresse sul corpo del movimento proletario, segnandolo di quell’ideologia piccolo borghese, populista, sindacalista e ribellista, che lega ancor oggi il proletariato brasiliano al carro della borghesia nazionale. La “cementificazione democratica e patriottica” operata dalla controrivoluzione nel secondo dopoguerra ha poi completato l’opera. La trasformazione avvenuta nel movimento cosiddetto comunista (o cosiddetto di classe) è solo una stanca ripetizione di quelle idee piccolo-borghesi che hanno accompagnato in America latina, prima l’ascesa rivoluzionaria della borghesia, poi il suo sviluppo riformista e oggi il suo profondissimo stato di coma. Qui di seguito riportiamo una breve storia del movimento proletario in Brasile.

Il Partito Comunista del Brasile, fondato nel 1922, ha continuato a rivendicare l'eredità del Partito Comunista-Sezione Brasiliana dell'Internazionale Comunista. Le tappe del suo percorso socialdemocratico nel corso degli anni ‘20 sono quelle stesse che conosciamo in vario modo anche in Europa, fondate sui fronti unici politici e sui blocchi nazionali. Il carattere dominante, che si riscontra poi nelle lotte politico-sociali in tutta l’America latina, è il ribellismo alimentato dal basso e “coadiuvato” dall’alto. Dal Messico al Cile, è tutto un fiorire di movimenti che affondano le proprie radici nelle lotte delle “masse popolari” e poggiano sulle strutture militari. Il tenentismo, che ebbe tra i suoi capi Carlos Prestes, fu un movimento sociale politico-militare brasiliano, che si propose negli anni ‘20-’30 come espressione del malcontento del ceto medio e anche della collera delle famiglie operaie che rivendicavano obiettivi democratico-borghesi sfidando l’azione politica delle oligarchie al potere e battendosi per riforme politiche e sociali, oltre che per la moralizzazione della vita pubblica e per mutamenti di carattere giuridico. Molte sono state le rivolte che questi luogotenenti diressero dal 1922 al 1935, viaggiando per migliaia di chilometri all’interno del Brasile (è il caso della Colonna Prestes”, ad esempio). Fin dall’inizio, il Partito comunista brasiliano si trovò di fatto ad affiancare questo movimento in un fronte “antioligarchico”. Nel 1928, al VI Congresso dell’Internazionale comunista già stalinizzata dalla dottrina del “socialismo in un solo paese”, matura la giravolta politica “a sinistra”, che porta alla rottura del fronte unico politico-militare. Mentre una parte dei sottoufficiali si pone fuori dall’alleanza spostandosi a destra, Prestes annuncia la propria adesione al Partito comunista, recandosi a Mosca: al suo ritorno, rinasce nella confusione un’ulteriore tattica frontista tra “egemonia proletaria nella rivoluzione” e fondazione della “lega di azione rivoluzionaria tra proletariato, contadini e piccola borghesia progressista”.

Nel 1930, il nuovo presidente del Brasile, Getulio Vargas, riesce a imporsi nelle elezioni, con il sostegno di un eterogeneo movimento politico-militare costituito da industriali, classe media e settori proletari. Il suo governo si dà un carattere autoritario e populista: è la dittatura militare nella sua forma moderna. Emana una serie di leggi sociali “avanzate e innovative” a favore dei lavoratori industriali urbani e, nello stesso tempo, crea una struttura sindacale di tipo corporativo, modellata su quella degli analoghi regimi fascisti europei.

Il momento organicamente più critico è il VII congresso dell’Internazionale comunista (1935), l’ultimo prima dello scioglimento dell’Internazionale nel 1943. In Europa, ha inizio l’epoca dei “fronti popolari” e dei “fronti nazionali e patriottici” nella lotta antifascista. La ricerca delle alleanze favorevoli alla Russia fa saltare tutte le velleità rivoluzionarie antimperialiste all’esterno e anticapitaliste all’interno dei singoli Stati. L’appello ai paesi coloniali e semicoloniali è quello di costituire alleanze tra nazional-riformisti e nazional-rivoluzionari, giungendo all’abbandono delle posizioni di classe. Le questioni teoriche riguardanti i problemi dell’imperialismo, del capitalismo e della rivoluzione socialista, costrette entro i termini della lotta antifascista, non hanno più alcuna validità di classe. Si scoprono imperialisti buoni e imperialisti cattivi: i precedenti venti anni di lotta, cui il proletariato ha partecipato con passione, sono svenduti facendo distinzioni nel campo della classe dominante, tra imperialisti democratici e imperialisti fascisti. L’“alleanzismo” diviene un principio, l’“egemonia” (brutta deformazione gramsciana di “dittatura”) diviene codismo. I nemici imperialisti di ieri diventano alleati di oggi, oligarchie fondiarie e finanziarie incluse. Gli Usa non sono più la metafora del maligno: diventano i campioni della democrazia e dello sviluppo dei popoli.

