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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 23 Ottobre 2017

1917-2017 Dall'aprile all'ottobre. La rivoluzione non si fa: si dirige

Come abbiamo ricordato, con questa serie di articoli 1 non intendiamo né riscrivere la storia della Rivoluzione d’Ottobre né aggiungere un ulteriore santino celebrativo all’abbondante memorialistica (di ogni colore e di ogni tenore) che, all’avvicinarsi dell’anniversario, dilaga nei mezzi di comunicazione di massa, fra crassa ignoranza e carognesca ostilità, vuote celebrazioni e retorica imbalsamazione. Per noi, si tratta di cogliere in quell’avvenimento enorme le lezioni delle rivoluzioni (e, in seguito, purtroppo, delle controrivoluzioni) perché quelle lezioni servano per il futuro del movimento comunista: il cui obiettivo rimane, come cent’anni fa, quello di prendere il potere e aprire la strada alla società senza classi. Da aprile a ottobre 1917, con buona pace di tutta la squallida libellistica anti-comunista che legge la Rivoluzione d’Ottobre come un “audace e spregiudicato colpo di mano di Lenin”, si sviluppa un ampio, tenace e profondo lavoro a contatto con la classe proletaria (e, più in generale, in tutta la società russa) da parte del partito bolscevico rimesso sulla giusta rotta dalle “Tesi d’aprile”, dopo i gravi tentennamenti nelle settimane prima e immediatamente dopo la rivoluzione democratico-borghese di febbraio. Sarà proprio questo lavoro a permettere lo sviluppo delle condizioni necessarie per l’insurrezione e la presa del potere in ottobre. Tradurre la teoria in prassi: questo furono quei mesi, e questo è l’insegnamento che ne dobbiamo trarre, per il presente e per il futuro.

 

 

Lo sfondo

Quale dunque la situazione, nella primavera 1917, mentre le “Tesi d’aprile” venivano assimilate, non senza iniziale fatica, dal partito bolscevico, rimesso sulla giusta rotta? Che ne era delle parole d’ordine con cui il “popolo” russo, con alla testa il proletariato, aveva lottato a febbraio, liberandosi del regime zarista? Che ne era di “pane, terra, pace”? Tutto sembrava congelato, sospeso, in attesa… dell’Assemblea Costituente, che non si sapeva nemmeno se e quando sarebbe venuta e che cosa sarebbe stata in realtà.

Pane. La miseria nuda, la sotto-alimentazione e la fame vera e propria affliggono città e campagne, spadroneggiano nelle trincee. Un po’ ovunque, dilagano scioperi e manifestazioni di un proletariato giovane ma già forgiato al fuoco di dure lotte. Interi quartieri proletari come Vyborg a Pietroburgo o cittadine operaie e marinare come Kronstadt vicino al Golfo di Finlandia o grandi complessi industriali come le Officine Putilov sempre a Pietrogrado ribollono di continui fermenti che sfociano in tentativi di rivolta, e da essi si levano le classiche rivendicazioni economiche (aumenti di salario, riduzioni dell’orario di lavoro…) e politiche (fine della guerra, controllo operaio…).

Terra. La “questione agraria” è oggetto di infinite discussioni e proposte di legge nelle lunghe e inutili sedute di governo, ma non se ne vede mai una concreta applicazione. In tutta risposta, si moltiplicano i movimenti di contadini poveri e di braccianti che cercano, con i fatti (anche se, per il momento, per vie piuttosto legali che dirette o violente), di rispondere alla condizione di prostrazione assoluta: a marzo, la mobilitazione nelle campagne colpisce 34 distretti, ma ad aprile cresce a 174, a maggio a 236, a luglio a 325 – una crescita imperiosa che evoca lo spettro mai scomparso della “guerra contadina”.

Pace. La guerra fra banditi imperialisti continua, ma ora è diventata… “democratica e patriottica”. Anzi, in risposta alle pressioni dei governi alleati, si prepara una nuova offensiva fissata per giugno (sarà un disastro, con almeno sessantamila morti tra le file dell’esercito). Intanto, si moltiplicano gli episodi di diserzione e insubordinazione, o – ancor più inquietanti per il potere centrale – di fraternizzazione con i proletari in divisa dello schieramento “nemico”. Non solo: in larga maggioranza, l’esercito è composto di contadini poverissimi e le sofferenze al fronte si sommano a quelle delle campagne, mentre l’agitazione condotta dai bolscevichi nelle file dell’esercito si rifrange anche fra campi e terre.

Siamo dunque in presenza di una situazione sociale in fermento continuo, in una tensione sempre più esasperata, via via che quelle tre “semplici” parole sembrano allontanarsi nel tempo, svuotarsi di significato: un buon esempio è la legge sulle otto ore di lavoro, continuamente messa e tolta dall’agenda dei lavori del Governo provvisorio.

 

Il dualismo del potere

Al di sopra di tutto ciò, regnava un dualismo del potere che per sua stessa natura non poteva che essere instabile, precario: da un lato, il Governo provvisorio istituito dopo la Rivoluzione di febbraio, formato – sia pure attraverso continui rimpasti da operetta – dai liberali (i costituzionali democratici, o cadetti) e da altri partiti borghesi, con il successivo apporto di menscevichi e social-rivoluzionari, diviso al proprio interno e incerto sul da farsi (ma sempre pronto a reprimere con estrema violenza proletari e contadini poveri), espressione di una grande e piccola borghesia flaccide, compromesse, paurose, in parte ancora nostalgiche del regime precedente e in parte strettamente legate a interessi imperialistici internazionali; dall’altro, i Soviet, rinati dopo la prima esperienza del 1905 e diffusisi subito, a macchia d’olio, nelle città, nelle campagne e al fronte, espressione diretta delle masse in abito civile, in tuta operaia, in divisa militare, in casacca contadina, masse di nuovo in movimento, di nuovo protagoniste della scena politica, in contrapposizione a tutte le istituzioni ufficiali più o meno riverniciate in senso democratico, gli zemstvo o le dume, con i ricordi ancora ben vivi del loro ruolo repressivo, anti-popolare.

