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Mercoledì, 26 Aprile 2017

Continuando il lavoro sul corso del capitalismo mondiale (I)

Il presente Rapporto alla Riunione Generale di Partito, tenutasi a Milano il 29-30/10/2016, è parte del più ampio lavoro sul “corso del capitalismo mondiale” che il nostro Partito conduce fin dai primi anni ’50 del ‘900. Il Rapporto continua l’analisi già svolta a partire dalla crisi del 2007, che ha già occupato molte pagine del nostro giornale in lingua italiana e che andrà sviluppata ulteriormente nel prossimo futuro. Questo “canovaccio” prende in esame un arco di tempo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Nei prossimi mesi, a partire dalle vicissitudini economiche e sociali dei principali paesi del mondo e dal loro reciproco influenzarsi, mostreremo come esse siano state spiegate in modo insuperato dal marxismo e come anche le conclusioni a cui esso arriva non siano mai state smentite dai fatti reali. Va da sé che, essendo questo rapporto solo una traccia, dovremo qui limitarci ad asserire determinate dinamiche, lasciando le dimostrazioni e gli approfondimenti teorici al prosieguo del lavoro.

 

PARTE PRIMA: DINAMICHE DELL’IMPERIALISMO NEL SECONDO DOPOGUERRA

La guerra è finita

Allo scadere del secondo conflitto mondiale (1945), il mondo si ritrova dominato da un nuovo padrone imperialista, gli USA. Con la loro entrata in guerra, il conflitto aveva preso una direzione inesorabile, e la dimostrazione di potenza dell'apparato di produzione statunitense aveva surclassato in modo inequivocabile non solo quello dei suoi diretti concorrenti, ma anche dei suoi alleati. Basti pensare che, durante tutto il conflitto, la Germania fabbricò circa 93.000 aeroplani da guerra, gli inglesi 145.000 e gli USA 300.000. Era nato quello che noi, da subito, abbiamo chiamato “imperialismo delle portaerei” 1.

Sessanta milioni di morti e profonde devastazioni avevano chiuso la crisi di sovrapproduzione degli anni ‘20 e ‘30 del ‘900. Ma l'aspetto distruttivo non è in grado di giustificare, da solo, la longevità del modo di produzione capitalistico che ancor oggi domina il mondo intero, a 70 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dobbiamo quindi scandagliare la realtà e far emergere quelle controtendenze alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto che, in un vicendevole e complesso fecondarsi, hanno agito e continuano ad agire, prolungando così l’esistenza di questo modo di produzione.

Il riarmo prima e la ricostruzione poi rappresentarono una vera e propria nuova alba per il sistema capitalistico mondiale. La presenza di un potente imperialismo dominante (gli USA) e di un antagonista sufficientemente significativo (la Russia) costituirà il terreno più fertile per una nuova espansione del capitalismo. Inoltre, la Russia costituì allora il “grande inganno” che, sotto le mentite spoglie di uno “stato socialista”, ha iniettato nel corpo della classe proletaria mondiale una serie impressionante di false ideologie, di false posizioni, di falsi obiettivi. Su questa base strutturale e sovrastrutturale espansiva, ben coadiuvata da una spietata controrivoluzione ideologica, la classe operaia verrà riorientata e spinta nel tunnel dell'accettazione della propria “schiavitù”, condizione nella quale giace tuttora.

La fase espansiva del capitale ha avuto una durata trentennale, e poi è incappata di nuovo in una crisi di sovrapproduzione. Vediamo dunque, per sommi capi, quali sono state le ragioni di una fase espansiva così lunga: dal punto di vista sia produttivo che commerciale e finanziario e anche agricolo, il secondo dopoguerra fu foriero di novità ed evoluzioni.