Riconfermato presidente nel 1934, Vargas, messo sotto pressione, promulga una Costituzione democratica, con la quale concede, tra l'altro, il diritto di suffragio alle donne; ma un anno dopo affronta e sconfigge con una dura repressione un'insurrezione ispirata dall'Internazionale comunista, sostenuta dalla Russia e guidata da Prestes, prima nelle città del Nord del Brasile, poi nella capitale. I militari innalzano la bandiera rossa nelle caserme, ma l’insurrezione è sconfitta. Stando alla coda del movimento tenentista, il movimento operaio e quello dei contadini poveri, lasciati nella disorganizzazione più completa, ripiegano su se stessi. La repressione antiproletaria è spietata, la disgregazione di quel che era chiamato Partito comunista brasiliano è quasi totale. Le accuse di infantilismo insurrezionalista, insieme all’esaltazione del Fronte popolare, fanno parte del teatrino del Congresso internazionale: si accusa di settarismo il partito che non ha saputo allargare se stesso oltre i simpatizzanti, si sottolinea la tendenza golpista innata dei militari e quindi lo stravolgimento della realtà che ha sostituito il lavoro paziente di organizzazione con l’esaltazione della cospirazione e della lotta armata. E ciò come se l’Internazionale non fosse stata il burattinaio e non avesse dato via libera a Prestes e ai comunisti!

La linea del Fronte popolare finisce per diventare la giusta tattica adeguata ai tempi. Nella guerra di Spagna, tra il 1936 e il 1939, i movimenti di massa internazionali a favore della Repubblica spagnola portano al compattamento degli interessi operai e contadini, dei ceti medi, degli studenti, dei borghesi. In quel frangente tragico, attorno a cui ruota, prima della Seconda guerra mondiale, il destino del movimento proletario internazionale, sono travolti tutti i principi della lotta indipendente di classe. Vargas, intanto, per conservare il potere, avendo sciolto il Congresso Nazionale e i partiti e revocato molte delle libertà individuali, nel novembre 1937, con la guerra europea alle porte, promuove un colpo di Stato instaurando lo “Stato nuovo”: una dittatura di orientamento fascista, centralizzata, nazionalista e industrialista, che durerà fino al 1945. Da parte loro, i “comunisti” finiscono nelle maglie del Fronte popolare e antifascista, collaborando sia alla preparazione prebellica sia agli avvenimenti di guerra. Di fronte all’obiettivo di sconfiggere il nazifascismo, ogni tentativo di ricordare la funzione imperialista anglo-americana (come fecero i nostri compagni nell’emigrazione) porta come conseguenza l’essere tacciati di “fascismo”. Il patto russo-tedesco per la divisione della Polonia (1939) e, due anni dopo, il passaggio russo nel campo opposto dovrebbero togliere ogni fraintendimento al carattere imperialista di tutti i fronti del conflitto mondiale. Niente di tutto questo!

In politica estera, Vargas si avvicina all'Asse Roma-Berlino e collabora con il fronte tedesco: ma poi l'attacco giapponese di Pearl Harbor, lo induce a cambiare posizione. La vittoria degli Alleati rafforza l'opposizione interna del Brasile, lasciando Vargas in una posizione incerta, che si conclude con la sua ulteriore deposizione, nell'ottobre 1945. Ma, dopo cinque anni, torna sulla scena politica, nuovamente eletto presidente con l'entusiastico appoggio dei sindacati, della borghesia industriale e di settori nazionalisti dell'esercito che vedono in lui… “un bastione contro la penetrazione economica Usa. Nasce allora, proprio con Vargas, il monopolio del petrolio attraverso la fondazione della Petrobrás.