Un equilibrio instabile, dunque, quello del dualismo del potere, reso ancor più instabile dal peso enorme dello sconfinato contadiname, che – come la storia delle rivoluzioni borghesi insegna – è ondeggiante, portatore dell’inerzia (ideologica e materiale) di secoli di sottomissione e al tempo stesso spronato in avanti dall’elementare bisogno di terra, di pane: sempre però con una visione angusta, circoscritta, limitata. Un equilibrio instabile, che corrompe e marcisce, e con cui i bolscevichi devono fare i conti al più presto e con la giusta strategia: perché o si afferma infine il potere del Governo provvisorio, e allora la rivoluzione muore, schiacciata da un inevitabile ritorno indietro politico e sociale e da un’altrettanto inevitabile e feroce repressione anti-proletaria; o si afferma il potere dei Soviet, e solo allora la rivoluzione può avanzare e affermarsi.

Ricorda Trotsky nella sua Storia della rivoluzione russa:

“Nel paese esistevano due organizzazioni statali incompatibili: una gerarchia di vecchi e nuovi funzionari nominati dall’alto, con alla testa il governo provvisorio, e un sistema di soviet elettivi le cui ramificazioni giungevano fino alle più remote compagnie sul fronte. Questi due sistemi statali si appoggiavano su classi diverse che stavano ancora preparandosi a saldare storicamente i conti. Accettando la coalizione [cadetti, menscevichi, socialrivoluzionari – NdR], i conciliatori davano per scontata una pacifica e graduale abolizione del sistema sovietico. Sembrava loro che la forza dei soviet, concentrata nelle loro persone, si sarebbe ora trasferita nel governo ufficiale. Kerensky affermava categoricamente parlando con Buchanan [emissario del governo britannico – NdR] che ‘i soviet sarebbero morti di morte naturale’. Questa speranza divenne presto la dottrina ufficiale dei capi conciliatori. Secondo la loro idea il centro di gravità di tutta la vita del paese avrebbe dovuto spostarsi dai soviet a nuovi organismi democratici di amministrazione autonoma. Il posto del Comitato esecutivo centrale avrebbe dovuto essere preso dall’Assemblea costituente. Il governo di coalizione si accingeva così a stabilire un ponte verso un regime di repubblica borghese parlamentare. Ma la rivoluzione non voleva e non poteva marciare su questa via” 2.

Lenin era molto chiaro al riguardo. Nell’articolo “Sul dualismo del potere”, pubblicato sulla “Pravda” il 9 aprile (dunque, fra la prima e la seconda stesura delle “Tesi d’aprile”) 3, dopo aver ribadito ancora una volta che “Il problema fondamentale di ogni rivoluzione è quello del potere dello Stato. Fino a che questo problema non viene chiarito, non si può dire che si realizzi coscientemente e tanto meno che si diriga la rivoluzione” 4, Lenin scrive: “In che cosa consiste questo dualismo del potere? Nel fatto che, accanto al Governo provvisorio, al governo della borghesia, si è costituito un altro governo, ancora debole, embrionale, ma tuttavia reale e in via di sviluppo: i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati”. E poi caratterizza questo altro governo: “Quale è la composizione di classe di questo secondo governo? Il proletariato e i contadini (in uniforme militare). Qual è il suo carattere politico? La dittatura rivoluzionaria, cioè un potere che poggia direttamente sull’azione rivoluzionaria, sull’iniziativa immediata, dal basso, delle masse popolari, e non sulla legge emanata dal potere statale centralizzato. Questo potere è radicalmente diverso da quello che esiste in genere in una repubblica parlamentare democratica borghese di tipo abituale, quale domina tuttora nei paesi progrediti d’Europa e d’America. Spesso si dimentica questa circostanza, sulla quale non si riflette abbastanza, mentre proprio qui sta l’essenziale. Questo potere è dello stesso tipo di quello della Comune di Parigi del 1871”.

Quali sono dunque i caratteri fondamentali di questo potere?

“1) la fonte del potere non è la legge, preventivamente discussa e votata dal parlamento, ma l’iniziativa diretta, locale, dal basso, delle masse popolari, la ‘conquista’ diretta del potere, per usare un’espressione corrente; 2) la polizia e l’esercito permanente, in quanto istituti separati dal popolo e ad esso opposti, vengono sostituiti dall’armamento diretto di tutto il popolo; sotto questo potere, l’ordine pubblico è tutelato dagli stessi operai e contadini armati, dallo stesso popolo in armi; 3) i funzionari, la burocrazia o vengono sostituiti anch’essi dal potere diretto del popolo o, per lo meno, vengono posti sotto uno speciale controllo, e non soltanto vengono eletti, ma sono persino revocati alla prima richiesta del popolo e messi nella condizione di semplici delegati; da strato privilegiato, con ‘sinecure’, e altre prebende borghesi, diventano operai di una particolare ‘specialità’ e sono retribuiti in misura non superiore al salario abituale di un buon operaio” 5.

