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“The Internationalist” - Una nuova pubblicazione di Partito

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  La sempre maggiore urgenza del radicamento internazionale del nostro Partito ci ha spinti a riprendere la pubblicazione di un organo in lingua inglese, interrotta dopo quindici anni, per l’alto costo di stampa e distribuzione, con la chiusura di “Internationalist Papers”. E’ nato così “The Internationalist”, un foglio più agile (24 pagine), che riporta le nostre posizioni basilari e il nostro commento sui fatti degli ultimi mesi.  
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Mimose e coccarde?

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Che dire di un 8 marzo ridotto a mimose e cioccolatini, “pizza con le amiche” spot sul “rispetto”, dibattiti sulla "componente rosa" della classe di comando borghese, e una "giornata della donna" in decomposizione, impregnata di concetti tutti funzionali al capitale e ai suoi mercificati rapporti sociali? Che dire di un Primo Maggio ridotto a mesti cortei funebri annegati in una retorica nazional-popolare, ritualistica celebrazione sindacal-festaiola priva di qualunque significato rivoluzionario, con corredo di fastidiose venditrici di coccarde digiune di qualsiasi discorso politico e truppe cammellate di pensionati e famigliole scaricati da pullman per lo show di un giorno?

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In Ucraina come in tutto il mondo, di fronte alla guerra imperialista la parola d’ordine proletaria torni a essere: disfattismo rivoluzionario contro tutte le borghesie!

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Tra partigiani e lealisti, nazionalisti e mercenari, tutti foraggiati dalle armi dei mandanti imperialisti, si prepara come da copione storico l’assassinio programmato dei proletari.

Da comunisti e internazionalisti, noi sappiamo per memoria e scienza storica che, nell'epoca dell'imperialismo, il dominio e l’oppressione di classe si estendono e s’intensificano. La crisi economica lascia attorno a sé tra i proletari di tutto il mondo una crescente miseria e una scia di morte. La guerra è l‘habitat naturale del capitalismo: imperialismo significa infatti, accresciuta competizione internazionale, acuite guerre commerciali, esportazione di capitali che entrano inevitabilmente in conflitto gli uni con gli altri, controllo delle sorgenti di materie prime e delle loro vie di trasporto e dunque tentativo di escluderne i concorrenti, fino all'esplodere incontrollato di conflitti prima locali e poi, in prospettiva e in presenza di condizioni materiali favorevoli e necessarie, mondiali. E' quello che sta succedendo da decenni, dalla fascia dei Balcani, attraverso il Medio Oriente (Irak, Territori palestinesi, Siria), fino all'Afghanistan, crocevia di commerci, di vitali corridoi commerciali, di oleodotti e gasdotti, di campi petroliferi e sorgenti d'acqua. Ora è la volta del territorio russo-ucraino, dove gli appetiti dei grandi colossi imperialistici (USA, Germania, Russia, Cina) entrano in rotta di collisione, accentuando così le premesse di un prossimo conflitto mondiale. I mandati internazionali, le assemblee per la pace, le riunioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sono le inutili foglie di fico del pacifismo, e quindi dell’inganno: sono i diktat borghesi che, in tutti questi anni, hanno portato alla morte centinaia di migliaia di proletari palestinesi, slavi, irakeni, afgani, libici, siriani, e prossimamente russi e ucraini. Di fronte alla giungla dei nazionalismi, inventati, rinascenti o solo per poco sopiti, la parola d’ordine del proletariato ovunque non può che essere quella del disfattismo rivoluzionario: il rifiuto netto e totale di schierarsi su un fronte come sull’altro, di appoggiare questa o quella borghesia, e in primo luogo la “propria”. Non esiste nessuna “patria in pericolo”, nessuna “democrazia violata”, nessun “nemico invasore”, nessun “esercito liberatore”: il proletariato non deve cadere più in queste trappole micidiali!

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Negatori, improvvisatori, costruttori del partito rivoluzionario

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Fra i molti aspetti che la crisi economica mette in risalto con maggiore (e più drammatica) chiarezza sta il fatto che, senza il partito rivoluzionario, organizzato e selezionato, fondato su una teoria granitica e su un programma convalidato da una lunga esperienza storica e reso ancor più tagliente da un bilancio di ottant'anni di controrivoluzione, senza questo partito, il proletariato mondiale è solo e abbandonato a se stesso, di fronte all'attacco sferratole da un modo di produzione sempre più feroce nelle sue manifestazioni anti-proletarie

Al tempo stesso, mentre questa solitudine politica si fa sentire in maniera diffusa e angosciosa, a livello mondiale e con le più disparate manifestazioni, si moltiplicano coloro che (come zecche sul corpo, parassiti dalle molte origini per lo più riconducibili alle mefitiche esalazioni delle mezze classi) quel ruolo centrale del partito rivoluzionario (di organizzazione e direzione) sminuiscono, minimizzano, trascurano, o rinviano a un domani non meglio precisato – in pratica, negano. 

 

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La lingua batte dove il dente duole...

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Alcuni saccenti perditempo ci hanno bacchettato per la frase iniziale dell'articolo “Perché non siamo 'bordighisti'”, comparso sul n.6/2013 de “Il programma comunista”. La frase incriminata è la seguente (e la riproponiamo con tutto il periodo che la comprende e con i due che seguono, in modo da non essere fraintesi da chi magari è un po’ distratto e si perde nei passaggi della dialettica): “Da materialisti, noi sappiamo che la lingua è una sovrastruttura, in rapporto dialettico con il modo di produzione che la determina e la esprime. Sappiamo anche che, in una società di classe, l’ideologia dominante è l’ideologia della classe dominante, che la lingua vi è immersa, dando voce ai suoi caratteri fondamentali, alle divisioni e ai rapporti di potere, e così contribuendo a sua volta a influenzare l’insieme della società. In questo nostro oggi (di un capitalismo giunto alla sua fase suprema, imperialista), l’individualismo che è sempre stato uno degli aspetti dell’ideologia borghese, direttamente collegato al modo di produrre e consumare, pervade sempre più la lingua e, attraverso essa, l’intero universo dei rapporti sociali”.

 

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