 

Gli aspetti produttivi

E’ ben nota la situazione che si presentava subito dopo la fine della guerra: ex-grandi aree industriali (quelle del capitalismo classico europeo e non) distrutte o in condizioni disastrose; Russia, Germania, Italia, Francia, Giappone con danni ingentissimi al proprio apparato produttivo, con un livello di produzione manifatturiera di molto inferiore al livello raggiunto in oltre 70 anni di crescita capitalistica.

La massa di capitale costante produttivo si era di molto ridotta e con essa si era ridotta la massa di merce forza-lavoro: la Seconda guerra mondiale rappresentò la prima esperienza generale di coinvolgimento e massacro di masse enormi di civili – dunque, in gran maggioranza, di proletari. Su questo sostanziale “zero” produttivo, si poté poggiare un ennesimo ciclo espansivo: la macchina era pronta alla partenza e partì con gran fragore.

Importanti novità avevano contribuito alla fase di espansione, fungendo anch'esse come controtendenze alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto. In particolare, fondamentali si rivelarono alcune tecnologie sviluppate nello sforzo bellico. Queste novità produttive agirono su due aspetti fondamentali della produzione capitalistica: da un lato, abbassarono progressivamente il valore dei mezzi di produzione e del capitale costante in generale; dall'altro, grazie a esse si andarono sviluppando nuovi processi industriali che aumentarono di molto la produttività dell'intero sistema, contribuendo anche ad abbassare il valore dei mezzi di sostentamento della classe operaia. Alcuni esempi: la sostituzione definitiva del carbone con il petrolio come principale fonte di energia; la diffusione delle plastiche che progressivamente andranno a rimpiazzare materie prime più costose come metalli e legno (più in generale, tutta la chimica fece grandi balzi in avanti); le nuove tecnologie applicate alle catene di montaggio; le innovazioni nel capo agroalimentare e biochimico, che non introdussero solamente nuove macchine al posto delle braccia umane, ma agirono direttamente sulle colture selezionando nuove piante capaci di duplicare (quando non triplicare) la produttività dei campi, o di essere coltivate su terreni che prima non potevano essere utilizzati a causa delle loro condizioni ambientali e del loro intimo chimismo; le innovazioni nel campo dei trasporti; la vera e propria rivoluzione nelle telecomunicazioni e, ancor prima, dell'elettronica, con la scoperta e l'uso massiccio dei semiconduttori (l'inizio dell'informatica); l'esplosione della produzione di beni di lusso che ha ampiamente diversificato le merci prodotte, permettendo così una diversificazione dei settori d'investimento per gli enormi capitali che andavano formandosi…

Su un altro piano, non puramente tecnologico ma economico-sociale, proprio in questi anni proseguirà il fenomeno della spersonalizzazione della proprietà, tipica della fase imperialista: scomparirà cioè sempre di più la proprietà personale (il mito ideologico del padrone-imprenditore), per dare maggiore spazio alle società per azioni e a tutte quelle forme di proprietà più o meno statali o a partecipazione statale. Su questo terreno si giocherà anche una partita ideologica nella propaganda borghese: la proprietà statale o statalizzata, o comunque una partecipazione statale, viene contrabbandata come “socialismo”, mentre la struttura classica della società per azioni viene contrabbandata per “liberismo”…

In altre parole, il capitale dimostrava d’essere capace non solo di servirsi delle scoperte scientifiche come già accadeva in passato, ma di diventare esso stesso, con massicci investimenti (sicuramente pubblici, ma anche privati), il promotore e primo fruitore di una lunga serie di scoperte tecnologiche e scientifiche, in grado di abbassare il valore dei mezzi di produzione, andando così ad agire come controtendenza alla caduta del saggio di profitto. Ciò vuol dire che la ricostruzione e la fase espansiva post-bellica non ebbero luogo su una base produttiva simile o paragonabile a quella pre-guerra, bensì su un terreno di grandi innovazioni tecnologiche.