Dopo aver criticato la “smemoratezza” a questo riguardo dei vari Plekhanov, Kautsky e socialdemocratici vari, Lenin continua: “Ci si diffonde in frasi, ci si trincera nel silenzio, si tergiversa, ci si congratula mille volte in nome della rivoluzione, ma non si vuole riflettere sul significato dei Soviet dei deputati degli operai e dei soldati. Non si vuol vedere questa verità evidente, che nella misura in cui esistono i Soviet, nella misura in cui essi sono il potere, esiste oggi in Russia uno Stato del tipo della Comune di Parigi. Ho sottolineato l’espressione ‘nella misura in cui’, perché si tratta soltanto di un potere embrionale. Un potere che, mediante accordi diretti con il Governo provvisorio borghese e una serie di concessioni concrete, ha ceduto e continua a cedere le proprie posizioni alla borghesia”.

E proprio qui sta il punto. Di per sé, i soviet – pur esprimendo organizzativamente e politicamente la spinta istintiva delle masse – non rappresentano (ancora) il lievito, il motore, della rivoluzione. Perché? Spiega Lenin: “La causa sta nel grado insufficiente di coscienza e di organizzazione dei proletari e dei contadini. L’‘errore’ dei capi menzionati più sopra [i membri socialdemocratici del Governo provvisorio - NdR] sta nella loro posizione piccolo-borghese, nel fatto che essi offuscano la coscienza degli operai, invece di illuminarla, inculcano illusioni piccolo-borghesi, invece di confutarle, consolidano l’influenza della borghesia sulle masse, invece di sottrarre le masse a tale influenza”.

In questa situazione, la parola d’ordine “Tutto il potere ai soviet!” è insufficiente, se non addirittura azzardata.

 

Che fare, dunque?

Lenin ha già mostrato (nel Che fare?, 1902) che tale “coscienza”, “confutazione” delle illusioni piccolo-borghesi, “sottrazione” delle masse all’influenza borghese, può solo venire dall’esterno, dall’azione capillare svolta dal partito comunista a contatto con la classe. Come si applica allora il “che fare?” alla situazione reale? A questo punto, sempre nello scritto “Sul dualismo del potere”, Lenin ribadisce – come già aveva fatto nelle “Tesi d’aprile” e come farà nelle settimane e nei mesi seguenti, in maniera insistente – alcune questioni, strettamente connesse le une alle altre e centrali per lo sviluppo successivo del processo rivoluzionarioaltre lezioni che non vanno dimenticate.

Prima questione. E’ possibile porsi già oggi l’obiettivo del rovesciamento del Governo provvisorio e della presa del potere, come vorrebbero alcuni compagni? La risposta di Lenin: “1) bisogna rovesciarlo, perché è un governo oligarchico, borghese e non di tutto il popolo, che non può dare né la pace né il pane né la libertà completa; 2) è impossibile rovesciarlo subito, perché poggia su un accordo diretto e indiretto, formale e di fatto, con i Soviet dei deputati operai e, anzitutto, con il Soviet principale, quello di Pietrogrado; 3) è in generale impossibile ‘rovesciarlo’ con i metodi consueti, perché gode dell’‘appoggio’ fornito alla borghesia dal secondo governo, dal Soviet dei deputati operai, che è l’unico governo rivoluzionario possibile ed esprime direttamente la coscienza e la volontà della maggioranza degli operai e dei contadini”.

Seconda questione. “Per diventare il potere, gli operai coscienti devono conquistare la maggioranza: fino a quando non ci sarà violenza contro le masse, non c’è altro modo di giungere al potere. Noi non siamo dei blanquisti, non vogliamo la conquista del potere da parte di una minoranza. Siamo dei marxisti e sosteniamo la lotta di classe proletaria contro l’intossicazione piccolo-borghese, contro lo sciovinismo e il difensismo, contro le frasi vuote, contro la soggezione alla borghesia” 6.

Terza questione. “Creeremo un partito comunista proletario; i migliori fautori del bolscevismo ne hanno già posto le basi; ci uniremo per condurre un’azione proletaria di classe; e dai proletari, dai contadini poveri verranno a noi masse sempre più numerose, perché la vita distruggerà ogni giorno di più le illusioni piccolo-borghesi dei ‘socialdemocratici’, […] dei ‘socialisti-rivoluzionari’, piccoli borghesi ancora più ‘puri’, ecc. ecc. La borghesia è per il potere unico della borghesia. Gli operai coscienti sono per il potere unico dei Soviet dei deputati degli operai, dei salariati agricoli, dei contadini e dei soldati; sono per un potere unico preparato non con le avventure, ma con un lavoro diretto a illuminare la coscienza proletaria e a liberarla dall’influenza della borghesia. La piccola borghesia – i ‘socialdemocratici’, i socialisti-rivoluzionari, ecc. – tentenna, ostacolando così questa chiarificazione, questa liberazione. Ecco l’effettivo rapporto delle forze di classe, che determina i nostri compiti”.

 

La rivoluzione istruisce

Quei “compiti” vengono svolti nei mesi successivi, sempre nell’ottica della conquista reale, effettiva, dell’influenza sulle masse e, su quella base, della lotta armata e dell’insurrezione per conquistare il potere, combattendo ogni impostazione (che veniva anche dal di dentro del partito) di pura attesa dell’Assemblea Costituente. L’agitazione e la propaganda bolsceviche si sviluppano, per il momento ancora legalmente, intorno alle questioni della guerra (pace subito senza annessioni e indennità), delle nazionalità che compongono il variegato Stato russo (diritto all’autodeterminazione), della condizione operaia (riduzione della giornata lavorativa, aumenti salariali, controllo operaio in fabbrica attraverso i Soviet dei deputati degli operai), della condizione dei contadini poveri (nazionalizzazione della terra con gestione della stessa affidata ai Soviet dei contadini poveri), rinascita di un’Internazionale Comunista (collegamento stretto fra la situazione rivoluzionaria russa e la situazione internazionale).

