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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 23 Novembre 2017

1917-2017 Verso il futuro

Giunti all’ultimo di questi articoli con cui abbiamo cercato di estrarre le lezioni dell’Ottobre 1917 (e di riproporle per il futuro, poiché è questo che ci interessa), sorge spontanea una domanda: è proprio necessario sottolineare una volta di più l’urgente necessità del comunismo? Basterebbe guardarsi intorno per avere la risposta. Il modo di produzione capitalistico assomiglia sempre più a un equilibrista cieco e sciancato che si avventuri su una fune sbrindellata alle due estremità: da ogni parte, i burattini del Capitale insistono che si sta uscendo dalla crisi; da ogni parte, si moltiplicano i segnali che la crisi c’è, morde e accumula altri materiali esplosivi, destinati prima o poi a scoppiare. E ci si potrebbe anche fermare qui. Ma è impossibile.

 

E’ impossibile cioè trascurare le devastazioni micidiali dell’ambiente, le brutalità e i massacri delle decine di guerre in giro per il mondo, gli sconquassi e la ferocia che le accompagnano, la disgustosa macelleria di intere popolazioni, lo sfruttamento bestiale della forza-lavoro che cresce a ogni latitudine, l’arroganza, l’indifferenza, il peggioramento continuo dei rapporti individuali e sociali, l’alienazione diffusa fra strati giovanili senza prospettive per il futuro, la violenza che colpisce donne e bambini, l’isolamento disperato in cui giacciono disoccupati e anziani, la furia che si rovescia su migranti e “stranieri” – insomma, tutto ciò che costituisce la materia quotidiana del vivere in questo modo di produzione, dominato dalla legge del profitto a ogni costo, dalla competizione e dalla guerra di tutti contro tutti. Il “migliore dei mondi possibili”! Da tutti i pori della società capitalistica grondante sangue quella necessità si fa sentire in maniera drammatica…

La stessa rabbia (in realtà, un liquame puzzolente fatto d’ignoranza e mistificazione!) con cui la classe dominante, tramite i suoi scribacchini più o meno prezzolati, continua a scagliarsi contro la “Rivoluzione d’Ottobre” sta a dimostrare in maniera lampante che la necessità del comunismo agita abbondantemente i suoi sonni, trasformandoli in incubi cui non può sfuggire nemmeno con dosi elevate di oppiacei o di altre droghe sintetiche o ideologiche.

Nel secolo che è trascorso, il proletariato mondiale ha subito l’assalto della classe dominante – sia quello frontale e inevitabile del nemico di classe, sia quello più subdolo e distruttivo dei “finti amici” più o meno apertamente ma sempre schierati a fianco del potere. E’ stato sconfitto sul campo, più spesso in maniera sanguinosa, e giace ancor oggi schiacciato sotto il peso di quella sconfitta. Ma noi comunisti sappiamo, non per fede religiosa ma per esperienza storica, che, oltre un certo limite, il peso della sconfitta si trasforma in spinta alla ribellione – che lo schiavo non sopporta all’infinito le bastonate, che l’oppresso prima o poi rialza il capo e reagisce. E dunque, nel passato e nel presente, noi comunisti cogliamo i semi del futuro: nell’oggi, operiamo per preparare il domani.

“Ma che dite? Il comunismo è fallito!”, ecco il ritornello dei miserabili idioti, ignoranti ben pagati e al guinzaglio. E allora, con la pazienza che Marx, Engels, Lenin ci hanno insegnato, torniamo a spiegare – non a quella gentaglia che solo legnate si merita, ma ai giovani proletari di ogni origine e provenienza che stanno già subendo, sulla pelle propria, le mostruosità del capitalismo – in che cosa consistette e consiste quella sconfitta e come uscirne. Verso il futuro della società senza classi.

 

Lezioni delle controrivoluzioni

Dunque, “il comunismo è fallito”, ci dicono. Ricordate che cosa si diceva qualche secolo fa? “La terra è piatta e al centro dell’universo”. Ipse dixit: “se han sempre detto così, allora sarà vero”. Uno degli effetti della controrivoluzione che da quasi un secolo grava sul proletariato (e, attenzione!, sulla società tutta) è il non saper (non osare) mettere in discussione la versione dominante dei fatti – l’accettarla supinamente come un dogma religioso. “Certo che l’URSS era un paese comunista! Certo che la Cina è comunista! Certo che la rivoluzione cubana è stata comunista!”, e via di seguito. Modi di produzione, leggi economiche, capitalismo e comunismo, Stato, partito, lotta di classe… tutto diventa una melma indistinta, senza contorni, con l’aggiunta dell’ignoranza e della manipolazione, e della non-volontà di conoscere e sapere. Ipse dixit: si trangugia e via.