A questo processo, diciamo endogeno, dei paesi già capitalistici più vecchi, bisogna aggiungere anche le dinamiche esogene. Lo spostamento del cuore del sistema capitalistico dal continente europeo a quello americano metteva definitivamente in crisi tutto l'antico imperialismo “conquistadero”. Di pari passo con l'espandersi del capitalismo classico, e proprio come naturale risposta dell'intero sistema mondiale, il capitalismo accelerò e portò a termine nei successivi 30 anni la penetrazione come sistema produttivo dominante in tutti i paesi del mondo. Alla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati europei (naturalmente a esclusione di quelli sconfitti) conservavano ancora quasi intatto i domini coloniali oltre frontiera precedenti la guerra. Ma questa situazione si dimostrerà aleatoria: infatti, sin dall'indomani della fine della guerra, una serie imponente di guerre di liberazione nazionale infiammeranno i continenti africano e asiatico.

Il processo di formazione nazionale dei popoli colonizzati, figlio delle necessità inderogabili di espansione del sistema capitalistico nel mondo, assumerà forme e seguirà vicissitudini storiche, prodotte a loro volta delle condizioni particolari di ogni area geopolitica, disegnando così i complessi avvenimenti e intrecci storici che si susseguiranno fino alla fine degli anni ’70 2. Dal punto di vista produttivo, i risultati di questa espansione furono molteplici. Ne citiamo solo alcuni: crescita della popolazione proletaria con l'espropriazione di immense masse per lo più contadine; creazione di nuove aree produttive con tassi di profitto da accumulazione originaria; apertura di nuovi mercati su cui sversare la propria sovrapproduzione; continua e progressiva divisione del lavoro internazionale con relativa esaltazione della produttività grazie alla specializzazione; nuovi “protagonisti” ad aumentare il tasso di competitività e dunque la spinta alla continua necessità di rivoluzionare i sistemi di produzione per concorrere su un mercato sempre più grande e globale. E così via.

In conclusione, in questi primi trenta anni del secondo dopoguerra, il capitalismo poté agire sull'abbassamento del valore del capitale costante (ma anche del capitale variabile), attraverso le innovazioni. Facendo ciò, lavorò costantemente sia nel senso dell'aumento del plusvalore assoluto sia dell'aumento del plusvalore relativo: aumento quindi della massa totale dei profitti, ma anche della parte del nuovo valore prodotto per sé, a scapito di quella lasciata al proletariato. Questo permise al capitale di frenare di molto la caduta del saggio medio di profitto: ma non certo di eliminare il problema. Come ci spiega Marx, gli stessi motivi che esaltano il capitalismo pongono le premesse per le sue cicliche crisi.

 

Gli aspetti finanziari e commerciali

Prima di giungere alla metà degli anni ‘70 (che, come ben sappiamo, registrarono una nuova crisi generale del modo di produzione capitalistico, da noi prevista fin dagli anni ‘50), bisogna prendere in considerazione anche gli aspetti commerciali e finanziari di questo periodo.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, anche dal punto finanziario e commerciale vi era stata una sorta di azzeramento della situazione precedente. In particolare, gli aspetti fondamentali furono l'introduzione di una nuova moneta nel sistema degli scambi internazionali e la progressiva smaterializzazione della stessa. Contemporaneamente a questo, vi sarà l’altrettanto progressiva privatizzazione di tutto il sistema bancario mondiale e soprattutto degli enti emettitori di moneta. In altre parole, il sistema metteva in pratica nuovi “stratagemmi” per comprimere le spese di circolazione dei capitali – un fatto che già in sé contribuì a esaltare le controtendenze che già agivano sul piano produttivo.