In quei mesi, dunque, mentre le tensioni sociali crescono (i moti spontanei del 18 giugno con mezzo milione di persone nelle strade di Pietrogrado e dintorni), la guerra si protrae fra infinite miserie (l’offensiva di metà giugno si conclude con un sanguinoso disastro) e nasce un governo di coalizione nell’ottica di frenare e disorientare la spinta della masse 7, Lenin martella di continuo quei “compiti”, all’interno e all’esterno del partito: fra l’altro, alla VII Conferenza Panrussa del POSD(b)R (24-29 aprile), per esempio con il “Rapporto sul momento attuale” e con il “Discorso di chiusura sulla questione del momento attuale”, e al I Congresso dei Soviet dei Deputati Operai e Soldati di Tutta la Russia (3-24 giugno), per esempio con il “Discorso sull’atteggiamento verso il Governo provvisorio” e il “Discorso sulla guerra”…

Con il Congresso dei Soviet dei Deputati Operai e Soldati di Tutta la Russia (in cui, è importante notare, i bolscevichi possono contare su 105 delegati, contro i 285 dei socialrivoluzionari e i 248 dei menscevichi), “si chiude la fase di preparazione legale del partito bolscevico, di agitazione sulla piattaforma stabilita dalle Tesi di Aprile, e si apre la nuova fase, ossia non il passaggio del partito all’attacco insurrezionale, bensì l’attacco ad esso della controrivoluzione, la fine dell’utilizzazione delle pubbliche libertà, il ritorno forzato ‘nel sottosuolo’, ossia a quell’azione illegale in cui il partito era ferratissimo” 8. Sono le giornate di luglio, quando la spinta dal basso sfocia in un tentativo insurrezionale che il partito bolscevico cerca di trattenere perché comprende quanto sia prematuro (sia sul piano oggettivo, dei rapporti di forza, sia sul piano soggettivo, della propria influenza reale sul movimento) e che viene represso ferocemente dal governo di coalizione. Ancora la nostra Struttura: “Fatti principali della subito scatenata repressione furono gli interventi di forze armate chiamate da Kerensky [Ministro della Guerra – NdR]: gli junker, il reggimento di Volinia (quello che in ottobre doveva far traboccare la bilancia dalla parte della rivoluzione), al cui arrivo i vari Tzeretelli [altro membro del governo - NdR] deponendo paura e maschera proclamarono la nuova coalizione governativa, identica alla prima; la devastazione delle redazioni e stamperie dei giornali bolscevichi […]. Le guardie rosse operaie vennero disarmate, le unità militari più rosse fatte partire per il fronte. Si iniziò l’ondata di arresti, cui fu sottratto Lenin. Fu annunziato il grande processo per ‘alto tradimento’. Il partito era messo fuori legge, gli operai dovettero indietreggiare” 9.

E’ importante comprendere bene che quello della rivoluzione è un processo complesso: non è né la “bella giornata” degli anarchici né l’audace “colpo di mano” dei blanquisti. Ma in questo processo non c’è nulla di improvvisato e di legato al caso, e tanto meno di “manovrato” grazie all’eccezionale abilità del capo che fa e disfa a suo piacimento. I passaggi strategico-tattici di questo processo sono noti in anticipo al partito: sono contenuti nella teoria e nel programma, ne sono coerente emanazione. Sono già dentro il Che fare?, le Due tattiche…, le “Tesi d’Aprile”, e – più indietro nel tempo, perché teoria e programma stanno al di sopra delle contingenze temporali – sono dentro il Manifesto del 1848, l’“Indirizzo” del 1850, la Guerra civile in Francia del 1871. In questo processo, l’individuo gioca un ruolo solo all’interno di una dinamica collettiva, che supera dunque anche le momentanee incertezze e contraddizioni (e ce ne furono, in quei mesi, anche dentro un partito così temprato come quello bolscevico: l’abbiamo già visto e ancora lo vedremo). La chiave di tutto è la capacità del partito come ente collettivo di leggere la realtà alla luce della propria teoria e di intervenire in essa, con funzioni direttive. Come la nostra corrente, fin da allora, ha sempre rimarcato: la rivoluzione non si fa, ma si dirige.

D’altra parte, sul piano oggettivo, sociale, è pur vero – e, da capo, non si può non tenerne conto, a meno di cadere per l’appunto nel blanquismo o nel putschismo – che quel processo si sviluppa anche entro la classe proletaria, sotto la spinta di determinazioni materiali e dell’intervento del partito: “La rivoluzione istruisce e lo fa rapidamente. Questa è la sua forza. Ogni settimana portava alle masse qualcosa di nuovo. Due mesi costituivano un’epoca”, scriverà Trotsky nella sua Storia 10. E quindi è nel rapporto dialettico fra partito e classe che risiede la possibilità di dirigere quel processo complesso, di farlo sbocciare nell’obiettivo che i comunisti, da sempre e per sempre, hanno: la presa del potere. Grazie al lavoro che svolge al suo interno, il partito rivela la classe a se stessa.

