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Gaza: un ennesimo macello insanguina il Medio Oriente

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Ne sono vittime le masse proletarie e proletarizzate palestinesi della Striscia di Gaza, massacrate dai bombardamenti israeliani, intrappolate in un territorio da cui non possono fuggire, strangolate nella morsa di borghesie in guerra feroce. Il loro nemico non è solo l'imperialismo israeliano, sostenuto e foraggiato da tutti gli imperialismi presenti nell'area (USA in primis). I proletari palestinesi della Striscia di Gaza, come e più di quelli con passaporto israeliano o abitanti in Cisgiordania, sono ostaggi e vittime anche della propria borghesia – di tutta la borghesia palestinese. Sono ostaggi e vittime di fazioni borghesi, rappresentanti d’interessi che, sotto la pressione della crisi economica mondiale, si stanno coagulando intorno ai principali Stati imperialisti: borghesie inevitabilmente subordinate, che esprimono Stati “fittizi”, fragili ma forti e strutturati nell'esercizio della dittatura anti-proletaria.

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Turchia. Ennesima strage nel “Mattatoio Capitalismo”

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“Le carenze nella sicurezza delle miniere di carbone turche sono da tempo al centro di polemiche. L'anno scorso 93 minatori sono morti nelle varie miniere del Paese. Nel novembre scorso 300 minatori si erano rinchiusi in fondo alla miniera di Zonguldak, nella regione del Mar Nero - dove nel 1992 un'esplosione aveva fatto 263 vittime e nel maggio 2010 altre 30 persone avevano trovato la morte allo stesso modo - per protestare contro le misure di sicurezza insufficienti dell'impianto. Due settimane fa il principale partito di opposizione, il Chp di Kemal Kilicdaroglu, aveva chiesto in Parlamento un'inchiesta sulla sicurezza proprio nella miniera di Soma. La proposta era stata bocciata dall'Akp, che ha la maggioranza assoluta nella Grande Assemblea di Ankara.” (La Repubblica, 14/5/2014).

Di fronte all'ennesima strage di proletari (i trecento morti della miniera di carbone turca di Soma, fra cui parecchi ragazzi che vi lavoravano “illegalmente”), che dire di più di quel che noi comunisti non smettiamo di dire, da più di centocinquanta anni a questa parte, sulla crescente distruttività del modo di produzione capitalistico? sulle stragi commesse in nome del profitto? sull'impossibilità di “riformare il sistema”? sulla necessità del suo abbattimento?

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“The Internationalist” - Una nuova pubblicazione di Partito

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  La sempre maggiore urgenza del radicamento internazionale del nostro Partito ci ha spinti a riprendere la pubblicazione di un organo in lingua inglese, interrotta dopo quindici anni, per l’alto costo di stampa e distribuzione, con la chiusura di “Internationalist Papers”. E’ nato così “The Internationalist”, un foglio più agile (24 pagine), che riporta le nostre posizioni basilari e il nostro commento sui fatti degli ultimi mesi.  
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Mimose e coccarde?

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Che dire di un 8 marzo ridotto a mimose e cioccolatini, “pizza con le amiche” spot sul “rispetto”, dibattiti sulla "componente rosa" della classe di comando borghese, e una "giornata della donna" in decomposizione, impregnata di concetti tutti funzionali al capitale e ai suoi mercificati rapporti sociali? Che dire di un Primo Maggio ridotto a mesti cortei funebri annegati in una retorica nazional-popolare, ritualistica celebrazione sindacal-festaiola priva di qualunque significato rivoluzionario, con corredo di fastidiose venditrici di coccarde digiune di qualsiasi discorso politico e truppe cammellate di pensionati e famigliole scaricati da pullman per lo show di un giorno?

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In Ucraina come in tutto il mondo, di fronte alla guerra imperialista la parola d’ordine proletaria torni a essere: disfattismo rivoluzionario contro tutte le borghesie!

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Tra partigiani e lealisti, nazionalisti e mercenari, tutti foraggiati dalle armi dei mandanti imperialisti, si prepara come da copione storico l’assassinio programmato dei proletari.

Da comunisti e internazionalisti, noi sappiamo per memoria e scienza storica che, nell'epoca dell'imperialismo, il dominio e l’oppressione di classe si estendono e s’intensificano. La crisi economica lascia attorno a sé tra i proletari di tutto il mondo una crescente miseria e una scia di morte. La guerra è l‘habitat naturale del capitalismo: imperialismo significa infatti, accresciuta competizione internazionale, acuite guerre commerciali, esportazione di capitali che entrano inevitabilmente in conflitto gli uni con gli altri, controllo delle sorgenti di materie prime e delle loro vie di trasporto e dunque tentativo di escluderne i concorrenti, fino all'esplodere incontrollato di conflitti prima locali e poi, in prospettiva e in presenza di condizioni materiali favorevoli e necessarie, mondiali. E' quello che sta succedendo da decenni, dalla fascia dei Balcani, attraverso il Medio Oriente (Irak, Territori palestinesi, Siria), fino all'Afghanistan, crocevia di commerci, di vitali corridoi commerciali, di oleodotti e gasdotti, di campi petroliferi e sorgenti d'acqua. Ora è la volta del territorio russo-ucraino, dove gli appetiti dei grandi colossi imperialistici (USA, Germania, Russia, Cina) entrano in rotta di collisione, accentuando così le premesse di un prossimo conflitto mondiale. I mandati internazionali, le assemblee per la pace, le riunioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sono le inutili foglie di fico del pacifismo, e quindi dell’inganno: sono i diktat borghesi che, in tutti questi anni, hanno portato alla morte centinaia di migliaia di proletari palestinesi, slavi, irakeni, afgani, libici, siriani, e prossimamente russi e ucraini. Di fronte alla giungla dei nazionalismi, inventati, rinascenti o solo per poco sopiti, la parola d’ordine del proletariato ovunque non può che essere quella del disfattismo rivoluzionario: il rifiuto netto e totale di schierarsi su un fronte come sull’altro, di appoggiare questa o quella borghesia, e in primo luogo la “propria”. Non esiste nessuna “patria in pericolo”, nessuna “democrazia violata”, nessun “nemico invasore”, nessun “esercito liberatore”: il proletariato non deve cadere più in queste trappole micidiali!

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