Il primo passo fu attuato dai vincitori unici del conflitto, gli USA. Avendo serbato intatto il proprio apparato produttivo oltre che finanziario, gli USA intervennero immediatamente in aiuto degli altri paesi usciti dalla guerra, soprattutto in Europa. Il problema non era solo quello del crollo della produzione: era anche quello della mancanza di moneta che potesse stimolare gli scambi internazionali: ovvero, che permettesse agli europei di sfamare la propria popolazione e agli americani di vendere le proprie eccedenze produttive, essendo essi e pochi altri ancora in grado di produrre. Gli USA decisero quindi di istituire un fondo per gli aiuti alle nazioni che ne avessero fatto richiesta (compresa la Russia, che però respinse l'invito, costringendo al medesimo rifiuto i paesi sotto la propria area di influenza): il Piano Marshall (1947). Gli europei poterono così rivedere, nei propri circuiti finanziari, una massa di dollari sufficiente a far ripartire la macchina finanziaria e commerciale. Il Piano Marshall, che dal punto di vista produttivo ebbe uno scarso impatto, fu molto efficacie in altri due aspetti della valorizzazione dei capitali: in primo luogo, attraverso gli aiuti, gli USA legarono a sé e alle proprie esigenze egemoniche la gran parte dei paesi sviluppati; in secondo luogo, si ricreò quel circuito internazionale degli scambi di merci e capitali che durante la guerra aveva subito una notevole contrazione.

Il Piano Marshall era stato anticipato dagli accordi di Bretton Woods (1944), con i quali gli USA avevano sancito il proprio dominio dal punto di vista finanziario e gettato le basi di “stabilità” per gli scambi commerciali: con quegli accordi si stabiliva che il dollaro sarebbe stato la moneta mondiale di riferimento (cosa che naturalmente sanciva la già esistente supremazia produttiva e tecnologia statunitense) e si legavano alla moneta USA tutte le altre monete dei paesi aderenti, con cambi fissi; a sua volta, poi, il dollaro fu legato a un cambio fisso con l'oro, inaugurando così il sistema del gold exchange standard. Contestualmente, furono create le due agenzie che dovevano servire come apripista agli interessi imperialistici americani: Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

Il quadro generale della finanza del dopoguerra era la conseguente evoluzione del sistema che agli inizi del ‘900 Lenin aveva analizzato nel suo lavoro sull'imperialismo. La finanza, che agli inizi del secolo era già abbondantemente monopolista e autonoma, continuava la sua corsa verso l'accrescimento assoluto e la progressiva privatizzazione: dunque, verso una forte “autonomizzazione” dal capitale produttivo. L'allargamento del sistema capitalistico nel mondo andò così di pari passo con l’apparente egemonia della finanza sulla produzione e il continuo nascere e ingrandirsi, per ogni settore produttivo, dei monopoli, che lungi dal rappresentare una novità, costituiscono il naturale evolversi del sistema capitalistico, già analizzato da Marx a metà ‘800. Nella seconda parte di questa introduzione ai lavori dei prossimi anni, vedremo come, parallelamente all'evoluzione della finanza, anche i sistemi bancari siano andati e vadano sempre più verso una netta autonomia dal sistema politico e produttivo.

La politica di stampare dollari e immetterli nel circuito europeo e giapponese, e poi anche asiatico, ebbe sicuramente il pregio di favorire una maggiore velocità del capitale investito, dando luogo a un circuito inizialmente virtuoso. Ma solo inizialmente. I problemi iniziarono come diretta conseguenza dell'accrescimento economico dei paesi: fino a quando gli investimenti e i dollari erano di fatto controllati grazie al loro naturale riaffluire nel luogo d’origine grazie all'enorme richiesta di merci americane (spesso le uniche presenti sul mercato mondiale), il controllo dell'espandersi e del contrarsi della base monetaria era saldamente sotto controllo statunitense; ma quando, a questa fase iniziale, ne subentrò una di rinnovata capacità produttiva dei capitalismi classici (oltre che di qualcun altro capitalismo in ascesa), allora i dollari immessi nel circuito internazionale caddero fuori del controllo statunitense, nella misura dell'interscambio fra i paesi. Senza più il controllo sulla base monetaria, e comunque costretti a spendere soldi per acquistare a loro volta merci, gli Stati Uniti si ritrovarono nella scomoda posizione di depositari ultimi di certificati di prelievo sulla loro base aurea. Infatti, formalmente, ogni dollaro conservava un diritto reale di prelievo per il suo possessore di un’aliquota d'oro al cambio ufficiale (dinamica che passò alla storia come la “questione degli Eurodollari”). Ogni paese, se aveva surplus di dollari per le proprie movimentazioni sul mercato internazionale, poteva rifornirsi di denaro reale, ovvero di oro, direttamente a Fort Knox, la “cassaforte centrale” statunitense. E in parte ciò avvenne in tale misura da spingere gli USA alla decisione di metter fine al sistema aureo e dichiarare, nel 1971, l'inconvertibilità del dollaro. Non è un caso che l'anno della fine della convertibilità del dollaro in oro corrisponda anche all'anno del primo dato negativo nella bilancia commerciale degli USA, che per la prima volta (ma da quel momento le cose staranno così fino ai giorni nostri) si trasformarono in importatori netti di merci, dopo esserne stati, per moltissimi decenni esportatori netti.