Così, nella Conferenza delle organizzazioni bolsceviche di Pietrogrado ai primi di luglio e poi nel congresso clandestino del partito bolscevico (13 luglio-3 agosto), i nodi di quel processo vengono al pettine. Per le ragioni esposte più sopra, non si può più lanciare l’insufficiente parola d’ordine di “Tutto il potere ai Soviet!”: lo dimostrano gli sviluppi più recenti – le giornate di luglio, il sempre più evidente spostamento del governo nel senso di una “dittatura militare”, il forte sostegno offerto dai socialtraditori menscevichi e socialrivoluzionari e dai capi opportunisti dei Soviet... In “La situazione politica” (scritto il 10 luglio e pubblicato il 20), Lenin chiarisce come si debba procedere – non all’insegna del “nuovo”, dell’“improvvisazione” e della “manovra”, ma della teoria già ben nota e definita:

“Tutte le speranze di uno sviluppo pacifico della rivoluzione russa sono definitivamente svanite. Ecco la situazione oggettiva: o la vittoria definitiva della dittatura militare, o la vittoria dell’insurrezione armata degli operai, possibile solo se l’insurrezione coincide con un profondo sollevamento delle masse contro il governo e contro la borghesia, in seguito alla rovina economica e al proseguimento della guerra” (corsivi nostri) 11.

E così continua, con la consueta, estrema precisione:

“La parola d’ordine: ‘Tutto il potere ai Soviet’ era la parola d’ordine dello sviluppo pacifico della rivoluzione, possibile in aprile, maggio, giugno, fino al 5-9 luglio, cioè fino al momento del passaggio del potere effettivo nelle mani della dittatura militare. Adesso questa parola d’ordine non è più giusta, perché non tiene conto di questo passaggio del potere né del completo tradimento della rivoluzione da parte dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi. Le avventure, le rivolte, le resistenze parziali, i disperati tentativi di opporsi alla reazione isolatamente non servono a nulla; occorre solo una chiara coscienza della situazione, il sangue freddo e la fermezza dell’avanguardia operaia, la preparazione delle forze per l’insurrezione armata la cui vittoria è ora terribilmente difficile, ma tuttavia possibile se si ha la coincidenza dei fatti e delle tendenze qui indicati. Nessuna illusione costituzionale e repubblicana, nessuna illusione di una via pacifica, nessuna azione isolata; non bisogna cedere adesso alle provocazioni dei centoneri e dei cosacchi [le formazioni militari su cui s’appoggia la controrivoluzione borghese – NdR], ma concentrare le forze, riorganizzarle e prepararle con fermezza all’insurrezione armata se lo svolgimento della crisi permetterà di dare all’insurrezione proporzioni veramente di massa, di tutto il popolo. Il passaggio della terra ai contadini è attualmente impossibile senza un’insurrezione armata, perché la controrivoluzione, dopo aver preso il potere, si è strettamente unita ai grandi proprietari fondiari, come classe. Lo scopo dell’insurrezione armata non può essere che il passaggio del potere al proletariato, appoggiato dai contadini poveri, per l’attuazione del programma del nostro partito”.

Infine, l’ultima decisiva indicazione tattica:

“Il partito della classe operaia, senza rinunziare alla legalità, ma senza esagerarne nemmeno un istante l’importanza, deve unire il lavoro legale a quello illegale, come negli anni 1912-1914. Non rinunziamo neppure per un’ora al lavoro legale, ma non crediamo affatto alle illusioni costituzionali e ‘pacifiche’. Creiamo subito dappertutto organizzazioni e cellule illegali, per la pubblicazione di volantini, ecc. Riorganizziamoci senza indugio con fermezza, sangue freddo, su tutta la linea. Operiamo come nel 1912-1914, quando abbiamo saputo parlare dell’abbattimento dello zarismo mediante la rivoluzione e l’insurrezione armata senza perdere la nostra base legale né alla Duma, né alle casse mutue, né nei sindacati, ecc.”.

In quello che sembra un punto basso (di sconfitta sul campo) della strategia del partito, si sviluppa invece la strategia vincente. Se è vero che “la rivoluzione istruisce”, è anche vero – come già avevano mostrato Marx ed Engels – che “la controrivoluzione è maestra”, perché toglie la maschera democratica e pacifica al dominio dittatoriale della classe dominante e pone apertamente il proletariato davanti a quel dominio.

Commenta la nostra Struttura: “Tutto ciò non fa una grinza come strategia rivoluzionaria. Tutto ciò non è in nessun modo da giustificare con teorie improvvisate in pretesi svolti imprevisti, anche se tutte le previsioni teoricamente raggiunte non si mettono negli stessi tempi al centro dell’agitazione” 12. Questo vuol dire saper dirigere la rivoluzione.

 

Da Kornilov all’Ottobre

Prima ancora di arrivare all’Ottobre, questa capacità di direzione del partito bolscevico è dimostrata da un altro fatto decisivo, nel procedere tumultuoso di quelle settimane e mesi: l’“affare Kornilov”. Si sa che Lavr Kornilov era stato generale dell’esercito imperiale russo, che s’era abilmente riciclato alla caduta dello zar ed era assurto alle più alte cariche militari dopo la Rivoluzione di febbraio, mantenendo comunque aperte nostalgie zariste. A fine agosto, forte dell’appoggio di ampi settori “nostalgici” e a fronte dell’ambiguo comportamento del governo Kerensky, Kornilov mosse su Pietrogrado, con l’obiettivo di abbattere il Governo di coalizione. Lasciamo ancora la parola alla nostra Struttura, con una citazione lunga ma efficace:

“La nuova situazione era dunque questa: il partito bolscevico aveva apertamente dichiarato esaurita ogni possibilità di pervenire al potere per via pacifica ed entro i Soviet: questi, diretti dai socialopportunisti, si erano ancor più aggiogati al governo di coalizione coi borghesi diretto da Kerensky, il quale aveva non meno apertamente iniziato la repressione del movimento proletario rivoluzionario e la messa dei bolscevichi fuori della legge. Frattanto, l’offensiva al fronte scatenata dal governo Kerensky era finita nel disastro, e il tedesco avanzava. L’esercito era comandato dal generale Kornilov, che al 3 agosto, sviluppando un sistematico piano reazionario, imponeva l’istituzione della pena di morte per i militari, non solo al fronte, ma anche nelle retrovie. Il governo provvisorio, che mirava alla dispersione dei Soviet, benché a lui non ribelli, indisse per il 12 agosto in Mosca una ‘Conferenza di Stato’, uno dei tanti tentativi di mettere in piedi, prima delle elezioni della Costituente, una rappresentanza ‘popolare’ confacente agli interessi borghesi. I Soviet vi furono rappresentati al solito da menscevichi e socialisti rivoluzionari. Kerensky minacciò di reprimere con la forza ogni movimento nelle città e ogni tentativo espropriatore nelle campagne. Kornilov andò più oltre chiedendo lo scioglimento dei Soviet. Al suo Quartiere Generale si avvicinarono con aiuti di ogni sorta grandi terrieri, industriali e banchieri, e con esso stabilirono stretti rapporti gli agenti degli alleati francesi e inglesi. I bolscevichi, che lavoravano intensamente e guadagnavano influenza fra le masse, opposero alla Conferenza uno sciopero generale a Mosca e in altre città. D’intesa con Kerensky, Kornilov spostava da Pietrogrado le truppe di tendenza rivoluzionaria e vi avvicinava reggimenti che riteneva ‘fedeli’. La stessa gravità di queste misure cominciò ad impressionare Kerensky e il suo governo, spargendo lo smarrimento tra i soldati menscevichi ed esserre [socialisti rivoluzionari – NdR].

“Il 21 agosto Kornilov aveva abbandonata la città di Riga ai tedeschi: quattro giorni dopo mosse verso Pietrogrado. Kerensky aveva invano trattato con lui per sostituirgli altro comando: Kornilov gettò la maschera e mosse contro il governo civile. Kerensky dichiarò il generale ‘traditore della Patria’ e invocò l’aiuto delle masse popolari. Nel comitato centrale esecutivo dei Soviet intervenne per i bolscevichi Sokolnikov, che dichiarò essere il suo partito pronto a ‘trattare misure militari con gli organi della maggioranza del Soviet’ al fine di respingere Kornilov. Trotsky così si esprime ed aggiunge che ‘menscevichi ed esserre accettarono quest’offerta ringraziando e digrignando i denti, poiché i soldati e gli operai ora seguivano i bolscevichi’ [da Trotsky, Stalin, Milano, 1947, p.311 - NdR].

“E’ importante che questo esempio di fronte unico fra tutti i partiti operai, di cui tanto si è discusso nel seguito per giustificare altre forme di tattica del fronte unico ‘politico’, sorse sul piano militare e non come un vero accordo tra i comitati dirigenti i partiti. E’ da notare che la stessa Storia ufficiale [di marca staliniana - NdR] dice che ‘lividi di spavento, i capi socialisti-rivoluzionari e menscevichi chiesero in quei giorni protezione ai bolscevichi, convinti come erano che nella capitale essi erano la sola forza reale capace di sconfiggere Kornilov. Ma, mobilitando le masse per la disfatta di Kornilov, i bolscevichi non cessavano la lotta neppure contro il governo kerenskiano. Essi smascheravano di fronte alle masse il governo di Kerensky, dei menscevichi e dei socialrivoluzionari, i quali con la loro condotta politica avevano favorito obiettivamente il complotto controrivoluzionario di Kornilov’.

“Non vi fu bisogno di passare dalla mobilitazione delle masse lavoratrici ad una vera guerra civile. Contro l’avanzante ottavo corpo di cavalleria al comando di Krimov si schierarono alla periferia di Pietrogrado operai armati dei sindacati, guardie rosse, reparti di marinai di Kronstadt. Agitatori bolscevichi raggiunsero la ‘divisione selvaggia’ cosacca: la truppa rifiutò di proseguire la marcia sulla città rossa. Il generale Krimov si fece saltare le cervella: Kornilov stesso coi suoi seguaci Lukomsky e Denikin fu arrestato al quartier generale di Moghilev l’1 settembre. Kerensky, rimasto al potere, dopo non molto liberò costoro. Fu una avventura in sostanza incruenta. Ma aumentò in modo decisivo il prestigio dei bolscevichi” 13.

Di nuovo si dimostrava, nei fatti oltre che nella teoria, la capacità di direzione del partito bolscevico, non improvvisata né frutto di particolari manovre, ma abile applicazione della teoria alla prassi. La conseguenza fu che, grazie al lungo lavoro che i bolscevichi stavano conducendo a contatto con la classe e attraverso le alterne vicende di aprile, maggio, giugno, luglio e agosto, il partito seppe conquistare i Soviet – seppe cioè guadagnare quell’influenza, non bassamente e democraticamente numerica ma sostanziale, nei Soviet. A quel punto sì che la parola d’ordine “Tutto il potere ai Soviet!” poteva tornare a essere lanciata: con l’obiettivo dell’insurrezione armata e della conquista del potere.