***

In seguito alla fine della dittatura e alla promulgazione della nuova Costituzione Federale, il Paese riprende a crescere. La classe proletaria, battuta dal tradimento politico stalinista, dalle velleità guerrigliere e dal sindacalismo corporativo, non può che ripiegare su se stessa e chinare la testa sotto il giogo dello sfruttamento della nuova borghesia. Tra il 1946 e il 1964, si ha perciò un periodo “pacifico”, durante il quale si susseguono più governi democratici. Nel gennaio 1956, viene eletto alla presidenza il socialdemocraticoKubitschek: è un periodo di forte industrializzazione e di imponenti lavori pubblici, tra cui la costruzione della nuova capitale, Brasilia (1960); ma alla fine si registra anche un netto peggioramento della situazione finanziaria con una forte inflazione e il raddoppio del debito estero. Intanto, nel 1962, al suo V congresso, il Partito comunista si divide: da una parte, la componente maoista che dà vita all'attuale Partito Comunista del Brasile (PCdoB), dall’altra quella filosovietica che mantiene la sigla PCB, Partito Comunista Brasiliano. Dopo la tragedia degli anni ’20-’30, la sceneggiata cino-russa alimenta una volta di più il teatrino sociale, con effetti disastrosi sulla nostra classe. Come governatore dello Stato di Sao Paulo e poi come presidente per pochi mesi nel 1961, Janio Quadros si dedica alla lotta alla corruzione e a tacitare il malcontento generale della popolazione più debole e povera: le condizioni di vita e di lavoro del proletariato peggiorano comunque, mentre i sindacati vengono nuovamente irreggimentati nel vecchio corporativismo assistenzialista. Il rifiuto del blocco economico americano di Cuba e l’accoglienza solenne di Che Guevara, il tentativo di mettere in campo la riforma agraria, la ricerca dell’appoggio dei progressisti in politica, mettono Quadros in urto con poteri forti che si stano ricostituendo. La susseguente crisi economica e politica porta alla costituzione di tre governi nel giro di due anni e mezzo. Con il plebiscito del 1963, la presidenza Goulart (1961-’64) restaura il presidenzialismo: per salvare l'economia dall'inflazione galoppante (80% d'inflazione annua nel 1963) e dalla stagnazione economica, il ministro della Pianificazione decide di attuare una riforma agraria e di nazionalizzare le compagnie petrolifere, ma i suoi progetti sono stroncati il 31 marzo 1964 da un golpe militare guidato dal maresciallo Castelo Branco, appoggiato dagli Stati Uniti, che accusa Goulart di essere “al servizio del comunismo internazionale” (sic!).

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A partire dal 1964, Castelo Branco inaugura una dittatura militare che ha la durata di 21 anni. In questo periodo e fino al 1984, si succedono cinque generali. La direzione di questo lungo periodo di dittatura è apertamente sostenuta dagli Usa, il cui scopo è reprimere le “riforme progressiste” nel continente latino americano. La combattività operaia è duramente repressa, sono vietati gli scioperi e messe fuorilegge tutte le forze politiche, diversi dirigenti sindacali sono arrestati, torturati o fatti sparire. Il partito governativo Aliança renovadora nacional (ARENA) e quello ufficiale di opposizione, il Movimento democratico Brasileiro (MDB), creati artificialmente, conferiscono poteri straordinari al presidente, sospendono le garanzie costituzionali e ampliano le persecuzioni di tutti gli oppositori del regime. Sono questi gli anni di piombo del Brasile. Nel partito di opposizione (MDB,) trovano rifugio sia la sinistra che l’estrema sinistra. Con la nuova costituzione brasiliana, il golpe viene così istituzionalizzato. Di fronte alla crescita dei movimenti di protesta, viene chiuso il Parlamento e sono negati i diritti politici. La guerriglia e le lotte nelle città e nelle campagne si intensificano, ci sono attentati dappertutto, tra cui quelli a San Paolo e a Rio de Janeiro. L’antimperialismo nei confronti degli Usa e delle cricche militari brasiliane diviene anche lotta armata: si acuisce la repressione, ma si estendono anche le sommosse guidate dai guerriglieri cosiddetti marxisti e dagli oppositori. A metà degli anni ’70, il debito estero cresce e l’economia si riduce a quella di un paese coloniale produttore di materie prime. La crisi economica del 1974-’75 genera la crisi petrolifera e un alto tasso d’inflazione, e con essi si moltiplicano le chiusure di fabbriche, i licenziamenti – cresce la miseria. Negli anni 1979-’85, la dittatura militare abbattutasi sul proletariato comincia ad allentarsi. L’apertura democratica permette il ritorno dei politici esiliati e la loro partecipazione alle elezioni municipali del 1982. La borghesia industriale, stremata dalla crisi del debito e dall’inflazione, aspira alla stabilizzazione. Il periodo neoliberista si può far cominciare nel 1986 con il “piano incrociato”, con misure di contenimento dell’inflazione tra cui il congelamento dei prezzi e la creazione di una nuova moneta, il cruzado. Con la crescita dell’inflazione nel 1987, il governo smette di pagare il debito estero, e nel 1989 viene introdotta una nuova moneta il cruzado novo. Prima il governo Collor (corruzione dilagante e grandi dimostrazioni giovanili e studentesche) e poi quello Cardoso chiudono il secolo.