Con questa decisione, un secolare processo andava compiendosi definitivamente: la smaterializzazione della moneta. Ora, la base monetaria non aveva più un rapporto diretto con il denaro-oro, ma il suo prezzo era determinato in base alla fiducia che gli operatori finanziari e in generale degli imprenditori e degli Stati nutrivano nel sistema economico generale del paese che emetteva la nuova moneta, per l’appunto fiduciaria. Ciò che più importa è che oramai la base monetaria con la quale effettuare gli scambi internazionali non era più ostacolata dal vincolo della parità con la merce-oro, per definizione limitata alla capacità effettiva di produrlo e non alle necessità della circolazione. Adesso, la base monetaria poteva seguire più fluidamente le necessità della produzione che crescevano enormemente con la crescita assoluta della base produttiva e con la crescita relativa della produttività. Il sistema era quindi molto più lubrificato di quanto non lo fosse in precedenza. L'evoluzione della moneta era divenuta consona e adeguata a una necessità di maggiore velocità e fluidità nella circolazione e realizzazione delle merci sul mercato.

Al tempo stesso, questa evoluzione portò con sé una serie di conseguenze contraddittorie: a un’accelerata produzione e a una crescita del sistema finanziario internazionale corrispose pure un’enorme crescita degli scambi commerciali, anche grazie a nuove tecnologie che abbatterono i costi di trasporto a scala mondiale.

 

La questione demografica

Vi è un ultimo aspetto a cui bisogna volgere lo sguardo per comprendere l'evoluzione del capitalismo negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale: la questione demografica, che del resto Marx aveva già ben inquadrato nel Libro Terzo del Capitale. In altre parole, alla sovrapproduzione di capitali e merci che si paleserà intorno alla metà degli anni ’70 del ‘900, si accompagnerà (e non poteva non accompagnarsi) la sovrapproduzione di proletari, figlia dell'esplosione demografica che investirà il mondo: in Asia, prima di tutto, ma anche nel “continente vuoto” (naturalmente, dal punto di vista del capitale): l’Africa, che oggi tanto vuoto non è più. Così, se, alla fine della Seconda guerra mondiale eravamo in circa due miliardi a calpestare il terzo pianeta del Sistema solare, oggi siamo più di sette, e in continuo aumento…

Naturalmente, la crescita abnorme del proletariato avrà, almeno inizialmente, la funzione di stimolare sia il prelievo di plusvalore assoluto che – come Marx spiega – è legato imprescindibilmente al numero assoluto di operai impiegati, sia la creazione di un enorme esercito industriale di riserva che, tendenzialmente, aiuterà a contenere la crescita del capitale variabile totale mondiale, e infine contribuirà non poco ad aumentare le bocche da sfamare: ovvero, ad allargare enormemente la base minima del mercato mondiale. Ma avremo modo in seguito di sviluppare meglio quest’aspetto, come gli altri fin qui trattati a grandi linee.