Ma andiamo con ordine. Torniamo al 1917 e al lungo periodo cruciale e drammatico che lo seguì. Abbiamo già mostrato, negli articoli precedenti, due elementi centrali e inscindibili della strategia dei compagni bolscevichi negli anni e mesi prima e intorno all’Ottobre: a) la struttura economica e sociale della Russia era capitalisticamente ancora arretrata (e disastrata, dopo la guerra imperialista e l’assedio feroce durato almeno tre anni da parte dei briganti imperialisti coalizzati), e compito del potere proletario guidato dal partito bolscevico era quello di porre le basi (e soltanto le basi) del socialismo – cioè, sviluppare il più possibile l’economia russa in direzione del capitalismo di Stato; b) ciò doveva avvenire nel contesto di una rivoluzione proletaria pura (cioè senza compiti di sviluppo economico-sociale borghesi) da preparare, promuovere, organizzare e dirigere nei paesi capitalisticamente più avanzati, Europa Centrale in primis, data anche la collocazione geo-strategica. Non c’erano esitazioni o equivoci, in questa prospettiva: la Russia proletaria doveva resistere agli attacchi delle borghesie unite, introdurre a ritmi accelerati il capitalismo nelle sue forme più avanzate, lavorare alla rivoluzione all’ovest. Solo dal “successo” di questa strategia unitaria, politicamente socialista, dipendeva l’avvenire socialista anche in campo economico in Russia: perché allora le due metà (quella economica occidentale e quella politica russa) si sarebbero fuse e avrebbero potuto marciare con sempre maggior velocità verso il socialismo a livello mondiale. L’Internazionale Comunista (la Terza Internazionale, fondata nel 1919) doveva essere lo Stato Maggiore di questo processo, il partito mondiale atto a dirigerlo. Questa la prospettiva, e l’ampia messe di citazioni che abbiamo riportato negli articoli precedenti (oltre all’enorme lavoro di analisi, ricostruzione e precisazione storica condotto nei decenni dal nostro Partito) basta per il momento a dimostrarlo: chi sia veramente intenzionato a capire sa dove venire a cercare i mattoni di questa costruzione.

Gli anni immediatamente successivi all’Ottobre 1917 segnano il faticoso, drammatico cammino in quella direzione. Da un lato, la Russia proletaria deve affrontare – come si diceva sopra – l’assedio delle borghesie mondiali che, dopo essersi scannate in quattro lunghi anni di guerra, ora sono “miracolosamente” unite (e ciò dovrà pur far pensare!) nel cercare di strangolare la rivoluzione mondiale in nuce. Dall’altro, il movimento comunista internazionale cerca, senza dubbio in ritardo e fra molte incertezze, di darsi un assetto teorico, politico, organizzativo unitario, tale da poter compiere quella parte di lavoro senza la quale ogni prospettiva di sviluppo del socialismo, anche in Russia, sarebbe vana: compito, questo, dell’Internazionale Comunista, che lo sviluppa, sia pure con crescenti incertezze e ambiguità, nei suoi primi quattro congressi.

Così, il “comunismo di guerra” degli anni immediatamente post-rivoluzionari (che un immenso nugolo di utili idioti crede sia già “il paradiso in terra” – o meglio, per loro, “l’inferno”…) consiste in una serie di misure da economia d’emergenza, da economia di guerra – misure cioè che qualunque potere in quella situazione avrebbe dovuto adottare e ha sempre adottato. Non erano e non potevano essere comunismo: a meno di credere che… gli asini siano dei rettili! Ma, si sa, gli utili idioti non vanno tanto per il sottile! Una volta di più: non ripetiamo qui ciò che il nostro Partito ha abbondantemente dimostrato, attraverso i decenni 1. Superato quel periodo terribile (sulla cui realtà gli “storici” borghesi di ogni risma tacciono abilmente e vergognosamente) e di fronte al ritardo e poi alla sconfitta sanguinosa del movimento proletario in Germania e nel resto del mondo industrializzato, la Russia rivoluzionaria si trovava di fronte al compito enorme di sviluppare il capitalismo in Russia, unica possibilità per resistere “dieci” o “venti” anni – come si disse allora – in attesa che la storia stessa (storia di lotte di classe) riproponesse un nuovo appuntamento rivoluzionario (non si dimentichi che, a fine anni ’20, il mondo capitalistico sprofonderà in una nuova crisi economica e a fine anni ’30 in un nuovo macello mondiale). E fu la NEP, la “nuova politica economica”: passaggio necessario e previsto, e non, come dicono invece gli utili idioti dell’“intelligenza” (!!!) borghese, il “tentativo di riparare i guasti dell’economia marxista”!