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Nel 2003, il sindacalista Lula da Silva, che nel 1980 aveva fondato il Partido dos Trabalhadores (PT) incorporando le diverse anime sindacali in una Centrale Unica dei Lavoratori (CUT), Lula da Silva diviene presidente e lo stesso partito (ex-sindacato) costituisce un sedicente “governo operaio”, accompagnato dall’inevitabile retorica operaista e populista. La crisi di sovrapproduzione sopravvenuta nel 2008, che lentamente e drammaticamente ancora si trascina, ha coinvolto molte aree del Brasile, portando con sé i primi segni di una “ionizzazione sociale”: l’emergere di posizioni proletarie dal magma indistinto della collaborazione interclassista. Il cosiddetto “popolo”, indistinto e indifferenziato, e oggi “sindacalizzato” grazie a un premuroso attivismo statale, manifesta così i segni della disgregazione, con i diversi strati sociali che tendono a scindersi in privilegiati dominanti e precarizzati senza futuro. Le “lotte popolari” continuano a mantenere le illusioni unitarie, riformiste, gradualiste, democratiche, nazionali, come tali impotenti a uscire dal quadro politico del regime capitalistico. Le infinite composizioni governative, oligarchiche, liberiste, socialdemocratiche, sindacaliste, operaiste, via via manipolate nella mangiatoia dello Stato borghese, esalano fetidi odori di carogna.

I due lunghi periodi pre-crisi, il primo (2000-2004) con uno sviluppo medio del 2% e il secondo (2005-2008) con uno sviluppo medio del 5%, basati soprattutto sull’esportazione petrolifera e le materie prime, avevano permesso un’esaltata distribuzione di compensi ed elargizioni, quali l’aumento del salario medio, la concessione del minimo garantito, l’aumento del credito al consumo e un maggiore utilizzo dei servizi pubblici (scuola e sanità). Tutti i settori avevano goduto della crescita economica, in particolare nella pubblica amministrazione, coinvolgendo l’aristocrazia operaia e gli strati più o meno disagiati. Si strombazzava perciò ovunque sulla “fuoriuscita dalla povertà” e sulla “formazione di una nuova classe media”. Il Brasile, entrato nel novero dei paesi Brics, ha dunque vissuto l’orgoglio della “grande potenza mondiale emergente”. Ma, con la crescita economica, l’arroganza, l’avidità e la corruzione hanno cominciato a dilagare. Dal 2009 al 2017, nel pieno della crisi economica mondiale, poi, quella crescita si è rovesciata in miseria, in disagio sociale, l’insicurezza e la precarietà si sono ampliate, i movimenti di protesta e di rivolta hanno coinvolto nello stesso tempo sia gli strati miserabili e sottoproletari delle favelas sia gli strati della popolazione proletaria, nonché le stesse classi medie. Gli anni della crisi (2009-2012) e (2013-2016) con i dati del Pil che da -0,2, 7,5, 2,7, 1 passano a 2,5, 0,1, -3,8, -3,6, sono stati durissimi. La produzione è crollata, l’economia in generale è rallentata e l’inflazione è aumentata con la svalutazione del real. In occasione dei Campionati mondiali di calcio, vista l’immensa mole di miliardi stanziati (15 miliardi di dollari), la retorica nazionale ha portato alle stelle il tradizionale “oppio del popolo” brasiliano. Ma, dall’esaltazione dei gruppi finanziari e industriali, si è passati infine alla cronica mancanza di servizi e di infrastrutture, ma soprattutto allo tsunami della corruzione. La crisi ha risvegliato la retorica del “socialismo”, insufflato dai governi del PT (Partido dos Trabalhadores) per qualche statizzazione, per qualche intervento nell’istruzione e nell’igiene pubblica, sotto la direzione del “Presidente operaio” Lula.