Noi qui non facciamo opera di rievocazione storica. Per avvicinarci all’Ottobre, ci sono le splendide pagine vibranti di passione di Trotsky con la sua Storia (o di John Reed con i suoi Dieci giorni che fecero tremare il mondo) – pagine che devono entrare nelle letture obbligate di ogni nuova generazione rivoluzionaria e devono essere sbattute in faccia a ogni preteso “storico”, a ogni ignorante laureato alle accademie dell’intellighentsia anticomunista di ogni sfumatura (peggio fra tutte quelle che si dicono “di sinistra”). Qui, stiamo cercando di estrarre sinteticamente da quegli avvenimenti le lezioni che servono a indicare la via al futuro della rivoluzione mondiale, di cui, da ogni poro dell’attuale società grondante sangue, si grida la necessità urgente.

Tralasciamo dunque ancora una volta la semplice cronaca, ricordando come, in quelle settimane di settembre e ottobre, il processo rivoluzionario continuò a essere complesso e travagliato, e dunque sempre bisognoso di direzione. Sappiamo delle incertezze di settori del partito di fronte al problema se partecipare o meno al Pre-parlamento (o Consiglio della Repubblica), ennesimo coniglio fatto uscire dal cilindro da Kerensky per stornare la minaccia rivoluzionaria, e poi – fatto molto più grave, perché avvenuto alla vigilia – di fronte all’insurrezione stessa. E abbiamo la mole di scritti teorici, di indicazioni tattiche dettagliate, di missive da parte di Lenin, in quel periodo, fra cui il centrale Stato e rivoluzione (scritto fra l’agosto e il settembre!), “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa” (scritto a metà settembre), “I bolscevichi devono prendere il potere” (idem), “Il marxismo e l’insurrezione” (idem), “La crisi è matura” (del 20 ottobre), con cui si può seguire, passo passo, il percorso di quel processo rivoluzionario diretto dal partito. In particolare, a dimostrazione che l’Ottobre rosso non fu mai semplicemente “russo”, abbiamo il costante riferirsi di Lenin alla situazione internazionale. Per esempio, egli scrive, nella “Lettera ai compagni bolscevichi delegati alla Conferenza Regionale dei Soviet del Nord” (8 ottobre):

“Un compito gigantesco incombe ai dirigenti responsabili del nostro partito; se non lo si adempie, il movimento proletario internazionalista rischia di andare incontro a un fallimento totale. Il momento è tale che ogni ritardo equivale effettivamente alla morte. Osservate la situazione internazionale. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale è incontestabile. L’esplosione di indignazione degli operai cechi è stata repressa con una crudeltà inaudita, che attesta anche l’estrema paura del governo. In Italia, a Torino, si è giunti a un’esplosione delle masse [i moti operai contro la continuazione della guerra, scoppiati nell’agosto – NdR]. Ma l’ammutinamento della flotta tedesca è il fatto più importante. Si possono immaginare le enormi difficoltà contro le quali urta la rivoluzione in un paese come la Germania e per di più nelle condizioni attuali. La sollevazione della flotta tedesca segna, indubbiamente, la grande crisi di sviluppo della rivoluzione mondiale. Se i nostri sciovinisti, augurando la sconfitta della Germania, esigono dagli operai tedeschi l’insurrezione immediata, noi rivoluzionari internazionalisti russi sappiamo, per l’esperienza del periodo 1905-1917, che non si possono immaginare sintomi dello sviluppo di una rivoluzione più importanti dell’ammutinamento delle truppe. […] Sì, saremo dei veri traditori dell’Internazionale se in questo momento, in condizioni così favorevoli, risponderemo a quest’appello dei rivoluzionari tedeschi soltanto con… risoluzioni!” 14.

E si badi: non si tratta, per Lenin e i bolscevichi, di dare solo l’esempio, ma di contribuire, nei fatti, allo sviluppo di un processo rivoluzionario che può soltanto essere internazionale. La strategia è sempre internazionale, l’obiettivo è la presa del potere in Russia e la rinascita su basi rivoluzionarie dell’Internazionale (esattamente l’opposto di quel che fece lo stalinismo trionfante: l’alleanza inter-imperialistica, prima con un fronte e poi con l’altro, presuppone la liquidazione, anche fisica, dell’Internazionale!).

Soprattutto, abbiamo le incalzanti lettere con cui Lenin, clandestino, ricorda ai compagni che – come Marx ed Engels non avevano mai cessato di ammonire – “l’insurrezione è un’arte” e come tale va trattata. Torniamo alle pagine della nostra Struttura, che sintetizzano l’analisi e le indicazioni di Lenin:

“Distingue i marxisti rivoluzionari dai blanquisti il fatto che essi non considerano l’insurrezione come la sola attività politica e non la considerano un’attività da intraprendere in un momento qualunque. La guerra, dicono i teorici militari, è una continuazione della politica degli Stati. Nessuno Stato è sempre in guerra, normalmente il mezzo della sua politica estera e dei suoi rapporti anche di contrasto con altri Stati è la negoziazione, la diplomazia: quando da questa si passa (e, come oggi vediamo, nei più vari modi e trapassi) alla guerra dichiarata, esiste per condurre questa un’arte, affidata agli Stati maggiori. L’estrema forma del contrasto fra le classi sociali è la guerra civile, Marx lo dice ad ogni momento. Lenin chiarisce la differenza col blanquismo nello stabilire che per l’iniziativa dell’insurrezione non basta il volere di un gruppo cospirativo e nemmeno di un partito rivoluzionario (sempre indispensabile, non sufficiente di per sé e in ogni caso e momento). Occorre un determinato grado di attività delle masse, che in genere si ravvisa a un solo istante del decorso di una grande lotta classista. Scoprire tale momento, come prepararlo e condurre l’azione armata, è un’arte che il partito deve studiare, conoscere, applicare felicemente” 15.