Riportiamo un brano da un nostro testo del 1970 che sintetizza il lungo lavoro d’analisi condotto dal nostro Partito sulle “cose di Russia” nel corso degli anni ’50 e ’60 del ‘900:

 

Furono le disfatte successive della rivoluzione internazionale a imporre ai bolscevichi una serie di misure di politica economica che non avevano nulla a che vedere col socialismo, ma che lo stalinismo, in seguito, consacrò sotto questa etichetta menzognera. In realtà, si tratti della gestione operaia delle imprese abbandonate dal padrone o del ristabilimento di un certo grado di commercio interno, della pianificazione industriale o della sostituzione dell’imposta in natura alle requisizioni forzate di grano, tutti questi non erano che espedienti economici, palliativi contro la miseria e la sottoproduzione, provvedimenti di attesa in vista di una ripresa della lotta proletaria mondiale, alla quale tutti i rivoluzionari degni di questo nome non accettarono mai che si potesse o dovesse rinunziare 2.

 

Nel frattempo, però, c’era l’altro versante della strategia: l’Internazionale Comunista. La nostra incessante battaglia in seno a quest’organismo fondamentale consistette proprio nel cercare di renderlo l’autentico partito mondiale del proletariato internazionale, dotato di una teoria, di una tattica e di un’organizzazione solide e ben precisate 3. E su questo terreno ci scontrammo via via con l’offuscamento della chiara visione originaria, sostituita da una serie di misure – proprio sul piano della tattica e dell’organizzazione – che, nel tentativo di sopperire ai ritardi della rivoluzione in Occidente, introducevano manovre, parole d’ordine, prospettive ambigue e contraddittorie, destinate, come più volte noi mettemmo in guardia, a riflettersi sui principi e sul programma dell’Internazionale: a farne, a poco a poco, non più lo Stato Maggiore del proletariato mondiale, ma lo strumento dello Stato russo. Qui, in Russia, le stesse forze economiche capitalistiche in via di necessario sviluppo non potevano non avere il loro riflesso sociale e politico, e soltanto una solida gestione dello Stato in una prospettiva internazionale avrebbe potuto contenerle e gestirle. Ma ciò non avvenne: fra il 1923 e il 1926, si assiste a una progressiva chiusura su se stessa dell’economia e e della politica russe, con riflessi inevitabili proprio sull’Internazionale. Di nuovo il nostro testo del 1970:

 

Se la rivoluzione fosse stata vittoriosa in Germania, il potere sovietico avrebbe potuto limitarsi alle concessioni già fatte al capitalismo privato e al contadiname russo, e controllarne i riflessi sociali. Rinunciare alla rivoluzione europea, come fece Stalin, era invece dar libero corso allo sviluppo dei rapporti capitalistici in Russia, era dare alle classi che ne erano le immediate beneficiarie la supremazia sul proletariato. Questo proletariato, minoranza estrema decimata nella guerra contro i Bianchi e aggiogata a un compito produttivo schiacciante, non aveva, contro gli speculatori del commercio privato e l’avidità dei contadini, altra arma che il bastone dello Stato sovietico. Ma questo Stato non poteva rimanere proletario che nella misura in cui faceva blocco col proletariato internazionale contro gli strati reazionari interni. Decidere che la Russia dovesse fare da sola il “suo” socialismo, era abbandonare il suo proletariato alla enorme pressione delle classi non proletarie, e liberare il capitalismo russo da ogni coercizione e da ogni controllo. Peggio ancora, era trasformare lo Stato sovietico in uno Stato come tutti gli altri, sforzandosi di fare al più presto della Russia una grande nazione borghese.

Questo fu il vero significato della “svolta” di Stalin e della sua formula del “socialismo in un solo paese”. Chiamando “socialismo” quello che era puro capitalismo, patteggiando con la massa reazionaria del contadiname russo, perseguitando e massacrando tutti i rivoluzionari rimasti fedeli alla prospettiva di Lenin e agli interessi del proletariato russo e internazionale, Stalin fu l’artefice di una vera controrivoluzione. Pur realizzandola con l’atroce terrore di un despota assoluto, egli non ne fu tuttavia il promotore, ma lo strumento.