 

La crisi sincrona di sovrapproduzione della metà degli anni ‘70

Come abbiamo visto, i miglioramenti tecnologici, le innovazioni nel campo della finanza e del commercio, ma soprattutto la distruzione dell'apparato produttivo (dunque, del capitale costante) ad opera della Seconda guerra mondiale, avevano permesso l'enorme espandersi dell'economia mondiale. Ma (di nuovo Marx) gli stessi aspetti che permettono al capitale di espandersi sono alla base delle sue crisi. Fu così che, allo svolto della metà degli anni ’70, il sistema capitalistico mondiale cadde nuovamente in una crisi di sovrapproduzione: si passò cioè da incrementi produttivi in generale del 10% a un crollo degli incrementi in tutti i paesi più avanzati. Due i fenomeni che maggiormente contribuirono a quest’arresto: in primo luogo, i fattori che avevano determinato una maggiore produttività erano oramai stati generalizzati e di conseguenza non potevano più fungere da controtendenza; in secondo luogo, l'enorme produttività dei trascorsi trent’anni necessitava di un allargamento del mercato mondiale, impossibile da realizzarsi con la stessa velocità con cui si allargava la produzione.

Un ultimo aspetto, frutto anch’esso della crisi di sovrapproduzione, fu poi la confusione nel campo della moneta: la fine della convertibilità del dollaro inaugurò per il sistema finanziario mondiale un periodo di massima volatilità, di cui lo shock petrolifero degli anni ‘70 e l'alta inflazione statunitense sempre in quel periodo costituiscono l'immagine superficiale. Esauritisi gli effetti delle controtendenze sopra descritti, la dinamica della caduta tendenziale del saggio medio del profitto poté riprendere inesorabile. Come abbiamo visto negli articoli pubblicati in questi ultimi anni sulla nostra stampa, la caduta tendenziale del saggio medio del profitto è ben visibile attraverso la disamina dei dati esposti: dopo il 1975, la decrescenza dei tassi di crescita riprese vigore sia nella produzione sia nel commercio estero, piuttosto che negli investimenti di capitale all'estero.

La domanda a cui bisogna dare una risposta è: com’è stato possibile che il capitalismo sopravvivesse a quest’ennesima crisi di sovrapproduzione? Per rispondere a questa domanda bisogna esaminare tre fenomeni che si svilupparono dalla metà degli anni ’70: avvento di nuove tecnologie e in particolare esplosione di quelle informatiche; crisi e successivo crollo del blocco “sovietico”; inizio dell'utilizzo della leva finanziaria che fino alla metà degli anni ‘70 era stata sfruttata solo in minima parte. La tecnologia informatica permise un abbassamento generale del valore dei mezzi di produzione e un risparmio in capitale variabile; il crollo dell’impero russo aprì all'occidente nuovi mercati fino ad allora in gran parte preclusi; infine, la leva finanziaria fu sfruttata (e lo è ancor oggi) fino e oltre l'eccesso: tali furono il suo utilizzo e il suo apparente successo che, per i successivi trent’anni, l'intero mondo si illuse della possibilità per il capitale di “emanciparsi dalla produzione” – l’ostinata illusione piccolo-borghese di creare denaro solo con il denaro.

Tutti questi temi, e altri ancora, andranno sviluppati nel lavoro futuro sul “corso del capitalismo”. In quest’occasione, ci limiteremo all'inquadramento dell'evoluzione del sistema bancario, a partire dalla metà degli anni ‘70 fino ai giorni nostri.

 

(1 – Continua)

 

1 Cfr. almeno “L’imperialismo delle portaerei”, Il programma comunista, n.2/1957.

2 Cfr. almeno i nostri testi “La ‘distensione’, aspetto recente della crisi capitalistica”, Il programma comunista, n.4/1960 e “L’incandescente risveglio delle ‘genti di colore’ nella visione marxista”, Il programma comunista, nn. 1, 2, 3/1961.

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