I primi movimenti di rivolta scoppiano nel giugno del 2012, con l’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici a generare il malcontento: hanno inizio a Sao Paolo e si estendono a Sao Gonçalo e Belo Horizonte, con la partecipazione di migliaia di persone. Il risultato è il “ritocco” del salario minimo “garantito” e del “bonus familia”. La legge della miseria crescente continua comunque la sua marcia trionfale.

Si continua a ripetere che la vera “democrazia rappresentativa” sarebbe una “grande conquista” operaia e popolare, e il vanto soprattutto di un vero governo di sinistra. Perciò, la piccola borghesia accusa la “distanza” crescente della “rappresentanza democratica” dai problemi sociali, accusa il ceto politico di non comprendere le esigenze popolari. Robaccia fritta e rifritta! Non si comprende che la corruzione e l’affarismo sono radicati nelle leggi proprie della dinamica capitalista, nel profitto e nel movimento ciclico di sovrapproduzione nauseante e di crisi di sovrapproduzione. Sfugge (si fa per dire!) che la corruzione è universale, e non un fatto locale e nazionale; e che il capitalismo, specie nella sua attuale fase imperialista e ultra parassitaria, ne è la causa determinante. La domanda di una “vera democrazia” resterà pertanto solo una pia illusione e, nel caso fosse soddisfatta, creerebbe maggiori condizioni di precarietà e di sofferenza sociale. Le manifestazioni di lotta, gli scontri contro gli apparati repressivi, sono stati continui in questo lungo periodo di crisi: ma soltanto il proletariato, abbandonato a se stesso, ha pagato, mentre il potere non è mai stato scalfito. Nei periodi di ripresa economica, l’avanzamento sociale dovuto alle lotte spinge in alto solo alcuni strati della popolazione: la miseria e la precarietà confermano invece le condizioni sempre più tragiche del proletariato. Il fattore oggettivo della crisi economica non porta direttamente alla lotta di classe: sono la lotta di difesa economica, la sua pratica, il suo esercizio diretto, la sua organizzazione, che, distruggendo le illusioni, spingeranno sempre più il proletariato su un terreno di antagonismo sociale e politico.

Il forte sviluppo del Brasile negli anni del boom economico, durante i quali si intonarono le lodi alle misure di statizzazione e d’interventismo statale permesse dai profitti e dalle rendite dei grandi gruppi multinazionali (tra cui il gigante energetico Petrobras), non ha attenuato la corruzione e l’affarismo: semmai lo ha accentuato. Le accuse rivolte in questo campo sia al presidente-operaio Lula che alla presidentessa ex-guerrigliera Dilma Roussef (e oggi al successore Michel Temer) dimostrano che si tratta di “marciume venuto a galla” a causa di un’economia ormai azzoppata dalla crisi e certo non grazie alla “spinta morale ed etica del popolo” che avrebbe scoperchiato lo scarico fognario. Ci vuole ben altro! Perché tutto cambi occorre che rinasca dalle sue ceneri il proletariato come classe, occorre che si rimetta in moto la sua riorganizzazione a partire dalle lotte di difesa economica, occorre che la direzione politica rivoluzionaria (il partito comunista) riprenda il suo cammino su scala internazionale. Il popolo delle favelas può fare da massa d’urto, ma non può guidare il movimento rivoluzionario. Da parte sua, l’organizzazione sindacale dovrà sciogliere l’attuale patto di subordinazione allo Stato. Dunque, molta, moltissima strada ancora è da fare. Soprattutto, occorre che sia abbattuta con la violenza rivoluzionaria la controrivoluzione accampatasi da troppo tempo sul terreno della lotta di classe e ancor oggi imperversante a livello mondiale, come un gigantesco, tremendo uragano.

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

 

 

 

                     

 

 

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