Dopo una serie di sconfitte sul piano internazionale come sul piano interno, dopo la repressione delle insurrezioni armate e i catastrofici errori tattici dell’Internazionale come dopo le sommosse contadine e le carestie in Russia, apparve chiaro verso il 1924 che la rivoluzione comunista in Europa era rinviata a tempo indefinito. A questo punto cominciò per il proletariato russo un terribile corpo a corpo con tutte le altre classi della società.

Queste classi, momentaneamente prese da entusiasmo per la rivoluzione anti-zarista, non aspiravano più che a godersi la loro conquista al modo borghese, cioè sacrificando la prospettiva rivoluzionaria internazionale alla instaurazione di “buoni rapporti” coi paesi capitalistici. Stalin non fu che il portavoce e il realizzatore di queste aspirazioni.

 

Sempre più Partito e Stato russi, invece di controllare e indirizzare le forze economiche e sociali che stavano maturando e affiorando dal sottosuolo, e di farlo nel quadro della strategia comunista mondiale, ne divennero espressione e strumento. E l’Internazionale Comunista seguì a ruota. A quel punto, la teoria bastarda del “socialismo in un solo Paese” fece il passo successivo, e fu distruttivo oltre che sanguinoso.

Non possiamo seguire ora tutti gli sviluppi dell’involuzione e poi dell’aperta controrivoluzione: rimandiamo ancora alla nostra Struttura economica della Russia d’oggi e all’opuscolo La crisi del 1926 nell’Internazionale Comunista e nel partito russo chi voglia seriamente comprendere il dramma storico che si compì a partire dalla metà degli anni ’20 e nel quale siamo ancora immersi.

Limitiamoci a ribadire: sul piano economico e sociale, non ci fu mai né socialismo né comunismo in Russia, e tanto meno ci fu nel resto di quel mondo che, nei decenni successivi e con interpretazioni inevitabilmente nazionali e nazionalistiche, seguì la strada deviata del “socialismo in un solo Paese”. A farne le spese fu non solo la “vecchia guardia” bolscevica, dispersa e massacrata, ma il proletariato internazionale e il movimento comunista mondiale. Una sconfitta sul campo, a opera dei nemici esterni come di quelli interni: ma una sconfitta, non il fallimento di un modo di produzione! Ed è quanto noi denunciammo fin dalla metà di quel decennio, gli anni ’20, così denso di promesse e di tragedie.

 

Ieri, oggi, domani

E’ evidente a questo punto che, per noi, sulla base non di una banale autogiustificazione, ma di un lungo lavoro di “ribattimento di chiodi”, di restaurazione teorica, e – non dimentichiamolo mai! – di lotta aperta su tutti i fronti (contro la democrazia borghese e contro il nazifascismo espressioni del dominio imperialista, contro lo stalinismo), si è trattato sempre di difendere le acquisizioni politiche dell’Ottobre 1917, di farne un bilancio e di ripartire di lì – proprio come Marx ed Engels fecero dopo la disfatta e la sanguinosa repressione della Comune di Parigi nel 1871. E in ciò ci conforta la dinamica stessa del modo di produzione capitalistico, che continua a riproporre le proprie contraddizioni insolubili a livelli sempre più mostruosamente elevati: in una parola, la necessità sempre più acuta del comunismo.

Al III Congresso del Partito Comunista d’Italia, tenutosi nel 1926 clandestinamente a Lione, la nostra corrente, via via emarginata dalla direzione del Partito e destinata, di lì a poco, a essere in gran parte espulsa, presentò le proprie Tesi, in alternativa a quelle di Gramsci-Togliatti, ormai allineati con lo stalinismo vittorioso. Quelle nostre Tesi erano al tempo stesso un bilancio di quanto avvenuto nel movimento comunista internazionale e la riaffermazione della prospettiva rivoluzionaria per il futuro: la base della lotta che, da allora, la nostra corrente non ha mai cessato, sia pur minoritaria e contro corrente, di condurre al fine di porre le basi per la rinascita del partito comunista mondiale. In un passo di estrema importanza, le Tesi sintetizzano il senso del lavoro di partito, consegnandolo alle future generazioni: a noi, che a nostra volta dobbiamo trasmetterlo ad altre generazioni. Vi si dice:

L’attività del partito non può e non deve limitarsi solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:

a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia della coscienza teorica del movimento della classe operaia;

b) l’assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all’interesse rivoluzionario del proletariato;

c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati, per incoraggiarne lo sviluppo, ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunziando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni della attività e della combattività classista del proletariato, come l’autonomia e l’indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissimo tra queste il partito.