Nei “Consigli di un assente”, scritto pochi giorni prima dell’insurrezione e della presa del potere, leggiamo:

“Tra le regole principali di quest’arte, Marx pose:

“1) Non giocare mai con l’insurrezione, ma, quando la si inizia, sapere fermamente che bisogna andare sino in fondo.

“2) E’ necessario raccogliere nel punto decisivo, nel momento decisivo, forze molto superiori a quelle dell’avversario, perché altrimenti questo, meglio preparato e meglio organizzato, annienterà gli insorti.

“3) Una volta iniziata l’insurrezione, bisogna agire con la più grande decisione e passare assolutamente, a qualunque costo, all’offensiva. ‘La difensiva è la morte dell’insurrezione armata’.

“4) Bisogna sforzarsi di prendere il nemico alla sprovvista, di cogliere il momento in cui le sue truppe sono disperse.

“5) Bisogna riportare ogni giorno (si potrebbe anche dire ‘ogni ora’, se si tratta di una sola città) dei successi, sia pure di poca entità, conservando ad ogni costo la ‘superiorità morale’.

“Marx riassume gli insegnamenti di tutte le rivoluzioni per quanto riguarda l’insurrezione armata, citando le parole di Danton, ‘il più grande maestro di tattica rivoluzionaria finora conosciuto’: De l’audace, de l’audace, encore de l’audace16.

Audacia, audacia e ancora audacia. Che le generazioni future di militanti si stampino bene queste parole, nel cuore e nel cervello.

 

1 Gli articoli precedenti sono usciti sui nn.1, 2, 3/2017 di questo giornale.

2 L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, Vol. I, Milano 1969, pp.398-399.

3 Cfr. l’articolo “1917-2017. Teoria e prassi: le Tesi d’Aprile”, Il programma comunista, n. 3/2017. Di Lenin, cfr. anche le “Lettere sulla tattica”, scritte fra l’8 e il 13 aprile.

4 Lenin, “Sul dualismo del potere”, in Opere scelte, Vol.IV, p.56 (corsivi nostri; tutti gli altri corsivi sono di Lenin). Le citazioni successive vengono da questa fonte.

5 Come abbiamo già fatto a proposito delle “Tesi d’Aprile”, vogliamo sottolineare come Lenin chiarisca ancora e sempre che una cosa è il proletariato e un’altra il popolo, che comprende (a maggior ragione in una “rivoluzione doppia”), oltre ai proletari, i contadini, e come la funzione dirigente, d’avanguardia, sia sempre e soltanto quella del proletariato.

6 Sarà bene sottolineare, visto che ormai viviamo in un mondo intossicato dalla democrazia parlamentare, che quando Lenin parla di “maggioranza” e “minoranza” non si tratta di concetti numerici, quantitativi, ma dell’influenza decisiva del partito nella classe.

7 “La rivoluzione ammaestra le classi sociali con una rapidità e con un vigore sconosciuti in tempi normali, in tempo di pace. I capitalisti, meglio organizzati e più esperti di chiunque altro nella lotta delle classi e nella politica, impararono più rapidamente delle altre classi. Vedendo che la situazione del governo era insostenibile, ricorsero a un sistema di cui per interi decenni, dopo il 1848, i capitalisti degli altri paesi si erano serviti per ingannare, dividere e indebolire gli operai. Il sistema consiste nel formare un ministero detto di ‘coalizione’, che riunisce, cioè, rappresentanti della borghesia e transfughi del socialismo” (Lenin, “Gli insegnamenti della rivoluzione”, 6/9/1917, in Opere scelte, Vol.IV, p.226)

8 Struttura economica e sociale della Russia d’oggi (1955-57), Edizioni Il programma comunista, Milano 1976, p.175.

9 Idem, pp.191-192.

10 Trotsky, op. cit., Vol.I, p.452.

11 Lenin, “La situazione politica (quattro tesi)”, in Opere scelte, Vol. IV, p.211. Le citazioni che seguono sono da questa stessa fonte. Cfr. anche “Sulle parole d’ordine”, scritto a metà di luglio, e “Gli insegnamenti della rivoluzione”, scritto alla fine di luglio, sempre nel Vol. IV delle Opere scelte.

12 Struttura…, cit., p.201.

13 Struttura, cit., pp.212-214. E’ noto che Kornilov e Denikin saranno comandanti anche degli eserciti bianchi che, in combutta con gli alleati europei, cercarono di strangolare la neonata Repubblica sovietica, nel corso della guerra civile. Una digressione ci pare qui opportuna, anche a integrazione dei brevi accenni fatti nella citazione. Lo stalinismo ormai trionfante propose la tattica seguita dal partito bolscevico in occasione dell’“affare Kornilov” come “modello” per l’ingresso dei “comunisti” nei fronti popolari e più in generale nella “lotta antifascista”, nei vari CNL e in seguito nei governi democratici borghesi, sulla base dell’equazione “Kornilov=fascismo”. Equazione del tutto errata, perché si basava su un’analisi del fascismo come espressione di ceti pre-borghesi e pre-capitalisti, invece che come espressione del grande capitale imperialista. Non si trattò di cosa di poco conto: fu uno dei tasselli del disastro generale che distrusse il movimento comunista mondiale e che ancor oggi grava sulla classe proletaria.

14 In Opere scelte, Vol.IV, pp.455-456.

15 Struttura, cit., pp.217-218.

16 Lenin, “Consigli di un assente”, in Opere scelte, cit., pp.453-454.

 

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