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Organizzarsi per rispondere alle aggressioni dello Stato!

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L' attacco violento della polizia ai lavoratori della ThyssenKrupp di Terni, che manifestavano a Roma per difendere le proprie condizioni di esistenza e di lavoro, dice una volta di più CHIARO E TONDO che lo Stato (e il Governo che ne il braccio politico) lo strumento di difesa degli interessi della classe borghese dominante. La Fiom e le altre organizzazioni sindacali che “si stupiscono” dell' “esagerata violenza” della polizia, quando non passa giorno senza che si verifichino scontri di questo tipo davanti alle fabbriche, nelle strade, nelle piazze (i lavoratori della logistica, in stragrande maggioranza immigrati, ne sanno qualcosa!), sono corresponsabili dei fatti accaduti. 

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Rispondere all'attacco anti-proletario

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La crisi economica precipita nel baratro noi e la nostra condizione umana e sociale. Nel mondo intero, cresce la disoccupazione e si moltiplicano i licenziamenti e gli attacchi ai lavoratori (come con le più recenti sparate dell’ultimo governo italiano!). A poco a poco, però, comincia a incrinarsi la cappa del pesante controllo sociale esercitato per decenni da partiti “di destra” e “di sinistra” e organizzazioni sindacali di regime. I primi segnali sono venuti da un giovane proletariato immigrato, che in questi anni ha sfidato apertamente il padronato, un’avanguardia che non si è chiusa nel silenzio dei magazzini o delle fabbriche o nell’isolamento dei campi di pomodori – lavoratori che non hanno avuto paura di scendere in strada e rivendicare il miglioramento generale delle proprie condizioni di vita e di lavoro – e dalle lotte mai sopite dei proletari di tutto il mondo, dalle rivolte dei minatori sudafricani alle battaglie di quelli argentini, spagnoli, greci, francesi, belgi, cinesi, statunitensi, indiani, pakistani...

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ATTENZIONE! LA SEDE DI MILANO CAMBIA INDIRIZZO

A partire dai primi di agosto, ci trovate in via dei Cinquecento 25 (citofono Istituto Programma) (zona Piazzale Corvetto: Metro 3, Bus 77)                                    

 

Gaza: un ennesimo macello insanguina il Medio Oriente

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Ne sono vittime le masse proletarie e proletarizzate palestinesi della Striscia di Gaza, massacrate dai bombardamenti israeliani, intrappolate in un territorio da cui non possono fuggire, strangolate nella morsa di borghesie in guerra feroce. Il loro nemico non è solo l'imperialismo israeliano, sostenuto e foraggiato da tutti gli imperialismi presenti nell'area (USA in primis). I proletari palestinesi della Striscia di Gaza, come e più di quelli con passaporto israeliano o abitanti in Cisgiordania, sono ostaggi e vittime anche della propria borghesia – di tutta la borghesia palestinese. Sono ostaggi e vittime di fazioni borghesi, rappresentanti d’interessi che, sotto la pressione della crisi economica mondiale, si stanno coagulando intorno ai principali Stati imperialisti: borghesie inevitabilmente subordinate, che esprimono Stati “fittizi”, fragili ma forti e strutturati nell'esercizio della dittatura anti-proletaria.

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Turchia. Ennesima strage nel “Mattatoio Capitalismo”

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“Le carenze nella sicurezza delle miniere di carbone turche sono da tempo al centro di polemiche. L'anno scorso 93 minatori sono morti nelle varie miniere del Paese. Nel novembre scorso 300 minatori si erano rinchiusi in fondo alla miniera di Zonguldak, nella regione del Mar Nero - dove nel 1992 un'esplosione aveva fatto 263 vittime e nel maggio 2010 altre 30 persone avevano trovato la morte allo stesso modo - per protestare contro le misure di sicurezza insufficienti dell'impianto. Due settimane fa il principale partito di opposizione, il Chp di Kemal Kilicdaroglu, aveva chiesto in Parlamento un'inchiesta sulla sicurezza proprio nella miniera di Soma. La proposta era stata bocciata dall'Akp, che ha la maggioranza assoluta nella Grande Assemblea di Ankara.” (La Repubblica, 14/5/2014).

Di fronte all'ennesima strage di proletari (i trecento morti della miniera di carbone turca di Soma, fra cui parecchi ragazzi che vi lavoravano “illegalmente”), che dire di più di quel che noi comunisti non smettiamo di dire, da più di centocinquanta anni a questa parte, sulla crescente distruttività del modo di produzione capitalistico? sulle stragi commesse in nome del profitto? sull'impossibilità di “riformare il sistema”? sulla necessità del suo abbattimento?

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