Scopo supremo di questa complessa attività è preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato nel senso che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto 4.

 

Da qui, nel 1952, dopo un venticinquennio abbondante di lotta per la sopravvivenza a contatto con la classe anche quando essa era sviata e tradita dai controrivoluzionari, noi siamo ripartiti, nella consapevolezza che la storia (storia del modo di produzione capitalistico e delle sue insopprimibili contraddizioni sempre più esplosive e storia del movimento proletario con tutti i suoi alti e bassi, le sue vittorie parziali e le sue sconfitte brucianti) quelle “possibilità rivoluzionarie oggettive” non avrebbe cessato di ripresentare.

Su questo terreno noi dobbiamo continuare a lavorare. Sul piano della teoria: analizzare in maniera precisa, con l’arma della scienza marxista, quanto avviene nel seno della società capitalistica (a partire dal “corso del capitalismo mondiale”, con tutti i suoi riflessi sociali e ideologici). Sul piano dell’organizzazione: difendere la continuità fisica del Partito da ogni influenza esterna (la paccottiglia piccolo-borghese, l’ideologia dominante) e dalla repressione statale (in tutte le sue forme, legali e illegali). Sul piano pratico: l’intervento, nei limiti delle nostre forze, nelle lotte proletarie, per organizzarle, indirizzarle criticamente e – se e quando avremo ottenuto una reale influenza in seno alla classe – dirigerle, via via incanalando l’antagonismo di classe che le stesse contraddizioni del capitalismo non può non suscitare verso il necessario obiettivo della presa del potere e della dittatura proletaria guidata dal Partito.

La presa del potere: è questo il nodo centrale. Nostro compito è mostrare, in ogni momento della vita tormentata della nostra classe, la necessità della presa del potere, dell’instaurazione del potere proletario guidato dal Partito rivoluzionario. Come già abbiamo scritto nel primo articolo di questa serie 5, e come non ci stanchiamo mai di ripetere, ogni aspetto della drammatica sopravvivenza proletaria (precaria, stentata, sotto assedio: oggi come ieri e come domani) reclama quello sbocco: il massacrante sfruttamento sul luogo di lavoro e il doppio sfruttamento, in casa e fuori, della donna proletaria, il salario che (quando c’è) scappa fra le dita, la quotidiana disperazione della disoccupazione, il problema della casa e del come sbarcare il lunario, le cure mediche e l’assistenza agli anziani, un futuro con (se va bene!) pensioni da fame, le malattie e le morti da sfinimento, avvelenamento, ritmi vorticosi e incidenti tremendi, l’emigrazione con tutto ciò che essa comporta, le persecuzioni di ogni genere… E poi le guerre diffuse e in crescita continua, il dissesto ambientale che ha raggiunto livelli impressionanti e minacciosi, la congestione delle città e l’abbandono delle campagne o la distruzione d’intere aree sottoposte a sfruttamento intensivo, l’adulterazione del cibo e l’avvelenamento delle acque, le follie individuali e collettive, lo strangolamento, il rimbambimento e l’oppressione da parte d’ideologie razziste, religiose, nazionaliste, la violenza aperta e mascherata dello Stato borghese… Davvero ci si può continuare a illudere che tutto ciò possa essere eliminato (o almeno controllato) senza un potere centrale che non obbedisca a interessi economici particolari, alla legge del profitto, ai dettami della concorrenza internazionale? O senza il ritorno sulla scena di lotte aperte e non delegate a questa o quell’istituzione, partito, congrega, individuo dell’arco costituzionale, ma impostate su un aperto antagonismo sociale, su un fronte il più ampio possibile, sul rifiuto delle regole-capestro della democrazia, delle “superiori esigenze dell’economia nazionale”, della “fedeltà patriottica”? O senza la rinascita di organismi territoriali proletari che si occupino di tutte le esigenze della lotta aperta come pure di tutti i bisogni concreti e quotidiani della classe, che funzionino davvero come luoghi e momenti d’incontro e fusione di tutti i settori proletari (“garantiti” e non, occupati e disoccupati, precari e pensionati, uomini e donne, giovani e anziani, immigrati e “indigeni”), al di sopra di ogni differenza creata e alimentata dall’ideologia dominante, di tipo etnico, religioso, nazionale?... Potremmo continuare. Ma sempre l’unica risposta è: NO, non è possibile. Sempre nel primo articolo di questa serie, e a esso ci riallacciamo chiudendo in certo modo il cerchio di questa rievocazione che è battaglia politica e non retorico ricordo, scrivevamo: “Se non si comprende la necessità di questo potere, si ricade inevitabilmente in una logica di imbelle riformismo, tanto più frustrante quanto più cresce e avanza la distruttività capitalistica. Al contrario, solo comprendendo la necessità della presa del potere e dunque di un’organizzazione centralizzata di battaglia che abbia questo obiettivo, solo così si potranno condurre anche lotte parziali miranti alla difesa delle condizioni di vita e di lavoro con la necessaria intransigenza e durezza, riconoscendo la propria forza e facendola sentire all’avversario, che sia il padronato o lo Stato con tutte le loro pratiche terroristiche”.

Nel corso del suo inevitabile scontro con lo Stato e le sue forze di repressione, le istituzioni democratiche o totalitarie (e ormai, più spesso, democratico-totalitarie, date le trasformazioni che in epoca imperialistica ha conosciuto il potere statale borghese), il proletariato dovrà rendersi conto della necessità di mettere in campo la propria forza, non solo numerica, ma bene organizzata e bene diretta – sia sul terreno delle rivendicazioni immediate che su quello della prospettiva rivoluzionaria. E questo processo sarà possibile alla sola condizione che i comunisti, organizzati nel Partito comunista internazionale, abbiano saputo preventivamente accompagnarlo e fertilizzarlo, farlo lievitare, farlo diventare davvero quella potenza storica in grado di abbattere il modo di produzione capitalistico, aprendo la strada alla società senza classi.

Il partito, dunque. L’altro grande (e tragico!) insegnamento che ci viene dagli anni successivi all’Ottobre 1917 è che il partito rivoluzionario deve esistere ben prima del delinearsi della resa dei conti fra proletariato e borghesia e deve essere monolitico sul piano della teoria come su quello della prassi e dell’organizzazione: non la federazione di partiti nazionali (come fu per la Seconda Internazionale e come finì per essere, prima della sua liquidazione, per l’Internazionale Comunista), ma un unico partito mondiale, fondato sul bilancio storico di ormai quasi un secolo di controrivoluzione, dotato di una salda teoria, messa alla prova e verificata nel contatto diretto e continuo con la realtà di una lotta di classe che non è mai cessata in tutti questi decenni, e di un’organizzazione unitaria che va promossa, attuata, difesa. A questo, noi, minoritari e controcorrente, lavoriamo da sempre.

E non ci si venga a dire: “Già, ma poi? Si sa, il potere corrompe… E, in ogni caso, il comunismo… Che cos’è, visto che dite che non ci sono esempi?…”. Le banalità dell’intellighenzia borghese lasciatele agli idioti, agli ignoranti, agli interessati. I rivoluzionari sanno bene quali sono le linee e i punti programmatici del comunismo: l’ha insegnato un secolo e mezzo di battaglie teoriche e pratiche, di lezioni delle controrivoluzioni, di tentativi di assalto al cielo schiacciati con rabbia sanguinaria, di bilanci storici fatti al calor bianco della lotta di classe. Non abbiamo nulla da giustificare o dimostrare. I comunisti, organizzati nel partito, agiscono oggi sulla base dell’esperienza di ieri e nella prospettiva di domani. In questo senso, ricordiamo con orgoglio, passione e determinazione l’“Ottobre Rosso”.

 

1 Fra i tanti nostri lavori sull’argomento, si vedano almeno Dialogato con Stalin (1952), Russia e rivoluzione nella teoria marxista (1954-55), Struttura economica e sociale della Russia d’oggi (1955-57), Bilan d’une révolution (1967).

2 “Perché la Russia non è socialista”, Il programma comunista, nn.13-14-15-16-17-18-19/1970.

3 Ricordiamo che quest’incessante battaglia è ben documentata dai cinque volumi della nostra Storia della Sinistra Comunista, cui rimandiamo per i dettagli e un’analisi più completa e approfondita.

4 Le nostre “Tesi di Lione” si possono leggere in In difesa della continuità del programma comunista, Edizioni Il programma comunista, Milano 1989.

5 “1917-2017. Viva l’Ottobre Rosso! Viva la rivoluzione proletaria futura!”, Il programma comunista, n.1/2017, p.3.

 

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